La sfida demografica

L’Unione Europea, nel Joint Report (del Consiglio e della Commissione) in materia di pensioni adeguate e sostenibili, del marzo scorso, ha sottolineato con forza la sfida dell’invecchiamento, che consisterà in una consistente accelerazione del fenomeno nei prossimi decenni, “dovuta a tre fattori principali: 1) l’età del pensionamento della generazione del boom demografico; 2) il costante aumento della speranza di vita; 3) il calo della fertilità dopo gli anni settanta”. Il primo di questi fattori (il solo che le politiche di riordino degli Stati prendono in considerazione) creerà uno squilibrio demografico temporaneo, mentre gli effetti degli altri due fattori sono costanti. La combinazione dei tre fattori porrà una notevole sfida finanziaria – prosegue il Report – ai sistemi pensionistici nei prossimi decenni, quando il numero dei pensionati aumenterà rapidamente a fronte di una diminuzione della popolazione in età lavorativa. Nei prossimi 50 anni, il cambiamento nella dimensione e composizione della popolazione degli Stati membri dell’Unione europea determinerà conseguenze di diverso tipo. Innanzitutto la popolazione complessiva dell’Unione europea diminuirà da 376 milioni di persone nel 2000 a 364 milioni nel 2050, con un declino maggiore in Italia, Spagna e Germania; il numero di giovani di età compresa fra 0 e 14 anni scenderà da 69 milioni a 58 milioni; la popolazione in età da lavoro subirà un crollo del 20%, passando da 245 milioni a 203 milioni; infine, il numero di persone anziane (più di 65 anni) crescerà in 50 anni da 61 milioni a 103 milioni.

Questi pochi dati, pubblicati dal Working Group on ageing populations, bastano per tirare la campanella d’allarme: se oggi ci sono quattro persone in età lavorativa per ogni pensionato, domani nell’Unione europea il rapporto sarà di due a uno. Le ripercussioni dell’invecchiamento della popolazione si faranno inevitabilmente sentire sul bilancio pensionistico di ogni singolo paese. La spesa per le pensioni pubbliche crescerà del 3-5% del Pil nella maggior parte degli Stati membri: se il Regno Unito è l’unico paese che prevede una diminuzione della spesa previdenziale, gli altri vedranno un aumento della spesa compresa tra il 2-3% (per Italia, Lussemburgo e Svezia) e livelli ancora più elevati per altri (come Spagna e Grecia che scontano un ritardo del fenomeno baby boom).

Se a questi dati si aggiungono quelli riguardanti l’aumento della spesa per la sanità pubblica, conseguente ai mutamenti demografici sopra descritti, l’impatto complessivo dell’invecchiamento della popolazione sulle finanze pubbliche si tramuterà nelle prossime decadi in una crescita del 4-8% della spesa pubblica sul Pil, con chiare ripercussioni quanto alla possibilità per gli Stati membri di rispettare le regole di bilancio dell’Unione economica e monetaria. Il Rapporto Isae 2002 ha calcolato che, in media, nella Ue, la spesa pubblica per prestazioni sanitarie, nel periodo 2000-2050, dovrebbe crescere, in relazione al Pil (a seconda dell’ipotesi di costo adottata), dal 5,3% attuale (che sale al 6,6% del Pil nella media ponderata europea se si includono le cure a lungo termine), ad un valore compreso tra il 6,6 e il 7%. In più, la spesa per l’assistenza a lungo termine dovrebbe lievitare dall’1,3% attuale a un valore di circa un punto più elevato.

Sulla base delle attuali politiche previdenziali dei Quindici vi è quindi un chiaro rischio di insostenibilità per le finanze pubbliche in almeno la metà degli Stati membri. Si prevede che nel 2050 gli europei vivranno almeno 4-5 anni più a lungo. Attualmente, la speranza di vita a 65 anni è di 15,5 anni per gli uomini e di 19,5 per le donne (nel caso italiano le aspettative sono ancora più lunghe); con un prolungamento di 5 anni gli oneri per fornire il medesimo livello di pensioni aumenteranno del 25-30%. Inoltre, se nel 2000 gli ultrasessantacinquenni rappresentavano circa un quarto della popolazione in età lavorativa, nel 2050 sfioreranno il 50%, mentre l’indice di dipendenza sfiorerà i due terzi. 

10 ottobre 2003

(tratto da "Riformare il welfare è possibile", di Renato Brunetta e Giuliano Cazzola, Ricerche della Fondazione Ideazione, Roma, 2003)

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