Dal welfare state alla welfare society
di Renato Tubére


Un gigante dai piedi d'argilla sta affondando sotto gli occhi di quasi otto milioni di cittadini, il popolo del volontariato italiano, dopo lo scorso 13 maggio: è lo stato sociale, simbolo supremo dell'assistenzialismo nostrano. Parlando al recente Meeting di Rimini l'ex ministro per gli Affari Sociali Livia Turco ha lanciato un richiamo icastico alla generosità dei volontari italiani, rivendicando con orgoglio la cultura del limite, frutto del mal riuscito compromesso ideologico fra cattolicesimo e marxismo. Questa cultura ha sbarrato ottusamente per decenni la strada ad un qualsiasi rapporto fra libera economia di mercato e Terzo Settore: solo lo stato, affermavano i suoi esegeti, ha il diritto di aiutare il volontario a costruire la sua impresa sociale. 

Questa scelta politica dissennata significa oggi la bancarotta del mitico stato sociale. Miriadi di controlli incrociati su organizzazioni non governative, cooperative socio-assistenziali, associazioni culturali senza scopo di lucro e tante, troppe leggi approvate dal Parlamento senza però mai deliberare correttamente dei regolamenti applicativi, tutto ciò ha impedito la crescita del Terzo Settore nella nostra nazione. E questi sono alcuni dei risultati conseguiti. L'Italia è ultima, in una classifica europea datata giugno 2000, nel rapporto tra fatturato Non Profit e Prodotto Interno Lordo, con il suo modestissimo 5,8 per cento contro, ad esempio, il 16,8 per cento della vicina Spagna ed il 21,7 della Germania. Noi italiani siamo così solidali da donare pochissimo sangue e da importare plasma sanguigno fresco dal regime cubano di Fidel Castro per soddisfare le esigenze del nostro sistema sanitario, mentre abbondiamo di strani mostri cooperativisti dediti all'edilizia, al credito e a quant'altro non sia riconducibile al vero Non Profit. Per non parlare degli aiuti al mondo dei disabili e degli emarginati, largamente insufficienti, o dell'atteggiamento permissivo tenuto verso i centri sociali. 

Il neo ministro Maroni ha presentato le linee del nuovo governo in materia sociale, aprendo con vigore al libero mercato, attraverso l'introduzione di un federalismo solidale che permetta una volta per tutte al cittadino, libero da vincoli, di ideare progetti per il prossimo. E' questa la "welfare society", basata su un rapporto pragmatico tra enti pubblici e cittadino, dove la protezione del lavoratore non farà a pugni con la riforma indifferibile del contratto di lavoro, ma anzi permetterà di applicare concretamente forme di collaborazione a tempo determinato, rivolgendosi in primo luogo alle aspettative dei giovani. Agli allarmismi del solito Cofferati sull'effettiva competenza in materia di politiche sociali degli iperliberisti del centrodestra, alleati supini di Confindustria, Maroni ha risposto annunciando grosse agevolazioni per gli enti Non Profit interessati ad occuparsi di lavoro interinale, di istruzione e formazione professionale. E' una prima risposta concreta al cumulo di chiacchiere e macerie lasciato in eredità al governo Berlusconi.

7 settembre 2001

renato.tubere@libero.it