Come si finanziano i partiti
di Francesco Forte
Ideazione di settembre-ottobre 2006

Il finanziamento dei partiti in Italia avviene, in gran parte, mediante i contributi pubblici: nel 2005 circa 160 milioni di euro. La cifra varia di anno in anno, perché i contributi si collegano alle tornate elettorali (nel 2005 le elezioni regionali). Le spese annuali dei partiti, stando ai dati dello scorso anno, sono circa 228 milioni. L’autofinanziamento, nel 2005, ha rappresentato 41 milioni circa. Dunque c’è stato un deficit di circa 28 milioni. Forza Italia ha avuto un’entrata di 51 milioni contro 54 milioni di spese. E i partiti, in misura diversa, sono indebitati, in parte per l’eccesso delle spese effettive sulle entrate, in parte per l’accumulo di interessi passivi sui prestiti. Ciò dipende, in parte, dal fatto che le erogazioni pubbliche han luogo come “rimborsi”, quindi ex post rispetto alle spese effettuate dai partiti che, pertanto, s’avvalgono di anticipazioni bancarie. Ma in parte maggiore dipende dal fatto che i deficit di esercizio si trasformano in debiti e questi generano interessi passivi. Attualmente il volume dei debiti dei partiti è di circa 225 milioni, di cui 180 dei ds e 113 di Forza Italia (quest’ultima, per altro, ha una garanzia fideiussoria del suo presidente Silvio Berlusconi di 75 milioni). Insomma, il partito più indebitato è il maggiore della sinistra, quello più strutturato e articolato sul territorio e per funzioni, che ha anche le maggiori spese per il personale. Al secondo posto, c’è la Margherita che, evidentemente, ha ereditato la robusta struttura organizzativa della sinistra dc.
Queste cifre ufficiali, pur nella loro opinabilità, dovuta ai variabili criteri di registrazione delle spese e delle entrate, a volte per competenza e a volte per cassa, sono per difetto, in quanto una parte dei costi e dei ricavi dei partiti non viene registrato nei loro bilanci, si svolge mediante gestioni extra bilancio. Sul lato dei costi fuori bilancio è molto importante la propaganda gratuita per certi partiti e candidati effettuata – non solo durante le campagne elettorali, ma in modo continuativo, così da generare opinioni condivise – da giornali e gruppi editoriali amici, in collegamento con lobbies economiche. Essa è tanto più efficace in quanto non si svolge mediante vera pubblicità, ma con gli editoriali, le articolesse, i servizi dei giornalisti e i sondaggi d’istituti che lavorano, per contratto, per quei gruppi editoriali o/e a cui essi danno risalto. Infatti, se s’osservano le spese per la propaganda elettorale del 2005 si nota che Forza Italia – che, nonostante le tv di proprietà del suo leader (soggette alla regolamentazione pubblica della par condicio), dispone in misura molto limitata di giornali e servizi di informazione nazionali e regionali – ha speso in propaganda e servizi ben 33,5 milioni di euro, mentre i ds – che contano su una ampia macchina editoriale amica, costituita da giornali (anche tramite il sindacato dei giornalisti), case editrici, librerie – hanno speso solo 16 milioni di euro. E la Margherita – che è il beniamino del maggior complesso editoriale-industriale-bancario italiano e può contare su uno stuolo d’intellettuali che la sostengono, nella pubblica opinione, coi media della stampa, le informazioni Internet, i sondaggi d’opinione, i convegni (ripresi dai media) e le opere librarie, in evidenza nelle librerie dei gruppi amici – è riuscita a cavarsela con 9,7 milioni. an – che non ha alcun sostegno di lobbies editoriali della stampa d’opinione e di svago “indipendente” o nell’editoria libraria e nelle librerie – ha speso, per propaganda e servizi, 17,6 milioni. Dunque più dei ds e molto di più della Margherita. Ma la presenza dei politici e delle opinioni dei ds e soprattutto della Margherita è stata di gran lunga maggiore di quella di an.
L’altro finanziamento extra bilancio molto rilevante dei partiti, soprattutto di quelli con una grossa macchina organizzativa sul territorio (particolarmente utile per le elezioni regionali e locali), che ne riduce i costi registrati in bilancio, è costituito dall’impiego di personale di enti pubblici, di privati, di sindacati che lavora informalmente o con “distacco gratuito” nelle varie sedi del partito o nei suoi organismi collaterali, mentre è pagato dal proprio datore di lavoro. Ciò, ad esempio, è possibile quando un partito è collegato a potenti organizzazioni cooperative, che ricambiano l’appoggio politico mediante il distacco permanente o temporaneo di personale. In modo un po’ meno corretto, ciò può avere luogo mediante il distacco di personale di imprese ed enti pubblici comunali, regionali, parastatali.

Sul lato dei ricavi extra bilancio, si segnala la pubblicità sugli organi e nei convegni di partito, effettuata da imprese, organizzazioni ed enti. Anche qui sono importanti i rapporti simbiotici con imprese cooperative e quelli con le amministrazioni regionali e locali.
Nonostante esistano questi finanziamenti extra bilancio, dai dati di bilancio dei partiti, che abbiamo appena visto, risulta che i partiti non possono vivere senza finanziamenti derivanti dai privati ma che l’attuale finanziamento di privati, registrato di bilancio o fuori bilancio, non basta a coprire la differenza fra finanziamento pubblico e spese. E, d’altra parte, si può rilevare che l’autofinanziamento di bilancio è tanto più necessario quanto meno il partito dispone di lobbies amiche, nel mondo dell’informazione e della cultura e può fare affidamento su personale stipendiato da organismi collaterali e lobbies amiche.
Nell’impostazione tradizionale (quella per cui il finanziamento dei partiti da parte dei privati si denomina ancora “autofinanziamento”) i partiti si finanziavano con le tessere degli iscritti che, a loro volta (nei partiti democratici), erano molto importanti in quanto gli organi del partito periferici e centrali venivano eletti dai tesserati. Il partito era dunque concepito come un grande club che si regge principalmente sulle quote associative degli iscritti. Le erogazioni liberali di sostenitori avevano soltanto un ruolo integrativo. Attualmente la situazione s’è invertita, non tanto perché sia diminuito il numero di tesserati (un fenomeno reale) o perché siano diminuite le quote associative (un fenomeno limitato a pochi casi), ma perché sono aumentati i costi della politica. E i proventi delle tessere, quindi, non hanno più il ruolo di un tempo. Nei bilanci attuali dei partiti i proventi derivanti dal tesseramento rappresentano una quota modesta delle entrate e (a fortiori) delle spese. Nel 2005 Forza Italia, su 10 milioni di finanziamento privato (pari al 20 per cento delle entrate), ha incassato per tesseramento solo 4,2 milioni d’euro.
Da tutto ciò si desume che per il finanziamento dei partiti è indispensabile un importante flusso di finanziamento privato, costituito dalle erogazioni liberali. Ciò tanto più, quanto meno un partito può far appello su costi e ricavi fuori bilancio di organismi collaterali e lobbies amiche. Il complesso rapporto fra lobby e finanziamento dei partiti acquista tanta più trasparenza, quanto più questo tipo di finanziamento si sviluppa e non viene ostacolato da erronee impostazioni giudiziarie. In un sistema democratico evoluto con economia di mercato le erogazioni liberali sono il sale del finanziamento del “terzo settore”. Dovrebbero esserlo anche del finanziamento della politica. Ma, al riguardo, ci sono enormi diffidenze, in parte derivanti da incomprensioni ideologiche, in parte strumentali.
È, certo, difficile immaginare che le erogazioni liberali ai partiti possano pervenire, in misura rilevante, da donazioni di persone, società commerciali e organismi associativi completamente disinteressati, o che effettuano tali donazioni per scopi puramente ideali e non hanno alcun rapporto diretto o indiretto con gli organismi pubblici in cui i partiti a cui erogano i propri fondi hanno o possono avere una influenza rilevante.
Osservando la realtà delle democrazie, possiamo distinguere i finanziatori dei partiti in tre “modelli” via via meno distorcenti del processo politico e di quello economico e sociale: a) gli organismi e gli enti collaterali, che finanziano il “proprio” partito, con apporti fuori bilancio e di bilancio, in un rapporto simbiotico da cui traggono un mutuo vantaggio; b) i gruppi d’interesse e di potere che finanziano i partiti amici, con operazioni fuori bilancio o di bilancio, per i propri fini, senza un rapporto organico, ma spesso con un collegamento sistematico. c) i mecenati, che finanziano, in modo trasparente, cioè con operazioni che compaiono nel bilancio o fuori bilancio palesi e non interferenti, uno o più partiti, o iniziative collaterali, che rispondono alla loro ideologia o/e all’immagine che desiderano dare di sé. In questo terzo modello, di mecenatismo, il donatore non interferisce con le linee politiche dei partiti finanziati, a differenza che nel secondo; né è legato da un rapporto simbiotico personale e organizzativo col partito finanziato.

Possiamo prendere, quale esempio concreto del primo modello, i vari organismi collaterali dei partiti di sinistra storici (comunisti, socialisti e socialdemocratici): cooperative, sindacati, organizzazioni di lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, eccetera) e egli organismi collaterali analoghi, ma con finalità religiose, dei partiti democratici cristiani storici. Nell’economia dirigista, un fecondo rapporto simbiotico era quello con le imprese pubbliche statali. Il rapporto simbiotico è rimasto con le imprese pubbliche locali.
Protagonisti del secondo modello sono le banche, i grandi gruppi industriali, le associazioni bancarie e di industriali ed i gruppi economico-editoriali; qui i gruppi di potere e di interesse assumono, spesso, anche una leadership di tipo parapolitico, vuoi tramite i propri media e i propri intellettuali, vuoi tramite organismi rappresentativi degli interessi, come le associazioni di categoria (Confindustria, Associazione Bancaria Italiana, eccetera).
Per il terzo modello è possibile individuare due tipologie: 1) quegli operatori economici, da giovani simpatizzanti o tesserati di un partito, che hanno avuto successo ed hanno conservato, col partito, un legame di simpatia; 2) quegli operatori economici che ritengono che certi movimenti politici o partiti, non necessariamente nel medesimo schieramento, siano più consoni allo sviluppo dell’economia in cui essi operano e, pertanto, li finanziano per fini di interesse generale e, nel contempo, utilizzano il rapporto che così si crea per accrescere la propria immagine e reputazione e per cercarsi simpatie.
Si può argomentare che, generalmente, il finanziamento liberale dei partiti da parte di singoli mecenati, per quanto rilevante, è una quota limitata del loro fabbisogno finanziario globale. E si può arguire che, sia per questo sia per il fatto che questi mecenati non interferiscono con le scelte politiche e culturali delle attività finanziate, le loro erogazioni non appaiono determinanti per la politica pubblica nazionale o regionale. Dunque, non si può sostenere che la singola erogazione liberale sia realmente ripagata, in termini di quadro politico generale con un effetto commisurato al costo dell’erogazione. Il finanziamento a un partito, mediante atti di liberalità singoli, anche se molto consistenti, dunque, è in larga misura un “bene pubblico”. Ma è errato desumere da ciò che, pertanto, queste erogazioni celino, per loro natura, un tornaconto occulto in termini di specifici benefici economici. Infatti esse, comunque, generano un rilevante effetto d’immagine vantaggioso. E, da ciò, i mecenati traggono un vantaggio economico di carattere generale, in termini di reputazione e simpatia. Analogamente, senza considerare l’importanza di questo effetto, non si spiegherebbero le grandi erogazioni liberali a fondazioni benefiche, assistenziali, artistiche e culturali e il mecenatismo sportivo.
Mi sembra evidente che il primo modello di finanziamento privato sia scarsamente accettabile in un sistema politico “liberale” ad economia di mercato, dove gli organismi sindacali, le cooperative, le associazioni religiose dovrebbero essere indipendenti dai partiti e dove il finanziamento dei partiti da parte di privati dovrebbe essere trasparente. Così come trasparenti dovrebbero essere le attività lobbistiche. Ma, per loro natura, il finanziamento di partito e il lobbismo che s’instaurano e rafforzano tramite la simbiosi fra partiti ed organismi collaterali, con annesse “porte girevoli”, per i dirigenti degli uni e degli altri, non sono trasparenti. E generano effetti perversi, tramite i finanziamenti extra bilancio dei partiti e il rafforzamento del neocorporativismo. Quando un ministro delle Attività Produttive ds liberalizza i farmaci da banco consentendo che vengano venduti, oltreché dalle farmacie, anche (ma solo) dai supermercati, in larga misura, in Italia, gestiti da cooperative della Lega delle cooperative, a quale fenomeno s’assiste, considerando la simbiosi finanziaria fra ds e coop?

In un sistema politico liberale ad economia di mercato il secondo tipo di lobbismo è inevitabile, dato che gli interessi organizzati hanno diritto di influire, peraltro in modo trasparente, sulle scelte pubbliche democratiche. Ma in quel tipo di sistema non dovrebbe però essere ammesso il rapporto che in Italia esiste tra banche-giornali e industrie-giornali e politica, con gruppi di interesse economici che, per tale via, dettano la linea politica ai partiti e indicano, anzi, chi debba assumere le massime cariche dello Stato.
Il lobbismo del primo e del secondo modello, in Italia, ha anche prodotto la crescita anomala della “concertazione” delle politiche pubbliche nazionali, in cui le organizzazioni sindacali e quelle degli industriali si accordano, con un rapporto trilaterale, col governo. Questo neocorporativismo comporta un potere anomalo e ambiguo delle lobbies (fra le quali rientrano, ormai, gli organismi sindacali) che inquina e deforma la politica, svilendo il ruolo degli organismi della democrazia rappresentativa.
è evidente che in un sistema politico liberale il finanziamento privato ai partiti più consono è quello del terzo modello. La legge italiana sul finanziamento consente le liberalità a favore dei partiti sia da parte di persone fisiche che di persone giuridiche e associazioni, ma condiziona queste seconde alla pubblicità. È accaduto, ai tempi di Tangentopoli, che l’onorevole Citaristi, segretario amministrativo della dc, dichiarasse l’elenco dei finanziamenti ricevuti, sia quelli non resi pubblici e sia quelli resi pubblici a norma di legge, e che il giudice penale perseguisse alcuni operatori economici che avevano effettuato finanziamenti regolari per reati di corruzione riguardanti appalti e forniture pubbliche, sulla semplice presunzione che un operatore economico che ha finanziato un partito di governo ed ottiene una commessa pubblica sia, per ciò stesso, autore di un illecito, assieme all’uomo politico o/e ai funzionari che hanno gestito il contratto. Alcuni casi si sono conclusi con condanne, altri con assoluzioni. Il fenomeno s’è ripetuto recentemente. La presunzione che un atto di liberalità a favore di un partito implichi, per sua stessa natura, un interesse illecito di chi la fa contraddice la norma che considera leciti questi finanziamenti, se dichiarati, e genera un grosso colpo al miglior modello di finanziamento privato dei partiti in una democrazia liberale.


Francesco Forte, uno dei massimi esperti di finanza e analisi economica, è stato ordinario di Scienza delle finanze nelle più prestigiose università italiane.

(c) Ideazione.com (2006)
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