Pearl Harbor, l'America e l'Europa
di Mauro Gilli
[11 set 05]

Quando l’11 settembre di quattro anni fa le Torri Gemelle si piegarono sotto la violenza inaudita dei terroristi, il mondo rimase attonito. Incredulo che la mente umana fosse stata in grado di partorire un piano tanto malefico. Eppure, era tutto vero. Cadevano i due grattacieli simbolo di quanto l’uomo fosse arrivato in alto. Cadendo mostravano al mondo intero quanto l’uomo potesse arrivare in basso.

Subito dopo quegli attentati, fu tracciato il parallelismo storico con l’attacco di Pearl Harbor, portato a termine dall’esercito giapponese il 7 dicembre 1941, e condotto anch’esso con l’intenzione di infliggere il massimo numero di vittime. Persino i toni delle reazioni confermarono questa analogia. Se il presidente Franklin D. Roosevelt, all’indomani di quell’attacco dichiarò: “non importa quanto tempo ci vorrà per vendicarci di questa invasione premeditata, ma il popolo americano con la forza della ragione otterrà una vittoria assoluta”, George W. Bush, suo successore sessant’anni più tardi, avrebbe affermato che “questa battaglia richiederà tempo e risoluzione. Ma non dubitate, vinceremo”. E William Safire, sul New York Times del 12 settembre, riprese proprio le stesse parole di Roosevelt definendo l’11 settembre “un altro giorno che rimarrà nell’infamia”.

Oggi quei fatti ci appaiono però sotto una luce diversa, quasi più chiara, adesso che la contingenza degli eventi è stata superata. Quando nel 1939 l’Europa prese fuoco per mano di un nemico disposto a tutto per realizzare i propri piani criminali (“Potremmo essere distrutti, forse; ma trascineremo il mondo con noi”, così Adolf Hitler nel 1940), l’America decise di defilarsi. Finché non fu attaccata, due anni più tardi. Proprio come è accaduto 60 anni dopo, ma con i ruoli invertiti: l’America veniva colpita, e l’Europa rimaneva a guardare. Fino a quando non è stata anch’essa colpita.

I giapponesi attaccarono Pearl Harbor con uno scopo ben preciso: impedire agli Stati Uniti di interferire con i loro piani di sottomissione nel Sudest asiatico. Come ha scritto Walter Russell Mead nella seconda edizione del suo Special Providence, i giapponesi speravano di impaurire gli Stati Uniti e di farli indietreggiare. Ma non considerarono l’“effetto Pearl Harbor”: il risveglio dell’America profonda, l’America Jacksoniana che avrebbe sostenuto il suo presidente nella nuova lunga guerra. Perché, come ci ricorda lo storico John Lewis Gaddis nel suo Surprise, Security and the American Experience, mentre

“la maggioranza delle nazioni cerca la sua sicurezza […] arretrando dietro le linee difensive, o diventando innocua, o evitando qualsiasi pericolo ci possa essere […] diversamente, gli Americani hanno generalmente risposto alle minacce – e in particolare agli attacchi inaspettati – andando all’attacco, facendo sentire la loro presenza, confrontando, neutralizzando, e se possibile, sopraffacendo le fonti del pericolo piuttosto che scappando” .

Proprio come i giapponesi, i terroristi di Al-Qaeda attaccarono Madrid a due anni dall’inizio della guerra con lo scopo di impaurire l’Europa, così da farla desistere da sostenere gli Stati Uniti nel combattere i loro progetti di sottomissione in Iraq. Purtroppo, dopo la sua Pearl Harbor, l’Europa decise di comportarsi proprio come “la maggioranza delle nazioni” di cui parla Gaddis, e di dare la vittoria ai terroristi: ritirò parte delle sue truppe, e scappò via. Perché l’Europa non è l’America, come si intitola il penultimo libro dell’americanista Massimo Teodori.

L’Europa credeva che la fuga (accolta coralmente con favore) fosse la garanzia migliore per la sua sicurezza e per la pace. Ma purtroppo neanche questo è servito a fermare il nuovo nemico, e semmai lo ha spinto a credere di poter replicare il successo ottenuto. E così, un’Europa illusasi di trovare la salvezza nella fuga, è stata di nuovo colpita sul suo territorio, il 7 luglio di quest’anno, a Londra.

A questa seconda Pearl Harbor la risposta è stata diversa: non è stata esultata la vergogna, ma piuttosto il coraggio e la forza d’animo degli inglesi che non si piegavano al terrorismo. Ma dopo la concitazione iniziale, a due mesi da quei tristi eventi, sembra che tutto sia tornato come prima. Sono state varate le leggi per la sicurezza interna, sono stati presi provvedimenti più severi contro i “propagatori di odio”, ma nulla di più. E’ stata riconosciuta l’esistenza del pericolo islamista, ma questo difficilmente può essere salutato come un grande traguardo. Inoltre di qui a pensare come combatterlo, c’è ancora molta strada. Sempre che lo si voglia combattere.

Sono passati quattro anni dall’11 settembre e due mesi dagli attentati di Londra. L’effetto Pearl Harbor non si è visto, e piuttosto si è verificato un effetto Costantinopoli: la fuga di fronte all’alleato colpito, dimostrata dal fatto che il ritiro delle truppe rappresenti ancora per molti una sorta di “proiettile d’argento” contro il terrorismo.

E’ ancora troppo presto per dire se così è stato e così sarà. Il timore è che l’11 settembre possa assurgere in futuro a data di inizio della divisione dell’Occidente. Una divisione che proprio il caso di Costantinopoli ci suggerisce di evitare: abbandonata a se stessa di fronte all’aggressione ottomana, la capitale del decadente Impero bizantino fu facilmente sopraffatta. L’Europa pensò di non intervenire, illudendosi di non aver nulla da temere: ma ben presto se ne sarebbe pentita. Già nel 1480 i turchi sbarcarono ad Otranto, e nel 1529, dopo un’inarrestabile ascesa attraverso i Balcani, arrivarono alle porte di Vienna, dove furono miracolosamente sconfitte. Ma l’esempio più eclatante è quello di Venezia: già nel 1454 (l’anno dopo la caduta di Costantinopoli), la città marinara firmava un patto commerciale con i nuovi padroni del Bosforo, pensando così di poter continuare i propri traffici. E così fu, almeno fino a quando i sultani non mutarono strategia e decisero che le postazioni veneziane dovevano finire sotto il loro controllo. Così conquistarono Cipro, segnando l’iniziò del declino di Venezia.

L’Europa non volle riconoscere il pericolo ottomano, e così lo dovette confrontare per i successivi quattrocento anni. Venezia addirittura si illuse di andare a patti con i suoi nemici. Ne fu soprafatta. Tutta l’Europa pensò di proteggersi abbandonando l’alleato, ne pagò anch’essa le conseguenze.
In questi quattro anni abbiamo visto l’Europa non voler riconoscere il nemico. Abbiamo visto sparute minoranze, proprio come la repubblica veneziana a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, essere disposte a scendere a patti con l’avversario. E infine abbiamo percepito un senso generale di divisione dell’Occidente, particolarmente forte in Europa, che suggeriva di abbandonare il suo alleato, gli Stati Uniti d’America, al loro destino. L’11 settembre è stato dimenticato velocemente, ma dopo il 7 luglio, dopo questa seconda Pearl Harbor, è chiaro che questa guerra riguarda tutti noi.

11 settembre 2005

* Mauro Gilli è uno dei titolari del blog 2twins

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