Il vento dell'Est
di Nicola Iannello
Ideazione di novembre-dicembre 2005

Un dubbio si aggira per l'Europa, soprattutto in quella occidentale: e se la spiegazione di tutto stesse nel fatto che mentre l'Europa dell'Est è uscita dal socialismo reale, l'Europa dell'Ovest non l'ha ancora fatto, rimanendo sospesa nel limbo di un capitalismo virtuale?
Abituati a considerare la “nostra” Europa quella vera, abbiamo guardato per decenni all'altra Europa con un senso di superiorità e sufficienza, giungendo a nutrire dubbi sulla correttezza geopolitica delle conseguenze del crollo del comunismo e della fine dell'impero sovietico. Alzi la mano chi non ha provato un fremito lungo la schiena quando la Germania è tornata ad essere una (ricordate la gaffe di Andreotti sull'opportunità che restassero due?), quando la carta geografica è stata ridisegnata, assegnando colori diversi a territori prima tutti della stessa tinta, quando è venuta meno la “stabilità” assicurata dal Patto di Varsavia.

Poi è cambiato tutto. Ai timori istintivi è subentrato un sano pragmatismo: una transizione democratica senza scosse e un boom economico lungo un decennio hanno presentato alla ribalta continentale un gruppo di paesi dinamici che si sono dimostrati alleati politici affidabili e partner commerciali proficui. In capo a quindici anni – un battito di ciglia anche se un secolo come il Novecento fosse da considerare “breve” – nell'Unione Europea sono entrati paesi che facevano parte dell'Unione Sovietica, del Patto di Varsavia e della Jugoslavia. Un rivolgimento non solo politico ma anche e soprattutto culturale, di civiltà si direbbe oggi.

Che cosa è accaduto: è l'Europa occidentale a essersi orientalizzata o il contrario? Cerchiamo di capire. Prima di tutto una constatazione. È bastato poco più di un decennio di mercato – libero o selvaggio, decida il lettore – dopo decenni di statalismo – questo senz'altro selvaggio – per cambiare lo scenario internazionale. Certo, è facile imboccare la via della crescita economica una volta abbandonata la “non economia” della pianificazione centralizzata (su questo, si veda il Feuilleton su Ludwig von Mises, Ideazione 3/2005), e gli alti tassi di incremento del Pil dei paesi dell'Est non devono far dimenticare la differenza di proporzioni che corre tra un +5 per cento dell'Estonia e un +1 per cento dell'Italia, nel senso che occorre tener conto di quel “percento” a cui ci si rapporta. Degli otto paesi ex comunisti entrati nell'Unione Europea nel 2004, quello col reddito annuo pro capite più alto è la Slovenia (circa 12.700 dollari, al livello della Grecia), che era un po' la Lombardia della Jugoslavia. Gli altri sono ancora più lontani dai nostri standard. Ungheria e Repubblica Ceca vantano un reddito pro capite molto simile, rispettivamente di 5.900 e di 5.800 dollari, seguite dall'Estonia con 5.300; Polonia e Slovacchia si assestano a 4.800 dollari, Lettonia e Lituania sono più distanziate, con 3.000. Per intenderci, il dato dell'Italia è di 21.500 dollari.

Assodato questo, non si può assolutamente restare insensibili allo spettacolo di dinamismo offerto dalle economie – ma occorrerebbe dire dalle società – dell'Est. La formula del “miracolo economico” ben si adatta a molti degli Stati nati o emancipati dal crollo dell'Unione Sovietica; del resto una formula coniata per la rinascita economica italiana all'indomani della fine della seconda guerra mondiale si attaglia alla resurrezione di paesi usciti dalla catastrofe del comunismo.

Più dei dati statici, ad interessare dovrebbero essere le tendenze dinamiche. La Slovenia, ad esempio, vantava già un discreto benessere quando era una repubblica della Jugoslavia, l'Ungheria era un caso a parte nel mondo comunista, con un margine di libertà economica invidiabile, l'allora Cecoslovacchia non aveva ancora cancellato il ricordo di una solida repubblica democratica tra le due guerre mondiali (unico paese dell'Europa centro-orientale a non cadere nell'autoritarismo) che alla vigilia del secondo conflitto produceva un reddito pro capite uguale a quello della Svezia. Ma ad attirare di più il nostro interesse sono le “tigri baltiche”. Prendiamo il caso dell'Estonia. Parte della Russia zarista fino alla prima guerra mondiale, Stato indipendente tra le due guerre, non senza un'involuzione autoritaria, repubblica sovietica dopo la seconda guerra mondiale, di nuovo indipendente dal 1991, il paese baltico è protagonista di uno sviluppo impetuoso inscritto entro coordinate ben precise: privatizzazione di tutte le grandi industrie e imprese, liberalizzazione di tutti i mercati, ivi compreso quello del lavoro, abbattimento di tutti i dazi e delle quote doganali, apertura all'investimento dei capitali stranieri. A quest'ultimo proposito, basta considerare che i tre principali gruppi bancari del paese, che gestiscono il 90 per cento del mercato creditizio estone, sono stati acquistati da capitale straniero, senza particolari patemi sulla questione dell'estonità delle banche. Questa ricetta economica totalmente orientata al libero mercato ha assicurato all'Estonia tassi di crescita del Pil intorno al 5-6 per cento, con un'inflazione molto bassa. Il peso dello Stato è molto inferiore ai nostri modelli, con una spesa pubblica intorno al 39 per cento del Pil; gli altri due paesi baltici vedono un intervento della “mano visibile” ancor più leggero – intorno al 35 per cento – con una crescita del Pil che rimane superiore al 6 per cento. La vera domanda da farsi è quando questi paesi raggiungeranno il nostro livello di benessere materiale. Il successo del modello estone è tale che nell'Index of Economic Freedom, redatto dalla Heritage Foundation di Washington, il paese baltico si colloca al 4° posto nel mondo, mentre la Lituania occupa il 23° e la Lettonia il 28° (per intenderci, il Regno Unito è al 7°, gli Stati Uniti al 12°, l'Italia al 26°, la Francia al 44°).

Parte integrante del “miracolo orientale” è un approccio alla questione fiscale veramente innovativo. Degli otto paesi ex comunisti ora nell'Ue, quattro hanno un sistema fiscale caratterizzato dalla flat tax: le tre repubbliche baltiche e la Slovacchia. La via è stata aperta dall'Estonia del premier Mart Laar, il quale nel 1994 introdusse un'aliquota unica del 26 per cento, ridotta ora al 24, con tutta l'intenzione di scendere ancora. Presto si adeguarono gli altri due paesi baltici, la Lettonia con un'aliquota del 25 per cento e la Lituania con il 33, che resta di gran lunga il tasso più elevato tra tutti i paesi che hanno introdotto la tassazione “piatta”.

L'esempio delle tre ex repubbliche sovietiche è stato seguito e superato proprio dall'erede diretto dell'Urss: la Russia di Vladimir Putin, ben supportato dal suo consigliere economico Andrei Illarionov, nel 2001 ha addirittura giocato al ribasso, “rilanciando” con un tasso del 13 per cento. Tra l'altro la Russia è un caso di scuola dei benefici della flat tax: nei quattro anni dalla sua introduzione, il gettito dell'imposta sul reddito delle persone fisiche è raddoppiato (al netto dell'inflazione), a dimostrazione del fatto che un sistema fiscale non predatorio è garanzia di espansione economica e quindi di alte entrate per l'erario. Il primato nella corsa a ribassare il carico fiscale spetta però a un piccolo Stato, anch'esso frutto dell'implosione dell'impero sovietico: la Georgia ha stabilito il record di leggerezza del prelievo con un'aliquota del 12 per cento. Tra gli altri paesi ex comunisti che hanno fatto propria la flat tax troviamo l'Ucraina con un'aliquota del 13 per cento, la Serbia col 14 per cento, la Romania col 16, la Slovacchia col 19. La tassazione “piatta” è l'argomento del momento. Se ne discute in Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Croazia. A questo punto si aspetta quel che accadrà in Polonia, dove nella coalizione di centrodestra che ha vinto le elezioni legislative è presente il partito Piattaforma civica, che ha ottenuto alle urne un più che rispettabile 24 per cento, e che propone una flat tax al 15 per cento. Dopo i tentennamenti dei cristianodemocratici tedeschi, che in campagna elettorale hanno prima lanciato il sasso e poi nascosto la mano, e dopo il voto in cui pur di ottenere il cancellierato hanno ceduto i ministeri economici alla Spd, si può immaginare che il destino della rivoluzione fiscale sia nelle mani dei polacchi? Tra l'altro un'eventuale flat tax polacca avrebbe un peso non trascurabile all'interno dell'Unione Europea, riguardando un paese di 38 milioni di abitanti. L'augurio da fare è che questa concorrenza fiscale che arriva dall'Est non riaccenda le tendenze di Bruxelles all'armonizzazione, che di solito altro non è che l'imposizione di un'uniformità a danno dei cittadini: in questo caso un ritocco verso l'alto di aliquote impositive ritenute troppo basse. Per misurare la distanza tra Oriente e Occidente, occorre rammentare che la flat tax è considerata stravagante anche in America, dove a sostenerla è solo il repubblicano Steve Forbes, che propone un'imposizione al 17 per cento. E dire che gli Stati Uniti sono stati protagonisti di una rivoluzione fiscale non da poco, che ha visto nell'era di Reagan l'abbassamento dell'aliquota marginale al 38,6 per cento, un risultato che nessuno si sogna al momento di mettere in discussione. Sull'onda della famosa curva di Laffer, si è comunque imposto il punto fondamentale che il gettito fiscale non è una variabile indipendente ma un dato profondamente influenzato dalla struttura delle aliquote impositive; in estrema sintesi, un fisco rapace disincentiva la produzione di ricchezza e incentiva l'evasione, mentre un fisco leggero incoraggia la prima e scoraggia la seconda, con evidenti ricadute sul gettito. La flat tax rientra in questa prospettiva: una bassa imposizione proporzionale permette di conciliare crescita del reddito e incremento del gettito.

Ma qui ritorna il dubbio posto all'inizio: non è che un'autentica uscita dal socialismo reale costituisca il vantaggio concreto dei paesi dell'Est?
Spieghiamo. L'imposizione fiscale dei paesi occidentali è informata a criteri di progressività perché persegue un'idea di giustizia sociale che ha ascendenze marxiane: è infatti nei punti programmatici del Manifesto del Partito comunista che Marx ed Engels propongono l'adozione di un'imposta fortemente progressiva, in attesa della conquista del potere. Il successo del marxismo ha avuto solo differenze di grado: nei paesi comunisti il socialismo si è realizzato pienamente, nei paesi del consenso socialdemocratico si è realizzato parzialmente. Il crollo del comunismo ha prodotto uno scenario nuovo: i paesi ex comunisti lo sono per davvero, quelli occidentali lo sono molto meno: l'altra Europa sta diventando la vera Europa.





Nicola Iannello, giornalista, è dottore di ricerca in Storia delle dottrine politiche.

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