Survivor: più "docu" che "soap"
di Paola Liberace
Ha scritto giustamente Antonio Dipollina sulle pagine di Repubblica: "Survivor" il nuovo "reality show" di Aran Endemol trasmesso sulle reti Mediaset, è televisione pura. Purtroppo, questa sensatissima osservazione è seguita dalla solita polemica sul Grande Fratello, che invece in confronto sarebbe un "sanguinoso tentativo di infilare la peggior vita coatta", e non se ne capisce il perché. Peccato, perché per il resto ci sarebbe da essere completamente d'accordo: rispetto alla realtà in diretta del Grande Fratello, quella un po' selvatica di "Survivor" è destinata senza dubbio ad avere minore successo della prima. Ci sono tuttavia ragioni più profonde per questa differenza di accoglienza, che non si possono ridurre ad un'altra solita polemica condotta da Dipollina, quella sugli americani e sui loro gusti (differenti dai nostri, dal momento che i due programmi avevano avuto successo inverso). Tra l'altro, la trasmissione sull'isola deserta negli Stati Uniti era stata trasmessa per prima, e costituiva il primo cenno di un filone poi fortunatissimo, quello del naufrago-sopravvissuto, che dal cinema al piccolo schermo ha spopolato nell'anno scorso. In confronto, la realtà domestica del "Big Brother", arrivata in seguito, non poteva che entusiasmare di meno il pubblico americano, anche perché promossa molto meno rispetto alla trasmissione italiana.
Nessuna sorpresa sul fatto che l'avventura di "Survivor", già tutta registrata, non abbia suscitato da noi gli stessi entusiasmi delle vicende dei dieci ragazzi della casa, che - vere o montate - ci tenevano incollati al teleschermo a chiederci quale sarebbe stato il prossimo litigio, quale il prossimo bacio, quale la prossima eliminazione. Non tanto la possibilità del voyeurismo, quanto la contemporaneità della vita dei dieci reclusi alla nostra ci ha catturato. Da noi, il Grande Fratello suonava come la realtà, la nostra stessa, o quanto meno parallela; Survivor appare come una specie di documentario che mostra i comportamenti di due tribù sotto osservazione, filmate per quarantatré giorni, per lo più con l'esploratore di turno - l'inviato Pietro Suber - che ce ne mostra volta per volta la peculiarità "etologica".
Ma si sa, i documentari non sono mai stati il pane quotidiano della Tv italiana: i vari Superquark sono sempre stati costretti ad acquistarne dalle reti straniere, per avere prodotti di qualità, la cui audience è comunque sempre stata relativamente contenuta. La tradizione televisiva anglofona, in confronto, è molto più forte in questione, e non c'è da meravigliarsi se una "docusoap" del genere abbia riscosso un tale successo; mentre quello che ha appassionato gli italiani, nel "Big Brother" nostrano, è stata più la "soap" che il "docu". Ed è per questo che, piaccia o no a Dipollina, continuano ad appassionarci anche i litigi in diretta di Cristina e Salvo, tanto da apparire tra le notizie dei quotidiani: perché la storia continua, e gli italiano vogliono sentirsene parte, e non soltanto stare a guardare.
20
febbraio 2001
pliberace@hotmail.com
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