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Libano, il nodo rimane l'arsenale di Hezbollah
di FEDERICO PUNZI

[19 mag 08] Sono in corso a Doha, in Qatar, i negoziati promossi dalla Lega araba tra le forze della maggioranza parlamentare anti-siriana e l’opposizione guidata da Hezbollah per risolvere la crisi politica libanese. Commissioni ad hoc stanno portando avanti le trattative per una nuova legge elettorale e per la formazione di un nuovo governo. Dovrebbe, inoltre, essere raggiunto l’accordo per l’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Suleiman, la cui strada dovrebbe essere ormai spianata, soprattutto dopo la posizione non ostile a Hezbollah da lui assunta durante l’ultima crisi. Tuttavia, è altamente improbabile che nei colloqui venga affrontato e risolto il vero nodo: l’arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese. Nessun accordo politico sarà possibile senza “seri progressi” sugli armamenti di Hezbollah, fanno sapere fonti vicine alla coalizione del 14 Marzo, che sostiene il governo di Fuad Siniora. “Armi e capacità militari sono fuori da qualsiasi discussione”, ripetono gli esponenti dell’organizzazione sciita. “Come possono coesistere lo Stato e Hezbollah?”, si chiede Rami G. Khouri, direttore del quotidiano libanese Daily Star.

L’impressione è che una tregua a lungo termine sia possibile, ma solo se fosse rinviata sine die una decisione sul destino delle armi del Partito di Dio. Per il resto, i nuovi equilibri di forza sul terreno determinati dall’esito della crisi della settimana scorsa, nettamente favorevoli a Hezbollah, sono destinati a produrre sensibili ripercussioni a livello politico. Hezbollah potrebbe raggiungere l’obiettivo che rincorre da mesi, l’uscita di scena di Siniora e un nuovo governo (forse addirittura di unità nazionale) i cui equilibri gli attribuiscano un potere di veto, nonostante in Parlamento sia in minoranza. In ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, le forze che lo sostengono dovranno cedere rilevanti quote di potere in favore di Hezbollah e dei suoi alleati, che vedrebbero aumentare il loro già grande potere di condizionamento. In cambio, Hezbollah è disposto a concedere solo qualche flebile e generica garanzia sull’utilizzo delle sue armi. Il gruppo sciita garantirà che esse non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto negli scontri della scorsa settimana, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele. Hezbollah può quindi cantare una vittoria piena: militare e politica. Il Libano è sempre più nelle sue mani. Non si può comprendere l’entità del successo del movimento filo-iraniano se non si risale alla genesi e allo svolgimento di quest’ultima crisi, agli errori di Siniora e alla mancanza di un reale sostegno al suo governo, al di là delle parole della diplomazia, da parte della comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa in testa.

A innescare la crisi che poi gli si è ritorta contro, è stato lo stesso governo Siniora. Incoraggiato dai sauditi, ha deciso di ingaggiare con Hezbollah una prova di forza da cui è uscito con le ossa rotte, dopo una settimana di scontri tra fazioni che hanno provocato 81 morti e 200 feriti. Ordinando lo smantellamento della rete paramilitare di comunicazioni di Hezbollah e la rimozione del capo della sicurezza dell’aeroporto di Beirut, il governo mirava a colpire al cuore uno dei sistemi di sicurezza vitali per il gruppo sciita dal punto di vista strategico e militare. Un passo audace, che non avrebbe dovuto compiere senza avere la certezza assoluta di poter vincere il confronto armato che ne sarebbe seguito. I due provvedimenti sono stati intesi come una vera e propria dichiarazione di guerra dal leader sciita, Nasrallah, e i suoi miliziani in poche ore sono riusciti a prendere il controllo di Beirut e della strada per l’aeroporto. Reazione prevedibile e prevista, ma nel momento cruciale della sua prova di forza al premier Siniora è venuto a mancare il sostegno dell’esercito, cui ha invano chiesto di intervenire per ristabilire l’ordine legale. Il generale Suleiman, la cui elezione alla presidenza è stata boicottata per mesi da Hezbollah, dovendo scegliere tra Siniora e Nasrallah ha scelto quest'ultimo, disobbedendo al premier e arrogandosi il diritto di ribaltare le legittime decisioni politiche del governo. Annunciando la revoca dei due provvedimenti, l’esercito ha ottenuto che Hezbollah richiamasse i propri militanti armati e riaprisse le strade di Beirut, ma a spese della credibilità di Siniora, che è dovuto tornare sulle sue decisioni.

Una sconfitta catastrofica per Siniora e la maggioranza parlamentare anti-siriana, di fatto esautorati. La neutralità dell’esercito libanese è ormai solo di facciata. La crisi ha dimostrato che diviso com’è lungo linee etniche e confessionali e composto per la metà di sciiti, non ha la forza di opporsi a Hezbollah. Tale è ormai la sua influenza in Libano che persino un generale cristiano senza alcuna simpatia per il movimento sciita, messo alle strette, ha preferito disobbedire al governo legittimo piuttosto che scontrarsi con le milizie filo-iraniane. Hezbollah ha sempre rivendicato la legittimità della sua forza militare in quanto strumento di resistenza di tutti i libanesi contro Israele. Per la prima volta, invece, l’ha usata contro altri libanesi. Infranto questo tabù, i partiti della maggioranza parlamentare cercano ora di denunciare la vera natura dell’esercito di Hezbollah, una minaccia concreta all’indipendenza del Libano. Ma ciò che più pesa nei rapporti di forza è che in poche ore i militanti sunniti di Hariri e i drusi di Jumblatt abbiano dimostrato di non poter reggere il confronto con le milizie sciite. Per dirla in breve, oggi Hezbollah emerge come l’unica potente forza militare del Paese, mentre il governo legittimo non ha il monopolio dell’uso della forza, carattere irrinunciabile della sovranità statuale.

L’influenza iraniana in Libano è quindi balzata a un livello mai raggiunto prima, superando di gran lunga il ruolo che la Siria può giocare oggi nel Paese. Una conseguenza, dal punto di vista degli equilibri strategici nella regione, che non è sfuggita agli israeliani. L’ambasciatore all’Onu, Dan Gillerman, ha fatto presente che “ora l’Iran è al nostro confine settentrionale, e in un certo senso anche a quello meridionale”, considerando i rapporti che legano Teheran sia a Hezbollah che ad Hamas, il gruppo terroristico che controlla la Striscia di Gaza, da cui continuano a cadere sul territorio israeliano missili che hanno fatto due vittime solo nell’ultima settimana. Mentre l’Iran gestisce due forze terroriste in punti nevralgici, a nord e a sud di Israele, la comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa, sembrano non aver ancora digerito gli ultimi sviluppi e appaiono fermi alla risoluzione dell'Onu 1701, che “non è applicata”, denuncia Tel Aviv, perché Hezbollah non è stato disarmato. Anzi, si sta riarmando, per mano di Teheran e Damasco, e si prepara a trasformare il Libano in un vero e proprio Stato canaglia. La 1701 è la risoluzione che avrebbero dovuto far rispettare le forze dell’Unifil-2, la missione guidata dall’Italia, di cui oggi è evidente il completo fallimento. Il paradosso è che il disarmo di tutte le milizie e la difesa della sovranità del governo legittimo libanese rientravano negli obiettivi della risoluzione, ma non tra i compiti della forza multinazionale Unifil-2, che infatti non ha il mandato di disarmare direttamente Hezbollah ma solo di contribuire a rendere possibile questo risultato “assistendo” l’azione politica e militare del governo Siniora, di cui è ormai palese l’impotenza.

L’errore è stato non disarmare Hezbollah, nonostante fossero evidenti il suo ruolo e i suoi obiettivi, quando ancora si poteva, cioè subito dopo la rivoluzione dei cedri o, al più tardi, durante e dopo la guerra del 2006. E’ stato un errore concedergli due anni per ricostituire le sue forze e riarmarsi. L’Europa, gli Stati Uniti e Israele dovrebbero comprendere finalmente che la Siria non può essere ricondotta al dialogo e che il problema Hezbollah può essere risolto solo affrontandolo con la forza. Più si ritarda il momento della resa dei conti, più Hezbollah avrà modo di rafforzarsi e maggiori saranno i sacrifici da sopportare. L’unica nota positiva è il ruolo di Riad. I sauditi, con altri Paesi arabi, appaiono decisi al contenimento della minaccia iraniana: “Certamente l’Iran sostiene quello che sta accadendo in Libano, un golpe. Questo avrà conseguenze sulle relazioni con tutti i Paesi arabi”, è stata la durissima presa di posizione del ministro degli Esteri saudita, Saud al-Faisal.


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