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2 giugno: la Tv diventa una grande parata
di Paola Liberace
L’imponente parata militare trasmessa in diretta dalla Rai per inaugurare i festeggiamenti del 2 giugno avrà sortito, per durata e dimensioni, un effetto notevole sul pubblico che in quel momento non si trovava ai Fori Imperiali. Un’iniziativa del genere non si ricorda, almeno in tempi recenti: la visibilità mediatica della manifestazione, che ha visto l’intervento in pompa magna di tutte le forze armate (erano presenti persino le guardie forestali), è stata rafforzata in televisione dall’annuncio dell’evento nei telegiornali e dall’intermezzo dei primi spot che annunciavano, per questa domenica, la fiction “Soldati di pace”, in prima visione su Rai Uno.
In quest’occasione, quella della Tv pubblica è così diventata una voce tra le più forti nel coro per il recupero e il rafforzamento dell’identità nazionale. Il piccolo schermo si è inserito nella linea che corre dalla rivalutazione dell’inno alla difesa dei colori della bandiera, dal ripristino delle festività nazionali alle celebrazioni per la Festa della Repubblica: tutte iniziative che hanno riportato l’attenzione su una componente importante del sentire italiano. Ma nel caso delle trasmissioni per il 2 giugno e della programmazione successiva, la realizzazione sembra aver superato l’intenzione, e non sempre in maniera propria. Le scelte operate per inscenare e dare visibilità all’evento volevano riportare l’accento sulla comunanza della nazione nei valori repubblicani; nondimeno, hanno rischiato più volte di ricordare altri scenari, altri tipi di adunate, altri toni.
Dietro la diretta televisiva commentata, nel resoconto dei telegiornali, e poi nella promozione ripetuta della fiction sulle forze di pace, si avvertiva il tocco – di norma preferibilmente invisibile - di una regia generale, che muoveva insieme i passi ispirati delle donne soldato (insistentemente inquadrate), i servizi ispirati dei reporter, e le parole altrettanto ispirate dei protagonisti dello sceneggiato. Una sensazione di improprietà che diventava consistente restando per più di una mezz’ora davanti al televisore, per quanto nobili e condivisibili fossero i valori che motivavano la manifestazione. Che a dirigere la coreografia siano stati il desiderio di trasmettere alla nazione un messaggio forte in tempi incerti, o il timore di risultare poco incisivi, quel che si percepiva era anzitutto la direzione in sé: a discapito, purtroppo, del messaggio stesso.
6
giugno 2003
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