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Bolle speculative: manca un coordinamento globale
di EMANUELA MELCHIORRE

[26 giu 08] Il periodo che va dagli inizi degli anni Novanta fino ai primi anni del nuovo millennio è stato caratterizzato dalla new economy, ovvero da quella nuova economia che a molti analisti di allora era parso che avrebbe operato una vera rivoluzione nei sistemi economici di tutto il mondo. In altre parole, si pensava allora che questa nuova via dell’economia, più tecnologica, potesse soppiantare in gran parte, se non del tutto, la old economy, come se i prodotti alimentari, energetici e industriali dovessero giocare solo un ruolo di second’ordine rispetto alla nuova via dell’economia dei servizi, imperniata su quelli finanziari. Ne scaturì la nota corsa alla speculazione di borsa che gonfiò la bolla tecnologica, durata per tutta l’amministrazione Clinton e poi scoppiata con perdite ingenti per i risparmiatori. Mancando i controlli, la speculazione innescò la bolla dei beni rifugio, in particolare l’oro e gli immobili, fino a triplicarne i valori nominali con la complicità delle banche, tramite il sistema della cartolarizzazione dei mutui, ideato per mobilizzare i crediti incagliati e poi trasformatosi in un potente strumento di speculazione con i mutui cosiddetti subprime, concessi cioè a clienti meno affidabili. Le società di cartolarizzazione, vere finanziarie speculative, hanno emesso a getto continuo i titoli “spazzatura” che già avevano provocato ingenti danni.

Nell’agosto del 2007 è esplosa la bolla speculativa immobiliare, che ha comportato un crollo dei prezzi degli immobili e una perdita in termini di capitali dei beni usati a garanzia dei prestiti. Le ripercussioni non si sono ancora esaurite e le difficoltà sembrano aumentare, specie per il comparto dei mutui a tasso variabile. Le insolvenze degli operatori privati si sono in tal modo moltiplicate e con esse si è ridotta la capacità delle banche di fare fronte ai loro impegni finanziari. Per affrontare questo nuovo pericolo di fallimento di molti grossi istituti di credito, sia americani sia degli altri Paesi industrializzati, le banche centrali, tra cui la Federal Reserve e la Banca centrale europea, sono corse ai ripari, immettendo massicce dosi di liquidità nel sistema. Non abbiamo ancora imparato la lezione che la cronaca dei mercati finanziari di questi ultimi anni ha tentato di impartirci. Così, dalla new economy ad oggi si è diffusa la mentalità che “giocare in borsa” è possibile, facile e, tramite i prodotti finanziari venduti da ragazzotti nelle banche, coinvolge anche il piccolo risparmiatore, disinformato e sprovveduto. Se però gli atteggiamenti emotivi e, in maggior misura, quelli dettati da ondate di panico dei piccoli risparmiatori causano perdite per loro stessi e per le loro famiglie, gli atteggiamenti assunti dai maggiori speculatori comportano gravi crisi finanziarie che si ripercuotono molto velocemente nell’economia reale dei Paesi industrializzati ed emergenti.

E’ quanto succede nei mercati delle materie prime. I capitali che fuggono dal mercato immobiliare confluiscono in quello dei prodotti energetici (per cui il prezzo del petrolio ha raggiunto la punta di 140 dollari al barile) e, in seconda battuta, in quello dei prodotti alimentari, con ripercussione sui prezzi e quindi accelerando l’inflazione (nell’Ue ha raggiunto ufficialmente oggi il valore del 3,7 per cento, ma quella effettiva è doppia) i cui effetti sull’economia sono lampanti. La speculazione trova particolare forza nelle operazioni sui futures, meri strumenti speculativi, sui prodotti energetici e sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio), trattati in special modo alla borsa di Chicago e di Londra. In queste contrattazioni i prezzi sono aumentati ben oltre l’indebolimento del dollaro, trascinando anche quelli di altre materie prime. La speculazione ha vita facile per la mancanza di una cooperazione dei Paesi industriali in materia energetica. Sembrano rilevanti, infatti, per individuare una via d’uscita dalla grave impasse in cui si trova l’economia internazionale e in special modo quella europea, le argomentazioni circa una sostanziale implementazione di un gran numero di nuovi impianti nucleari, grazie al recente incontro e accordo tra Sarkozy e Gordon Brown, che è passato alla cronaca come l’ “asse franco-inglese” dell’energia, e grazie anche al piano energetico elaborato dall’attuale governo italiano, che prevede la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari. Tale politica, anche se frammentata fra vari Paesi che si mostrano più intraprendenti e non elaborata e concertata a livello europeo, permetterebbe di ridurre i costi per la produzione energetica, i prezzi per il consumatore finale e la dipendenza dei Paesi Ue, ivi compresa l’Italia, da Paesi politicamente instabili. I suoi benefici, tuttavia, si sentiranno fra qualche tempo.

La crisi energetica e quella alimentare hanno evidenziato le incompetenze, l’indecisione, in sostanza l’inadeguatezza dell’attuale cooperazione internazionale. Il vertice mondiale sulla crisi alimentare organizzato dalla Fao dal 3 al 5 giugno scorsi, infatti, si è concluso con una “colletta” di otto miliardi di dollari di nuovi finanziamenti (di cui 190 milioni di euro dal governo italiano), senza però definire le vie operative e la ripartizione tra le diverse agenzie delle Nazioni Unite che si occupano della lotta contro la fame (la Fao, l’Ifad e il Wfp), né una via comune tra i 40 Paesi intervenuti per arginare la crisi e l’inflazione del nord del mondo e il diffondersi della fame nel sud. Anche il G8 dei ministri finanziari, riunitosi a Osaka il 14 giugno scorso, non ha elaborato rilevanti conclusioni riguardo le cause dell’inflazione delle materie prime, né è stato elaborato un piano di azione per contrastare, mediante forme di controllo o di indirizzo, le turbolenze sui mercati petroliferi e su quelli valutari. Interessanti sembrano essere le argomentazioni di Giulio Tremonti, che valorizzano il ruolo della redistribuzione dei “benefici da congiuntura”, mediante la sua Robin Hood Tax sui profitti della compagnie petrolifere. Occorrerà vigilare, affinché i petrolieri non trasferiscano il maggior onere sul prezzo al consumo, aumentandolo. Al contempo egli propone, in sede G8, di innalzare l’imposizione fiscale sulle operazioni a termine sul petrolio per scoraggiare gli atteggiamenti speculativi. Il mondo, nel frattempo, ha gli occhi puntati sulla imminente elezione presidenziale americana e attende ancora l’avvento di un “uomo nuovo” che sappia arginare la speculazione e riportarla entro i margini fisiologici e utili per il sistema produttivo e per l’economia mondiale. Nell’attesa è utile che gli imprenditori europei resistano alla tentazione dei facili guadagni della speculazione e reinvestano invece i capitali nelle proprie imprese, per innalzare l’apporto tecnologico e con esso la produttività del lavoro dei propri dipendenti.


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