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Grande Fratello.
Meglio i libri o l'ironia?
di Paola Liberace
La mossa provocatoria del ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri, che ha deciso di inviare agli ospiti della casa del Grande Fratello un cesto di libri, ha subito fatto parlare. Un gesto esemplare, a detta di chi esecrava la mancanza di cultura dei sei (ormai cinque) ragazzi, di chi aveva protestato contro Mediaset e il degrado della civiltà moderna, di chi fin dall'inizio della trasmissione - risaputamente relegata tra i prodotti di una presunta "sottocultura" mediatica - additava al pubblico ludibrio la mancanza di un qualsivoglia testo stampato all'interno del bunker di Cinecittà.
Così, i libri sono arrivati, dopo i tapiri di Striscia la Notizia, le mongolfiere di Quelli che il Calcio e i bigliettini degli ammiratori. Peccato che non sia arrivato anche il resto. E sì, perché nella famigerata casa non sono i libri gli unici a mancare: per ordine del regolamento, infatti, non c'è la televisione, non c'è un videoregistratore, non c'è la radio, non ci sono giornali e non ci sono nemmeno telefoni. Come in ogni gioco che si rispetti, ci sono regole da osservare. Quella della mancanza di qualsiasi tipo di mezzo di comunicazione - che distoglierebbe i ragazzi dalle relazioni interpersonali, il sale del Grande Fratello - è una regola come tante altre, che ci piaccia o no; un po' come l'impossibilità di procedere all'indietro nel Monopoli, quando si sta per finire in prigione.
Eppure, i detrattori della trasmissione si sono scagliati contro questa regola, dimenticando che si tratta di un gioco. Dimenticando anzi lo spirito stesso del gioco, che è da sempre quello di una "sospensione" - delle comuni regole della realtà per l'instaurazione di altre: quella sospensione che non è altro che l'ironia, spesso più feconda di qualche lettura in più. I detrattori hanno scavalcato questa sospensione, e per giunta in maniera solo parziale: si sono accorti solo della mancanza dei libri. Come se la cultura fosse frutto unicamente della lettura; come se i ragazzi si fossero mostrati in condizioni più disperate dei tanti concorrenti di quiz televisivi che si arrestano di fronte a domande banali, e che pure vengono interpellati proprio in virtù della loro cultura (a differenza dei ragazzi della casa, che non vogliono essere né esemplari né rappresentativi, nemmeno da quel punto di vista).
Costanzo ha suggerito, in risposta al gesto, di inviare libri anche alle biblioteche carcerarie e ai paesini che non ne dispongono affatto. E perché non ai concorrenti del "Quiz Show"? O meglio ancora, ai suoi autori, dal momento che sono stati loro a formulare le domande senza contemplare tra le risposte quelle esatte (in modo che, come ha scoperto Striscia la Notizia, fosse possibile vincere tutto il montepremi con una risposta errata). Ma meglio ancora sarebbe provare ad inviare una buona dose di ironia a chi fino ad oggi non ha fatto altro che denigrare la trasmissione di Canale 5. Sarebbe certo più difficile: forse impossibile.
28
novembre 2000
pliberace@hotmail.com
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