E nella notte tv saltano i nervi pure a Pippo Baudo
di Paola Liberace


Subito dopo i primi exit poll, nella lunga serata televisiva della domenica elettorale, non sono state poche le presenze che paradossalmente hanno cominciato ad attaccare il canale stesso che sostiene di solito le loro voci, e le stava sostenendo anche in quel momento. Uno tra i riti usuali delle ultime elezioni, che ha portato prima a criticare la legittimità dei risultati, poi ad inibire l’uso dello strumento televisivo - ma non della stampa tradizionale - per la propaganda elettorale a pagamento. Una tra queste presenze, ancora più paradossalmente, è stata quella di un nuovo appassionato della politica, che proprio al canale televisivo deve la propria esistenza come personaggio pubblico: Pippo Baudo, fresco di militanza tra i simpatizzanti di Sergio D’Antoni. La televisione, sosteneva Baudo, non ha dato sufficiente spazio ai programmi di partiti come Democrazia europea: la notorietà televisiva è stata completamente usurpata dai due poli principali, sì da oscurare volti e intenzioni degli schieramenti.

Strano sentire queste parole proprio da Baudo: uno tra i pochi sponsor politici-showman a non vedere sospeso il proprio programma televisivo nemmeno nei giorni precedenti le elezioni. Il suo volto, ormai da anni noto anche ai meno assidui dei telespettatori, ha continuato ad apparire fino alla soglia del risultato elettorale, sì da consentirgli una assoluta visibilità: nemmeno da poter lamentare di essere stati trascurati, come altre forze politiche di minor spessore potrebbero fare con maggior ragione. Ma il punto è un altro: se Baudo avesse invece avuto, insieme alla sua lista, un risultato rilevante, sarebbe stato facile tacciare gli elettori di obbedienza alla telecrazia, di subire la fascinazione televisiva in sede elettorale, e così via. Il presentatore sarebbe stato allora uno tra i primi a doversi difendere da una tale accusa, data la sua arcinota vicinanza al movimento di Andreotti e D’Antoni: proprio la stessa accusa che muoveva, durante l’intervista, agli elettori che avevano scelto diversamente dalle sue aspettative. 

Inutile ripeterlo. Sarebbe meglio lasciare in pace la televisione, invece che legiferare per imbavagliarla, operare per delegittimarla, accusarla quando fa comodo, ed esaltarla invece in nome della “libertà d’opinione” quando questa opinione corrisponde alla propria. Gli ultimi eventi basterebbero a convincere che non basta imbavagliare il piccolo schermo per pilotare l’opinione pubblica nella direzione che si spera: il telespettatore, in fondo, come l’elettore, decide a prescindere, di fronte al mezzo di comunicazione o alla proposta politica, e se non è d’accordo cambia. E la fiducia nelle sue scelte, senza alcuna delega o delegittimazione per incapacità, resta il segno distintivo della democrazia, che lascia al popolo sovrano la facoltà di giudicare dei programmi: televisivi, così come elettorali.

14 maggio 2001

pliberace@hotmail.com

 




 

 

 

 

 

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