La grande illusione
di Francesco Forte
Ideazione di novembre-dicembre 2006

Il progetto di manovra di finanza pubblica per il 2007 è inscrivibile fra i classici esempi di come si può praticare su larga scala l’illusione finanziaria. Ed è anche un caso, altrettanto classico, di manovra di stampo benesserista, secondo una concezione per cui la finanza pubblica è una macro variabile indipendente dall’economia di mercato, che può attuare equità ed efficienza, senza tenere conto degli effetti perversi sull’efficienza dell’eccesso di pressione fiscale delle redistribuzioni “sociali” e delle modifiche incerte e oscure.

Il presente saggio viene scritto quando ancora la manovra è in fase di limatura. Il ministro Padoa Schioppa sostiene che il bilancio del governo italiano si trovava in condizioni difficili e che egli ha dovuto operare in stato di necessità. E ciò in quanto il governo Berlusconi gli ha lasciato un sistema di entrate in disordine e carente. L’anemia del sistema tributario sarebbe derivata dal fatto che, facendo troppi condoni, le basi imponibili si sono erose. Per avallare la falsa tesi dell’emergenza finanziaria, il governo Prodi, poco dopo l’entrata in carica, ha fatto certificare il bilancio del 2006 da un’apposita commissione di verifica contabile. La commissione accertò che il bilancio del 2006 avrebbe avuto un deficit attorno al 4,4 del pil e non del 3,8 come da previsione del maggio. Questo risultato, ampiamente pubblicizzato, peraltro sottovalutava la dinamica delle entrate, allora chiaramente in crescita. E dipendeva da una dinamica della spesa che, invece, stava per andare fuori controllo rispetto ai parametri previsti. Non si trattò di una verifica per dare trasparenza al bilancio pubblico, ma di un messaggio di allarme, volto a creare una illusione finanziaria, per soddisfare le richieste delle forze politiche del nuovo governo, che volevano una dilatazione della spesa pubblica.

Ma la dinamica dei gettiti fiscali del 2006 è proseguita in modo da sopravanzare gli eccessi di spesa rispetto ai parametri stabiliti. E il deficit italiano nel 2006 (dati isae) si attesta attualmente sul 3,6 per cento del pil, al netto dell’onere di rimborsi iva dovuti ad una sentenza dell’Unione Europea, che ammette la detraibilità iva delle spese per autovetture detraibili per l’imposta sul reddito.

Addossando al 2006 tali rimborsi, dovuti a varie annate precedenti, per un importo pari all’1 per cento del pil, si è operata una nuova illusione finanziaria. Infatti questi rimborsi non sono stati ancora versati e non verranno, verosimilmente, pagati nel 2006, ma solo negli anni a venire, con molta gradualità.

Nel frattempo la perdita di gettito, a regime, viene più che recuperata, tramite la riduzione della quota di spesa per autovetture detraibile nelle imposte dirette e quindi nell’iva. Questi rimborsi sono addossati contabilmente al 2006, allo scopo di far apparire un deficit di partenza di 4,6 per cento del pil, in luogo di quello vero di 3,6.

Così si nasconde il fatto che le entrate erariali sono aumentate, sino a tutto il settembre 2006, di 20 miliardi di introiti permanenti, più 4 una tantum. Da ciò si può desumere che i condoni non hanno affatto eroso il gettito. Hanno aiutato a far emergere il sommerso. E le riduzioni di aliquote hanno favorito la crescita del gettito, assieme e più di quella dell’economia. Buona anche l’eredità del bilancio di cassa, che ha un andamento molto migliore di quello del 2005: e, finalmente, vicino al deficit di competenza.

Partendo da queste basi il ministro dell’Economia, con un moderato contenimento delle spese, poteva evitare la grandine di nuovi oneri fiscali e parafiscali. Avrebbe anche dovuto evitare di far passare come introito del decreto Bersani-Visco i 6 miliardi di gettito del 2006 che vengono targati come introiti per “lotta all’evasione”, derivanti dai maggiori controlli e recuperi di imponibili: un cosiddetto “bonus Visco”. E vanno invece attribuiti alla politica del precedente governo. Dato che nelle imposte dirette e nell’irap opera la draga fiscale, che genera una crescita automatica delle entrate, connessa al tasso di inflazione e al tasso di crescita del pil, sarebbe bastata, per il 2007, una manovra di 6 miliardi di euro, pari allo 0,45 del pil. Invece Tommaso Padoa Schioppa ha varato una gigantesca manovra di 33 miliardi, quasi tutta sbilanciata sul lato delle entrate. Essa genera una crescita di pressione fiscale attorno all’1,8 per cento del pil con effetti negativi sulla sua crescita e dà luogo a redistribuzioni che non appaiono favorevoli, ma obbediscono a un antiquato disegno giustizialista. In luogo di questa maxi-manovra, sarebbe stato meglio che il governo si fosse dedicato a una azione di modifica strutturale dello stato del benessere e della pubblica amministrazione e avesse proseguito la politica delle semplificazioni delle procedure amministrative, anziché accrescerle.

La base per la dimostrazione di quel che asserisco è la grottesca tabella riassuntiva ufficiale, secondo cui una manovra, che è quasi tutta svolta nel campo delle entrate, diventa una manovra svolta in grande prevalenza nella riduzione delle spese.

Tavola che riproduco, con piccoli cambiamenti formali.

 

Tavola 1 - manovra ufficiale di finanza pubblica 2007

            (miliardi di euro)

Maggiori entrate           13,000
Minori spese                 20,400
di cui
- razionalizzazione della PA      2,830
- patto di stabilità interno       4,300
- sanità                               3,000
- previdenza                         5,265
- fondo Tfr                           5,000

Totale reperimento mezzi finanziari      33,400
per cento entrate        38,92
per cento spese          61,87

Riduzione di Imposte: cuneo fiscale      5,600
Interventi vari   13,100
Saldo netto      14,800

A fronte del contenimento delle spese del “Patto di stabilità interno” vi è l’aumento fiscale degli enti locali tramite ici, addizionale irpef e aumento dell’irap. La facoltà di procedere alla rivalutazione delle rendite catastali dà ai comuni una grossa leva fiscale. Gli enti locali prevedibilmente aumenteranno le loro entrate almeno di 4 miliardi.

Per quanto riguarda la sanità non è affatto vero che vi è una riduzione di 3 miliardi rispetto alla competenza del 2006. Si tratta di una riduzione apparente, perché il Fondo sanitario nazionale passa da 90 a 99 miliardi, con un aumento del 10 per cento.

Evidentemente il ministro Padoa Schioppa non contesta lo sfioramento a 100 miliardi che vi è stato. Le Regioni ne pretendono 103 e la somma è stata “ridotta” a circa 100. Si tratta di un ragionamento anomalo, perché comporta di attribuire la natura di “andamento tendenziale” a un comportamento che riguarda una spesa in eccesso a un fondo statale prestabilito. Una non indifferente acrobazia contabile. I 5,265 miliardi di risparmi di spesa della “previdenza” non sono minori spese del governo, ma minori fondi che dà all’inps, rispetto alla dinamica tendenziale della sua spesa, in contropartita di maggiori contributi sociali su lavoratori autonomi e atipici. Si tratta, dunque, di entrate parafiscali.

Analogo ragionamento vale per l’attribuzione all’inps del 50 per cento del tfr non utilizzato per la previdenza integrativa. Si tratta di una entrata coattiva, peraltro una tantum.

Possiamo ora fare la somma delle maggiori entrate di cui alla manovra di finanza pubblica:

 

Tavola 2 - maggiori entrate vere della manovra di finanza pubblica del 2007

            (miliardi di euro)

Maggiori entrate ufficiali           13,000
Entrate tributarie enti locali        4,000
Contributi sociali                       5,265
Prelievo obbligatorio Tfr              5,000

Totale  27,265

 

Tavola 3 - riduzioni vere di spese della manovra di finanza pubblica

             (miliardi di euro)

Razionalizzazione PA   2,830
Enti locali                    300

Totale  3,130

 

La manovra non è di 33,400 miliardi, ma di poco di più di 30 e non è, come dalla tabella ufficiale, in gran parte sul lato delle spese, ma quasi tutta sul lato delle entrate (Tavola 4).

Tavola 4 - vera entità e composizione della manovra di finanza pubblica per il 2007

             (miliardi di euro)

Maggiori entrate           27,265
Minori spese                  3,130

Totale  30,400
per cento entrate          89,76
per cento spese            10,24

Ma occorre considerare la destinazione dei fondi. Una parte va a ridurre il cuneo fiscale del costo del lavoro. Tale riduzione vale 3,8 miliardi. Il resto sono erogazioni sociali per assegni familiari. Sicché le maggiori entrate di questa manovra primaria scendono a 23,5 miliardi. Ci sono anche “interventi vari” per 13,1 miliardi che il ministro dell’Economia non osa denominare spese ma che, non essendo riduzioni di imposte, sono maggiori spese, che vanno sommate algebricamente alle minori spese di cui alla manovra primaria. Nella manovra effettiva, dunque, non ci sono minori spese, ma un aumento di 10 miliardi. Una maldestra illusione finanziaria (Tavola 5).

 

Tavola 5 - Manovra complessiva netta vera 

            (miliardi di euro)

Maggiori entrate                      + 27,265
Riduzioni di entrate                    -  3,800
Saldo netto delle entrate           + 23,400
Minori spese                              + 3,100
Aumenti di spese                      - 13,100
Saldo netto delle spese              - 10,000

Saldo della manovra
Maggiori entrate           + 23,400
Maggiori spese              -10,000

Totale netto a riduzione del deficit        13,400


Ma 9 miliardi occulti di maggiore spesa del fondo sanitario sono stati nascosti nelle pieghe del bilancio, facendo riferimento non a quello dello scorso anno, ma a un immaginario tendenziale del fondo medesimo. È ragionevole ritenere che la crescita del Fondo sanitario potesse essere del 4 per cento, per tener conto del tasso di inflazione e della crescita del pil. Quindi possiamo detrarre 3,6 miliardi dai 9 occultati. Ma alle Regioni vengono assegnate entrate per ticket sanitari di circa 2,6 miliardi. Dunque le maggiori entrate, contando i ticket sanitari, sono ora 23.400 + 2.600 = 26 miliardi di euro. La manovra di “risanamento dei conti della finanza pubblica”, depurata dei trucchi estetici, consiste di 13, 4 miliardi meno 8, ossia di 5,4 miliardi.

 

Tavola 6  

            (miliardi di euro)

Maggiori entrate           26.000

Maggiori spese 20,4

Riduzione deficit           5,6

 

Non vi è nulla di strano in ciò. Considerato che il boom delle entrate del 2006 si è tradotto in un beneficio di 1 punto di pil, la linea base per il bilancio 2007 è del 3,6 per cento del pil. Dato poi alterato con una illusione finanziaria di natura contabile, mediante l’addebito al 2006 degli effetti della sentenza comunitaria sul rimborso dell’iva: che fa supporre che la linea base non sia 3,6 del pil ma 4,6.

Il ministro dell’Economia, oltre al modesto compito di rientro dal deficit del 2006, per il quale ha messo in atto la sceneggiata della maxi-manovra che si riduce ad uno 0,4 di correzione di pil, ha provveduto all’impegno di finanziare la riduzione del cuneo fiscale, cioè di realizzare una fiscalizzazione di oneri sociali impropri. Esso era, nei progetti, di ampia portata, doveva riguardare 5 punti di contributi, per 12 miliardi di euro. Si è ridotto a 3,8. Tuttavia, assieme a questa operazione, si avocano all’inps 5 miliardi di tfr delle imprese. Dal punto di vista delle regole di bilancio per la Comunità europea si poteva opinare che l’avocazione all’inps del tfr non utilizzato per la previdenza integrativa non fosse un introito effettivo ma un mero prestito: tale essendo la natura del tfr nel bilancio delle imprese. Qui vale però il famoso detto “ego te baptizo carpam” con cui un prevosto goloso stabilì che il pollo ruspante che mangiava di venerdì non violasse la regola del digiuno, in quanto lui lo denominava come “pesce”. Denominando “contributo previdenziale” la quota di tfr non utilizzata dalle imprese, devoluta all’inps, questo prestito a favore delle imprese, per il bilancio dell’inps diventa una entrata parafiscale. Di fatto, comunque, questo è un fondo permanente che l’inps ottiene, in quanto man mano che le indennità di fine rapporto vengono erogate, vengono versati nuovi contributi per finanziarle in futuro, di importo almeno eguale e forse maggiore. Peraltro questa avocazione forzosa all’inps di tfr accantonati presso le imprese è incostituzionale, in quanto si tratta di un esproprio di depositi finanziari delle imprese, a favore di un soggetto pubblico senza indennizzo, in violazione dell’articolo 43 della Costituzione. Un piccolo mostro finanziario.

Nella manovra vi sono operazioni di redistribuzione come quella dell’irpef che contraddicono la strategia di lotta all’evasione fiscale: non è ragionevole pretendere che i contribuenti riducano i loro comportamenti di evasione ed elusione fiscale mentre vengono aumentate le aliquote a loro carico. E vi sono risibili operazioni “manifesto” di tipo giustizialista come la tassazione speciale dei Suv, voluta da Legambiente, che penalizza una categoria di veicoli. Una politica fiscale da bar che elude il grosso tema strutturale della tassazione automobilistica in rapporto all’uso delle strade, alla congestione e all’inquinamento. Un’altra operazione “manifesto” che invece combina il giustizialismo con il danno all’economia è quella della reintroduzione della tassazione delle successioni. Inizialmente lo si è fatto con una imposta di registro sull’asse ereditario (la cosiddetta “imposta sul morto”) applicata non solo alle cessioni di immobili mortis causa e per donazione, ma anche ai patrimoni mobiliari. Ciò secondo un inedito principio di iscrizione nei registri immobiliari, dei beni mobili e dei prodotti finanziari. Ed ora si vuol attuare una riedizione attenuata dell’imposta di successione abrogata dal governo Berlusconi: che rendeva un miliardo di gettito, perché pochi, fra gli abbienti, la pagavano. Il nuovo tributo, che graverebbe solo sui patrimoni dei “ricchi”, intendendo come tali quelli che lasciano almeno un miliardo, darebbe per altro, 150 milioni di gettito. Probabilmente meno del costo per riscuoterlo. Presumibilmente ciò perché i ricchi e molti altri eluderanno il tributo. Nel frattempo, tutto ciò, con i suoi effetti psicologici, arricchisce gli investimenti nelle banche svizzere.

Di un governo che partito lancia in resta con la bandiera delle liberalizzazioni, ora ripiega sulla statizzazione dei finanziamenti previdenziali privati, sulla tassa sui Suv, sull’imposta di successione sui “ricchi” che rende 150 milioni l’anno, che dire? Forse, però, si tratta del festival dell’economia di Trento.

Francesco Forte, esperto di finanza, è stato ordinario di Scienza delle finanze.

(c) Ideazione.com (2006)
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