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La Tv invecchia? Insegnatele a parlare
di Paola Liberace
Non sorprende leggere i risultati della ricerca condotta dal sito "Psicologo online", che la scorsa settimana ha decretato ufficialmente l'antipatia elettiva tra i giovani e la TV generalista, e a cui i quotidiani hanno dedicato uno spazio considerevole. Non sorprende anzitutto perché gli indici di ascolto delle programmazioni radiotelevisive da tempo non sono un mistero, e se Aldo Grasso dice che solo il Grande Fratello è riuscito a riavvicinare i giovani al teleschermo ha le sue buone ragioni. Non sorprende nemmeno nei dettagli: che il palinsesto non offrisse nulla di particolarmente giovanile nè il sabato sera nè la domenica pomeriggio, era già abbastanza chiaro dagli sforzi (poco fruttuosi, a dire la verità) fatti in queste fasce orarie per escogitare qualcosa di più larga attrattiva. I giovani ritengono superati i telegiornali, sono annoiati dalla banalità dei programmi, si sentono lontani dai criteri che ispirano le programmazioni, e i giudizi che il mondo televisivo pronuncia su di loro non contribuiscono certo ad avvicinarli.
Molto meglio la radio, o Internet: bella scoperta, per dirla con le parole dello spot di un grande ente di servizi. Sarà solo questione di contenuti? Se anche gli spettacoli musicali, a sorpresa, sono stati bocciati dai ragazzi intervistati, vuol dire che non si tratta soltanto di avvicinarsi genericamente agli interessi giovanili. Come ad esempio si tenta ancora di fare continuando ad assecondare l'ondata revival: Italia 1 (che tradizionalmente è l'emittente più amata dagli under 40) propone in versione prolungata il programma di Paola Barale "Macchemù", destinato ai bambini degli anni '70-'80 (e quindi, ai venticinque-trentenni di oggi). La speranza è evidentemente che canticchiare le sigle dei nostri programmi preferiti nell'infanzia possa risvegliare in noi l'affetto che nutrivamo all'epoca per il tubo catodico, che ci metteva in contatto con i nostri amici preferiti. Ma quanto può durare?
Il dato fondamentale che si può evincere analizzando i risultati dell'indagine non è la scontata conclusione che ai giovani non piacciono i contenitori domenicali, ma ha a che fare con una questione più radicale. Non basta affidarsi a luoghi comuni sulle preferenze dei ragazzi per spuntarla: il vero problema della televisione rispetto al pubblico giovanile è un problema di linguaggio, prima ancora che di argomenti; come dimostra il fatto che l'unico prodotto televisivo che si salva, ancora una volta, è la pubblicità - di gran lunga quanto di meglio si possa guardare sul piccolo schermo di questi tempi. L'autoidentificazione che gli spot - ormai diventati tormentoni - suscitano nei giovani non si spiega se con un codice di comunicazione radicalmente diverso, dal quale prendere esempio e sul quale investire: nelle pubblicità convivono velocità e nostalgia, simultaneità e narrazione. Continuare a scrivere programmi concentrandosi su uno solo di questi poli, in nome di generiche considerazioni tematiche, non darà grandi frutti: la Tv, per ringiovanire, deve anzitutto imparare a parlare.
10
ottobre 2000
pliberace@hotmail.com
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