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Malati e disabili, il voto negato
intervista ad ALESSANDRO CAPRICCIOLI di DOMENICO NASO

[10 apr 08] “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Così recita l’articolo 48 della Costituzione italiana, a garanzia di un diritto di voto che rappresenta il principale diritto individuale da tutelare in democrazia. Eppure nel nostro Paese sembra che non vada proprio così. Centinaia di migliaia di persone, infatti, non possono esercitare il loro diritto di voto, a causa di un vuoto normativo allarmante. Stiamo parlando delle tantissime persone che, per motivi di salute, sono impossibilitati a recarsi materialmente al seggio elettorale e non possono, a meno che non dipendano da macchine elettromedicali, esprimere la propria preferenza. Ma cerchiamo di riassumere cronologicamente la vicenda: fino al 2006 non esisteva nessuna norma legislativa sul voto a domicilio e solo grazie alle pressioni dei Radicali e dell’Associazione Coscioni, l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu mise a punto una legge che, seppure in maniera limitata e insufficiente, garantiva perlomeno il diritto di voto domiciliare a chi dipende da macchine elettromedicali. Nello stesso anno, da più parti era arrivata la solenne promessa: “Queste saranno le ultime elezioni senza diritto di voto domiciliare per motivi di salute”. Ebbene, due anni dopo si torna a parlare dell’argomento e nemmeno il 13 e 14 aprile, centinaia di migliaia di cittadini potranno esercitare il loro diritto di voto.

Alessandro Capriccioli, membro della giunta dell’Associazione Luca Coscioni e responsabile del portale “Soccorso Civile”, da tempo si occupa di questo argomento, cercando di rompere il muro di sorda indifferenza che le istituzioni hanno eretto. Intervistarlo, dunque, è un modo efficace per parlare di un problema che i mainstream media sembrano ignorare, così come le istituzioni che, invece, dovrebbero risolverlo.

Quanti sono i malati e disabili che, non rientrando nella normativa del 2006, non possono esercitare il loro diritto di voto?
Si tratta di una quantificazione difficile e molto variabile. Basti pensare ai malati che, pur non dipendendo da macchine elettromedicali, non possono recarsi materialmente al seggio senza pregiudicare il loro stato di salute. Pensiamo, ad esempio, a un individuo affetto da sclerosi laterale amiotrofica che non ha ancora bisogno del respiratore per vivere. E’ evidente l’impossibilità di recarsi al seggio, così come lo è per moltissime altre patologie, anche non croniche. Esempio banale ma efficace: un malato di polmonite, che quindi non rischia sicuramente di morire ma non può comunque muoversi fino alla completa guarigione, con le leggi vigenti non può in alcun modo recarsi a votare. E quando non ci sono patologie gravi, spesso i disabili o i malati si trovano a dover combattere contro le barriere architettoniche presenti in numerosissimi seggi elettorali del nostro Paese. Una quantificazione precisa, dunque, è quasi impossibile. Ma è evidente che stiamo parlando di numeri davvero alti.

La normativa vigente, dunque, tradisce un principio costituzionale?
De jure il diritto di voto è garantito. Ma de facto sì, siamo in presenza della negazione di uno dei diritti civili e politici fondamentali.

La Lega Arcobaleno, una Federazione di associazioni impegnate sui problemi della disabilità e dell'handicap, su richiesta dell’Associazione Coscioni, ha recentemente presentato una proposta di legge. Crede che la prossima legislatura riuscirà a colmare questo vuoto normativo?
Vorrei essere smentito, ma credo che sia molto difficile una soluzione rapida del problema. La questione è soprattutto di spesa. Il voto a domicilio costa e poi in Italia c’è sempre una terribile paura di possibili brogli elettorali. Per quanto riguarda la mancanza di fondi, si tratta di una motivazione che colpisce, purtroppo, sempre le persone senza voce. Facciamo un esempio: se gli autotrasportatori si vedono negare più fondi per la loro categoria, bloccano le autostrade per qualche giorno, paralizzano il Paese fino a quando le autorità non si piegano alle loro richieste. I malati e i disabili cosa possono fare? Non possono bloccare il Paese, e quindi non vengono ascoltati. Tornando alla sua domanda, quello che posso garantire è che i parlamentari radicali faranno di tutto per sottoporre la questione al Parlamento.

La situazione è migliore per quei malati dipendenti da apparecchiature elettromedicali e che quindi rientrano nella normativa del 2006?
La procedura è burocraticamente complicatissima. Alcune amministrazioni locali non hanno consentito il voto domiciliare anche a chi ne aveva diritto e aveva portato a termine tutta la trafila burocratica necessaria. E’ evidente, dunque, che bisogna operare sia sul piano pratico che su quello amministrativo.

Oltre ai Radicali, qualche altro partito si è impegnato fattivamente in questa battaglia?
No, fatte salve le disponibilità fittizie di circostanza che non si sono mai concretizzate, per quanto riguarda il mondo politico siamo stati i soli a farci carico del problema. Ma non è l’unico caso, né l’ultimo. Siamo abituati a condurre battaglie in solitario. Per fortuna il mondo delle associazioni è più sensibile alla questione. La Lega Arcobaleno, come diceva, ha addirittura presentato una proposta di legge. E anche la Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) è molto attiva.

Recentemente in Spagna hanno approvato il voto in braille, per permettere ai non vedenti di entrare in cabina senza dover essere accompagnati e assistiti. In Spagna non hanno problemi di copertura finanziaria o è solo una questione di volontà politica?
E’ senza dubbio questione di volontà. Basti pensare che molti altri Paesi europei hanno legiferato in favore del diritto di voto a domicilio, e non solo per malati e disabili. In Germania e in Austria, ad esempio, si può votare a domicilio anche senza condizioni particolari. Un elettore che per un motivo o l’altro non vuole o non può recarsi alle urne, può comunque esercitare il proprio diritto di voto a casa propria.

Ma secondo lei perché le istituzioni italiane non hanno ancora risolto questa situazione paradossale?
E’ tutto frutto della solita paralisi della politica italiana nei confronti dei malati. D’altronde, basti pensare a temi importanti come la riforma del nomenclatore tariffario o l’eutanasia: c’è una voragine tra politica e società civile. La classe dirigente di questo Paese tende a ignorare argomenti che invece destano molto interesse nell’opinione pubblica. La politica non è rappresentativa dell’opinione pubblica. E, guarda caso, questo accade quasi sempre quando si cerca di dare spazio a chi non ha voce.

L’impegno di “Soccorso civile” va proprio in questo senso, aiutare i cittadini ignorati dalle istituzioni?
Sì, Soccorso civile è un portale dedicato proprio all’assistenza ai cittadini che si trovano ad affrontare una legislazione proibizionista. E il problema di cui stiamo parlando è anche molto più vasto di quello che sembra. Il voto assistito, ad esempio, è un calvario per molte persone. Persino persone autistiche o affette dalla sindrome di Down hanno visto negato il loro diritto ad essere accompagnati e assistiti all’interno della cabina elettorale. In un Paese come il nostro, in cui tutti dicono di operare per il bene della famiglia, a volte ci si dimentica che nelle famiglie italiane ci sono anche malati e disabili. Sarebbe opportuno ricordarsene più spesso.


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