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TIBET, IL VOLTO PIU' FEROCE DELLA CINA
In molti sostenevano che in Cina il benessere economico avrebbe portato la democrazia. E invece a Lhasa Pechino mostra la sua faccia. Quella di sempre.
di FEDERICO PUNZI

[17 mar 08] Alla mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia) scadrà l’ultimatum lanciato dal governo cinese ai ribelli tibetani perché si consegnino spontaneamente. Le strade di Lhasa sono deserte, tranne che per i mezzi blindati e le migliaia di soldati dell’esercito cinese che ne controllano ogni angolo. Pechino vuole evitare il trascinarsi della situazione nei prossimi mesi, anche perché con l’avvicinarsi delle Olimpiadi diventerebbe sempre più costoso ricorrere all’uso della forza. Il regime è consapevole di rischiare i boicottaggi, e quindi il fallimento della straordinaria operazione di propaganda nazionalista che ha faticosamente messo in piedi. Tuttavia, è pronto a sopportare il sicuro danno d’immagine che deriverebbe da Olimpiadi celebrate all’ombra dei massacri. La repressione di ogni sfida aperta al suo potere vale qualsiasi brutta figura internazionale, è una necessità vitale per la sua stessa sopravvivenza. La minima debolezza infatti, aprirebbe lo spazio a rivendicazioni destabilizzanti. Il Partito comunista sa di non poter permettere che la sua autorità venga messa in discussione, né che nella società esistano autorità concorrenti. Soprattutto, sa di dover evitare ad ogni costo che la religione rappresenti una forma di contropotere. Le proteste erano iniziate lo scorso 10 marzo, in occasione del 49esimo anniversario di una sanguinosa repressione da parte dall’esercito cinese, a seguito della quale il Dalai Lama fu costretto a rifugiarsi in India. L’assedio dei tre maggiori monasteri tibetani – Drepung, Sera e Ganden – da cui era partita la protesta, i blocchi e gli arresti hanno scatenato la rabbia dei civili, soprattutto studenti, che hanno dato vita alla rivolta più imponente in Cina dal 1989, anno in cui a capo del Partito comunista cinese a Lhasa era proprio l’attuale presidente, Hu Jintao, che non esitò a dichiarare la legge marziale e a scatenare l’esercito contro la popolazione indifesa.

Un primo elemento di differenza di questa rivolta da altre recenti represse da regimi autoritari, come quella dei monaci buddisti birmani, è che la guerra delle immagini pare la stia vincendo Pechino, che sembra conservare agevolmente il controllo mediatico della situazione e trarne vantaggio. Un caso raro nel mondo di oggi, ma per questo inquietante, perché la fiducia nei potenti mezzi tecnologici alla portata di tutti – internet e telefonini – si scontra con apparati repressivi statali ancora sorprendentemente efficienti. Nessuna scena degli scontri, delle cariche, degli spari, o dei cadaveri, è trapelata, né le reazioni di protesta all’estero hanno raggiunto l’opinione pubblica cinese. Bloccato l’accesso al sito YouTube.com, vietati i telefonini e staccate linee telefoniche e internet a Lhasa. Le prime immagini delle violenze nella capitale tibetana sono quelle apparse sulla tv di Stato cinese, Cctv. Brutali e selezionate con cura: tibetani che assaltano, saccheggiano e incendiano negozi di proprietà dei cinesi han, qualche pestaggio e caccia all’uomo. L’intenzione di Pechino, mostrando solo le violenze compiute dai tibetani e addossandone la responsabilità, con linguaggio stalinista, alla “cricca del Dalai Lama”, è chiaramente quella di giustificare l’imminente e durissima azione repressiva. Scaduto l’ultimatum, infatti, sarà la volta non solo della rappresaglia nei confronti dei ribelli ancora asserragliati a Lhasa. Lo stesso minaccioso riferimento “a chiunque ospiti e nasconda i rivoltosi” prelude a un terrore più ampio e indiscriminato, d’altronde già sperimentato in passato: perquisizioni a tappeto, retate di massa, uccisioni e deportazioni.

La degenerazione delle proteste in scontro etnico è un secondo elemento di distinzione della crisi tibetana rispetto, per esempio, a quella birmana. Gli atti di violenza contro i segni dell’occupazione, i negozi e le proprietà dei cinesi a Lhasa rivelano la miseria e l’esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione forzata attuata dal governo di Pechino, che ha fatto affluire nel Tibet occupato milioni di coloni cinesi di etnia han. Una pulizia etnica non limitata all’eliminazione fisica, alla distruzione di case, monasteri e tradizioni tibetane, ma perseguita alterando gli equilibri demografici della regione e attraverso la discriminazione etnica. L’integrazione tra tibetani e han, propagandata dal regime, non è mai avvenuta. L’occupazione cinese del Tibet ha inizio nel 1950. Nel 1959 la prima sanguinaria repressione, che costrinse all’esilio il Dalai Lama. Dal 1966 al 1975 la Rivoluzione culturale fece oltre 1,2 milioni di morti, lasciando dietro di sé centinaia di monasteri e simboli religiosi distrutti. Nel 1979, la breve svolta moderata di Deng Xiaoping, convinto che ormai i tibetani fossero domati e il Dalai Lama pronto a sottomettersi alla sua autorità. Si sbagliava. Il governo tibetano in esilio stima che i coloni siano oggi circa 8 milioni contro i 6,5 milioni di tibetani. Senza contare gli insediamenti militari: 500mila soldati cinesi e alcune basi dotate di testate nucleari.

I tibetani sono consapevoli, così come lo è Hu Jintao, che il tempo gioca contro di loro e a favore della Cina, perché l’invasione di cinesi han prosegue incessantemente, aggravando lo squilibrio demografico e snaturando la cultura locale. La nuova ferrovia che dal luglio 2006 in oltre 1.100 chilometri collega Pechino a Lhasa riversa in Tibet ancora più cinesi e facilita il trasporto di guarnigioni militari. Nella capitale molti quartieri e attività sono in mano ai cinesi, con i tibetani ridotti ai lavori più umili. Il processo di cinesizzazione sembra ormai irreversibile dal momento che ha fatto la sua comparsa una prima generazione di cinesi nati in Tibet. Con quale diritto, infatti, si potrebbero eventualmente “cacciare” dei cinesi nati, cresciuti e sempre vissuti con i genitori in Tibet? E’ il dramma irrisolvibile di ogni conflitto etnico. Con realismo il Dalai Lama ha smesso da anni di rivendicare l’indipendenza e chiede solo un’autonomia regionale, soprattutto per porre limiti all’immigrazione, preservare la cultura tibetana e l’ambiente. Ma molti in Tibet, soprattutto gli studenti, ritengono troppo moderata questa posizione, pur continuando a rispettare e a venerare la loro guida spirituale. Il governo di Pechino era preparato ad affrontare un’emergenza simile. L’irritazione pubblicamente manifestata per la consegna al Dalai Lama della Medaglia d’oro del Congresso Usa e il silenzioso appoggio fornito alla giunta militare birmana nella repressione dei monaci buddisti dimostrano come vi fosse consapevolezza che la pentola tibetana ribollisse e potesse esplodere, soprattutto con l’avvicinarsi delle Olimpiadi. Tanto che, in questi ultimi mesi, si era fatta più numerosa e asfissiante la presenza dei militari intorno ai monasteri e a Lhasa. Da parte loro, anche i monaci e gli studenti tibetani, incoraggiati dalle gesta dei loro confratelli birmani, erano preparati a non lasciarsi sfuggire l’occasione della vetrina olimpica per riportare all’attenzione del mondo la loro condizione di popolo oppresso. Gli unici impreparati sono sembrati gli Stati Uniti – che pochi giorni fa, dando prova di scarso tempismo, hanno tolto la Cina dalla top ten dei Paesi “cattivi”, che violano i diritti umani – e gli europei.

Si discuterà a lungo della scelta di assegnare i Giochi a Pechino e dell’opportunità di sanzionare la condotta del governo cinese in Tibet con il boicottaggio. Il Comitato olimpico ha accettato di farsi strumento della propaganda del regime, ma è pur vero che se nel 2001 le Olimpiadi non fossero state assegnate alla Cina, gli occhi del mondo oggi probabilmente non sarebbero puntati su di essa e i tibetani non avrebbero avuto questo scatto d’orgoglio. Ciò non significa che ora i Giochi non possano essere boicottati. Le due scelte, l’assegnazione prima il boicottaggio poi, sono solo in apparente contraddizione, come dimostra il caso di Mosca nel 1980. L’organizzazione delle Olimpiadi ha fornito alla Cina una grande opportunità per dimostrare che ai progressi economici corrispondono anche i richiesti segnali di apertura politica e progressi nei diritti umani. Una volta che fosse eclatante, oltre che evidente, che questa occasione è stata volutamente sciupata dalle autorità cinesi, il boicottaggio sarebbe una sanzione ancor più forte di quanto lo sarebbe stata nel 2001 la semplice bocciatura della candidatura. Il Dalai Lama è, per evidenti ragioni politiche, contrario al boicottaggio. Altrettanto – e forse, dal punto di vista politico, maggiormente – significativo sarebbe se i leader del mondo, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Gorge W. Bush, disertassero i Giochi. Alla luce di quanto sta accadendo in Tibet, la loro presenza, infatti, finirebbe per rappresentare una legittimazione della politica repressiva cinese.

In ogni caso, boicottaggio o no, bisogna rivedere nel suo complesso la nostra politica cinese. L’Occidente ha chiuso più di un occhio sulle sistematiche violazioni dei diritti umani, sul mancato rispetto degli standard minimi delle condizioni di lavoro (per non parlare di quello minorile), sulla contraffazione commerciale e tutte le altre forme di concorrenza sleale. Dagli anni ‘90 la politica nei confronti della Cina è stata quella clintoniana del coinvolgimento e dell’inclusione, confidando nel fatto che i rapporti commerciali e lo sviluppo economico inducessero automaticamente anche cambiamenti politici e progressi nel rispetto dei diritti umani, bastava pazientare. Chissà se alla luce dei fatti di questi giorni in Tibet, ma anche dell’atteggiamento cinese riguardo la repressione in Birmania e il genocidio in Darfur, e dei mancati progressi politici, i leader occidentali si accorgeranno di quanto sia stata eccessiva, se non controproducente, l’apertura di credito concessa al regime cinese, e se torneranno a prendere in considerazione una politica anche di confronto. Oggi assistiamo all’ennesima prova del fallimento di un certo modo di intendere la strategia dell’engagement. La visione liberale del libero commercio come fattore e presupposto di progressi anche politici e rapporti pacifici tra le nazioni resta senz’altro valida. Ma il caso cinese dimostra che non è sufficiente innescare il processo e restare a guardare, come se gli sviluppi desiderati fossero inevitabili. Oggi è necessario richiamare costantemente ai suoi doveri la Cina (e qualsiasi altra dittatura), protestare sempre quando calpesta le libertà fondamentali, esercitare pressioni più dure, quotidiane, non limitandosi alle esortazioni di rito con le quali negli ultimi tempi se la sono cavata i leader occidentali. Alla politica di inclusione e di apertura commerciale bisogna sempre accompagnare un appoggio sistematico ai cittadini cinesi, o a popoli come quello tibetano, che aspirano a un cambiamento democratico.


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