Il teatrino… della televisione
di Paola Liberace
Eccoci reduci da un'altra di quelle settimane in cui, più che guardare la televisione, si guardano i notiziari per sapere l'ultima sulle zuffe tra le reti di stato e la Tv commerciale. Gli argomenti e i modi del contendere sono tra i più vari, e si sono rincorsi attraverso una preoccupante escalation dei toni.
Si parte dalla contestazione di Zaccaria sullo sforamento dei tempi pubblicitari da parte della concorrenza: accusa respinta da Mediaset, che del resto agli occhi dei telespettatori resta la più legittimata a trasmettere pubblicità, dal momento che non pretende canone. Si continua con le critiche di Giorgio Gori al nuovo programma della D'Eusanio, rea di aver "copiato" la De Filippi e il suo "C'è posta per te": ma, essendo il format di "Un pugno o una carezza" prodotto dalla Aran Endemol, sarebbe semmai la casa di produzione ad essere indiziata di produrre programmi fatti con lo stampino. Si finisce in bellezza con le sparatorie di Luttazzi sui programmi satirici di ambo le parti, rei di non avere coraggio paragonabile al suo; in particolare, Luttazzi se la prende con Antonio Ricci, che continua a fare il "situazionista" da Berlusconi, mentre certe stoccate non potrebbe mai tirarle alla Rai. Ma come, non si è detto e ridetto che siccome Mediaset è di Berlusconi passa solo quel che vuole il padrone, che usa le sue reti per farsi propaganda? E adesso si afferma che vige più libertà a Mediaset che alla Rai?
L'ultima chicca risale a giovedì sera: la Gialappa's Band, durante il solito Mai dire Gol, trasmette brani di un programma inglese, quasi l'antenato del Grande Fratello: il soggetto è la vita di una famiglia che per cento giorni ha dovuto adattarsi a vivere come all'inizio del Novecento, ovviamente ripresa dalle telecamere. Tutto ok, se non fosse che il suddetto programma era stato acquistato dalla trasmissione "Superquark" per essere mandato in onda nella prossima puntata. L'ultimo round di un combattimento senza esclusione di colpi, che finisce per ripercuotersi sul gradimento dei telespettatori.
Il punto è che le battaglie televisive, in tempo di campagna elettorale, finiscono per assomigliare sempre più a quelle politiche: in tutti e due i casi, regna la strategia della critica senza alternativa, possibilmente gratuita. Mentre però in un caso si tratta di scegliere il governo per la prossima legislatura, che dovrà reggere il paese in maniera auspicabilmente continuativa, per la televisione la sfida è sempre aperta, e va combattuta più che mai a colpi di qualità. E invece, anziché guadagnarsi giorno dopo giorno il gradimento del pubblico, queste baruffe sortiscono alla fine lo stesso risultato delle politiche: un irreversibile, disfattista, progressivo astensionismo.
30
gennaio 2001
pliberace@hotmail.com
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