Questo sito è ottimizzato
per Internet Explorer.

(c) Ideazione.com 2008
Direttore responsabile: Barbara Mennitti
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Redazione: piazza Sant'Andrea della Valle, 6 - 00186 Roma
Tel: 0668135132 - 066872777 - Fax: 0668135134
Email: redazione@ideazione.com

Hillary non molla, McCain tenta la carta verde
di ALESSANDRO MARRONE

[14 mag 08] Clinton stravince in West Virginia con il 67 per cento dei voti, dando 40 punti di distacco a Obama rimasto fermo al 27, e continua così la sua corsa disperata verso la Casa Bianca. Nello Stato sui monti Appalachi tra la costa est e le grandi pianure, Clinton ha vinto in ogni contea comprese le grandi città di Charleston e Huntington. Con questa vittoria la senatrice di New York conquista un’altra manciata di delegati nella Convention democratica, ma il suo distacco da Obama secondo il New York Times rimane intorno ai 170 seggi perché nel frattempo altri super delegati, sciolti dal vincolo di mandato, si sono schierati con Obama. Tuttavia, Clinton conquista la vittoria in un altro Stato ritenuto, in qualche modo, un test per la capacità dei candidati democratici di conquistare voti in quell’area centrista dell’elettorato, decisiva per le presidenziali di novembre: dal 1916 tutti i candidati che hanno vinto in West Virginia sono arrivati alla Casa Bianca, mentre tutti quelli che hanno perso sono stati sconfitti dai repubblicani. Clinton aveva puntato moltissimo su questo appuntamento, facendo campagna elettorale a tappeto e indebitandosi per 20 milioni di dollari per portare avanti la sua candidatura, sempre meno appoggiata dall’establishment democratico. Nonostante si moltiplicassero le pressioni del partito ad abbandonare una corsa ormai quasi persa, Clinton ha smentito le voci secondo le quali si batteva ormai per un posto da vicepresidente o per un’uscita di scena con l’onore delle armi, e ha affermato che combatte per vincere e che può ancora farlo.

Obama, invece, quasi non ha fatto campagna elettorale in West Virginia, spendendo diversi giorni in Stati come Florida e Missouri cruciali per le elezioni presidenziali di novembre. Lo staff del senatore dell’Illinois spiega infatti che, stante il sistema proporzionale di ripartizione dei delegati nelle primarie, a Obama basta vincere in uno dei prossimi Stati e perdere non troppo male negli altri per avere la maggioranza nella Convention. Inoltre, sembra che i due candidati possano raggiungere un accordo sull’assegnazione dei delegati del Michigan, congelati dai vertici del partito perché le primarie erano state anticipate rispetto al calendario nazionale: i seggi sarebbero ripartiti più o meno proporzionalmente ai voti espressi a gennaio, segnando quindi un nuovo guadagno di delegati per Clinton ma non sufficiente a ribaltare la maggioranza di Obama nella Convention. L’unico forte argomento sui cui ha puntato Clinton, e su cui potrà insistere con maggiore forza dopo il voto in West Virginia, è la sua maggiore “eleggibilità” rispetto al rivale che dovrebbe spingere i superdelegati a sceglierla come candidato per il bene del partito: i suoi sostenitori ripetono che la classe lavoratrice bianca si fida solo di lei, e sottolineano come questo tradizionale bacino elettorale democratico abbia rifiutato Obama in misura crescente nelle ultime settimane. E’ difficile che tale argomento convinca i vertici del partito a schierarsi contro la maggioranza dei delegati eletti con le primarie, che per Obama sembra ormai a portata di mano, e a ignorare il fatto che il senatore di colore è avanti sia per numero di Stati conquistati sia per voti popolari espressi. Tuttavia è un dato che getta un’ombra sulla capacità di Obama, una volta nominato candidato, di battere McCain nella corsa alla Casa Bianca.

L’ostilità verso il senatore di colore da parte degli elettori democratici con un titolo di studio più basso, due terzi dei quali votano Clinton e la metà dei quali afferma che non voterà Obama neanche una volta diventato il candidato del partito, lo rende gioco forza più debole in una sfida tutt’altro che chiusa con McCain. Tale debolezza, alla fin fine, deriva da una questione rimasta sotto traccia per gran parte della campagna elettorale ma mai risolta: quella razziale. Oggi il problema negli Stati Uniti non si pone certo nei termini di 30-40 fa, quando Condoleeza Rice e gli altri studenti di colore dovevano andare al college in Alabama scortati dai militari per non essere aggrediti dai gruppi razzisti. Tuttavia, secondo alcuni sociologi e politologi americani, rimane un’aura di pregiudizio, una sorta di “razzismo simbolico” nell’atteggiamento mentale di una consistente percentuale di cittadini bianchi con un basso livello di istruzione. Molti di loro infatti pensano che la peggiore condizione sociale dei neri rispetto a quella dei bianchi dipenda principalmente dal fatto che le persone di colore si diano meno da fare per avere successo, e che non siano le condizioni storiche create dalla società bianca a rendere la loro affermazione più difficile. Tale background culturale rende più diffidente una parte degli elettori bianchi verso le capacità di leadership di un presidente di colore, e non a caso l’80 per cento dei votanti in West Virginia ha affermato che la razza è stato un fattore preso in considerazione nella loro scelta di voto.

Tuttavia, tale background non impedisce neanche in via di principio che Obama possa, da qui a novembre, convincere questi elettori a schierarsi con lui: si tratta infatti dello stesso segmento elettorale che disapprova fortemente la guerra in Iraq e l’operato di Bush, e su questo fronte il senatore di colore ha buon gioco a ricordare che lui fu uno dei pochi democratici ad opporsi alla guerra fin dal principio. Restando nel merito delle questioni politiche, Obama potrebbe però pagare nei confronti della working class che più soffre, sulle bollette e sui trasporti, l’aumento del prezzo del petrolio, la sua opposizione allo sconto fiscale temporaneo sugli idrocarburi proposto da McCain e sostenuto da Clinton. A proposito di McCain, ieri si sono tenute anche le primarie repubblicane in West Virginia e il senatore repubblicano non è andato oltre il 76 per cento dei consensi, il 10 per cento dei militanti del Gop ha testimoniato ancora la sua fiducia nell’ex candidato alla nomination e pastore battista Huckabee, e il resto dei voti si è disperso in candidati ormai ritirati. Occorre considerare che con la nomination già de facto assegnata l’affluenza al voto è stata molto bassa, circa un terzo di quella democratica, e che ciò amplifica la posizione di esigue porzioni di elettori repubblicani in dissenso con la sua candidatura.

Ma molti commentatori parlano ormai di un “problema cristiano” per McCain. I sostenitori di Huckabee mantengono infatti una loro coesione, anche attraverso un comitato nazionale, e alcuni sostengono che i più ferventi attivisti potrebbero preferire a McCain una presidenza Obama che spianerebbe la strada a una candidatura di Huckabee nel 2012. Tale analisi appare abbastanza irrealistica e intrisa di dietrologia, anche considerando il pubblico appoggio che l’ex rivale continua a tributare a McCain. Tuttavia resta il fatto che una porzione dell’elettorato repubblicano ancora non approva il candidato del proprio partito. McCain, da parte sua, sembra giustamente rivolgere la sua attenzione più al centro della geografia politica americana, agli elettori indipendenti e ai democratici poco convinti da Clinton o Obama, e non a caso nell’ultima settimana si è distinto per un’importante presa di posizione sull’ambiente. Già nella sua carriera da senatore McCain aveva appoggiato proposte di legge per affrontare il riscaldamento climatico attraverso una riduzione obbligatoria delle emissioni di gas serra, oltre che con investimenti e incentivi fiscali in nuove tecnologie. Ma nei giorni scorsi il candidato repubblicano si è spinto oltre, affermando che se sarà eletto presidente “non passeranno otto lunghi anni senza serie azioni verso questo grave problema”, una frase che è sembrata a molti una critica implicita all’amministrazione Bush. Nella stessa occasione McCain ha presentato un piano che fissa per gli Stati Uniti l’obiettivo di tornare nel 2020 al livello di emissioni di gas serra del 1990. Sembra, dunque, che mentre per i democratici bianco e nero stiano diventando colori alquanto problematici, per i repubblicani il verde potrebbe diventare uno dei colori che prelude al bianco della casa del presidente.


Le riflessioni di un filosofo
sul mondo che cambia.

_____________

Un occhio indiscreto e dissacrante nei Palazzi del potere.
_____________

_____________
IL POST

I migliori post del giorno selezionati dai blog di Ideazione.

_____________
IDEAZIONE DOSSIER
Analisi, approfondimenti
e reportage.

IDEAZIONE VINTAGE
Il meglio dei primi quattordici anni della rivista bimestrale.
_____________
I BLOG DI IDEAZIONE

---

---

---

---



Il governo del premier è un bene
di Daniele Capezzone



Il risveglio
anseatico

di Pierluigi Mennitti



Lost
in translation

di Massimo Lo Cicero



Lesbo sul piede
di guerra

di Barbara Mennitti



I Supereroi invadono Hollywood
di Domenico Naso



Marco Casella, l'importanza della politica estera
di Stefano Caliciuri