Le quattro Americhe Latine
di Maurizio Stefanini
Ideazione di
marzo-aprile 2007

Iniziato il 27 novembre 2005 in Honduras, quello che i latino-americani definiscono l’“anno elettorale” della regione è andato avanti con le Politiche del Venezuela (4 novembre); Cile (11 dicembre); Bolivia (18 dicembre); ballottaggio presidenziale in Cile (15 gennaio); Costa Rica (5 febbraio); Haiti (7 febbraio); Politiche in El Salvador e in Colombia (12 marzo); Perù (9 aprile); secondo turno delle Politiche ad Haiti (21 aprile); Politiche nella Repubblica Dominicana (16 maggio); presidenziali in Colombia (28 maggio); ballottaggio presidenziale in Perù (4 giugno); Messico e Assemblea Costituente in Bolivia (2 luglio); Brasile (primo ottobre); Ecuador (15 ottobre); ballottaggio presidenziale in Brasile (29 ottobre); Nicaragua (5 novembre); ballottaggio presidenziale in Ecuador (26 novembre); Amministrative in Perù (19 novembre). Per concludersi di nuovo in Venezuela, con le Presidenziali del 3 dicembre. A essere precisi, andrebbero poi contati due importanti referendum: il 2 luglio in Bolivia sulla devolution ai dipartimenti; il 22 ottobre a Panama sull’ampliamento del Canale. Né va dimenticato che l’anno elettorale si è in realtà esteso anche in quella parte d’America non considerata Latina, visto che il 23 gennaio 2006 ci sono state le Politiche in Canada, il 31 maggio quelle nella colonia britannica di Montserrat, il 28 agosto il voto per presidente e parlamento in Guyana e il 7 novembre le mid-term negli Stati Uniti.

Con l’avvertenza che stabilire ciò che è di destra e ciò che è di sinistra può essere oltre modo complicato, in tutte e due le aree i dati mostrano una lieve tendenza a favore della sinistra: 12 elezioni assegnabili alla sinistra contro 10 alla destra nell’America Latina; e 2 a 1 nell’America non Latina (successo dei democratici usa e risultato della Guyana contro ritorno dei conservatori al governo in Canada). In Brasile, Ecuador e Nicaragua, però, la vittoria della sinistra alle Presidenziali ha fatto più rumore che non quella della destra al Congresso. Per di più, questo anno elettorale è venuto dopo una serie cospicua di risultati che dal 1998 in poi avevano portato presidenti di sinistra al potere via via in Venezuela, Cile, Ecuador, Argentina e Uruguay. Questi governi di sinistra di Brasile, Argentina e Uruguay, assieme a quello di destra del Paraguay loro collegato nella zona di integrazione economica del Mercosur, al vertice panamericano di Mar del Plata del 4 e 5 novembre 2005 avevano poi fatto blocco con il Venezuela di Chávez per far fallire il progetto usa di creazione di un’area di libero scambio emisferica, anche se per motivi diversi. Il Venezuela, infatti, era ostile di principio a ogni ipotesi di integrazione economica con gli usa. Gli altri quattro paesi chiedevano semplicemente che Washington facesse maggiori concessioni in materia di dazi e sussidi per i prodotti agricoli, accusando con un certo fondamento gli americani di volere il libero scambio solo quando fa loro comodo.

Bolívar contro Monroe, ma non solo
Non solo per questa cooperazione ma anche per altri tipi di intesa Chávez comunque aveva iniziato a parlare di un Asse Bolivariano anti-usa contrapposto a un Asse Monroiano di altri paesi “asserviti all’imperialismo”. Concordando sulla contrapposizione anche se non sulla valutazione anti-usa di Chávez, anche il noto latino-americanologo della cnn Andrés Oppenheimer nei suoi talk-show e negli editoriali che scrive per molti giornali latino-americani aveva invece usato i termini più neutri di Asse Atlantico e Asse Pacifico, che avevano inoltre il vantaggio di far passare il momento analitico dalla fase dell’ideologia a quello della geopolitica. Orecchiate di terza o quarta mano, queste notizie e analisi hanno indotto la maggior parte dei mass-media nostrani a descrivere un’uniforme onda rossa che si sarebbe ormai distesa su tutto l’ex “cortile di casa” degli Stati Uniti, e di cui Chávez sarebbe appunto il grande regista. Nella realtà, però, la panoramica degli attuali governi latino-americani andrebbe ascritta ad almeno quattro gruppi diversi. Potremmo così definirli nell’ordine:

Governi radicali pro-Chávez. Lo stesso Venezuela, naturalmente, e poi Cuba, Bolivia e Ecuador, col Nicaragua che sfuma verso il secondo gruppo.
Governi amici di Chávez ma non radicali
: assieme al Nicaragua, un po’ a metà strada rispetto al primo gruppo, ci sono Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Ci si potrebbero mettere anche Panama e Haiti, che però sfumano verso il terzo gruppo.
Governi di sinistra ma contrapposti a Chávez
: Perù, Cile, Costa Rica, Honduras, Repubblica Dominicana. Questi ultimi tre sfumano però verso il quarto gruppo, mentre Haiti e Panama sfumano verso il secondo.
Governi non di sinistra: Messico, Colombia, Guatemala, El Salvador.

I governi radicali
Sono quelli di sinistra i cui leader hanno apertamente fatta propria l’opzione del socialismo del Ventunesimo secolo di Hugo Chávez. Un indice empirico per individuarli è rappresentato dall’alba: quell’Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe che si propone come modello di integrazione economica alternativa a quella già propugnata dagli Stati Uniti dell’alca (afta nella sigla inglese), Area di libero scambio delle Americhe. Nata il 14 dicembre 2004 con un accordo diretto rea Hugo Chávez e Fidel Castro attorno allo scambio petrolio-medici e tecnici tra Cuba e Venezuela, si è poi estesa dal 29 aprile 2006 alla Bolivia di Evo Morales, dove stanno arrivando petrolio, medici cubani e soldati venzuelani tutti assieme, e dove inoltre il Venezuela ha acquistato il 94 per cento della principale finanziaria del paese. E il 10 gennaio 2007, all’atto stesso di insediarsi come nuovo presidente del sandinista Daniel Ortega, ha annunciato la sua prossima adesione anche il Nicaragua, pur mantenendosi nel contempo dentro al cafta, trattato di libero commercio centro-americano con gli Stati Uniti. Ma Chávez, dopo aver finanziato la sua campagna elettorale anche a colpi di forniture di petrolio ai sindaci sandinisti, gli ha promesso ora un gasdotto, decine di centrali, una raffineria e 10 milioni di barili di petrolio all’anno a prezzo sovvenzionato: un valore di 600 milioni di dollari, contro i 300-400 che il Nicaragua riceve oggi in prestiti da tutto il resto del mondo.

Al contrario, nell’insediarsi il 15 gennaio 2007 il nuovo presidente ecuadoriano Rafael Correa ha annunciato la sua intenzione di aderire all’alba, dicendo nel contempo no al proposto trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Anzi, ha pure stabilito che non rinnoverà agli Stati Uniti la concessione della base militare di Manta, in scadenza nel 2009. Non è però entrato nell’alba subito. Non avendo infatti voluto presentare liste in Congresso, al momento non ha con sé neanche un deputato. E la sua prima mossa è dunque il tentativo di indire un referendum per un’Assemblea Costituente eventualmente in grado di mettere in mora il Congresso. Va ricordato che la stessa combinazione tra referendum e Costituente fu usata da Chávez subito dopo il suo arrivo alla presidenza, per liberarsi di un Congresso in cui il suo partito era minoritario e imporre una nuova Costituzione improntata alle sue idee. E una Costituente è stata convocata anche da Morales, anche se dopo sei mesi è ancora impantanata su questioni procedurali e non ha approvato neanche un articolo. Come Cuba e la Bolivia, il Venezuela di Chávez ha sostenuto la traballante economia dell’Ecuador con l’acquisto di bond per 25 milioni di dollari già prima dell’elezione di Correa. E i governi dell’alba sono anche quelli oggetto delle attenzioni del presidente iraniano Ahmedinejad che si era già recato a Cuba in occasione del Vertice dei non allineati dello scorso settembre, cogliendo l’occasione per fare un salto a Caracas. E a Caracas è tornato il 13 gennaio, firmando nuovi accordi con Chávez, assistendo al suo insediamento e concordando con lui una strategia comune all’opec per far aumentare i prezzi del greggio. Ma soprattutto i due hanno spiegato che un fondo di 2 miliardi di dollari già costituito per finanziare progetti in Iran e Venezuela sarebbe stato rivolto anche ad altri paesi, «al fine di controbattere la dominazione statunitense». I due si sono poi recati assieme al giuramento di Ortega, con cui Ahmedinejad ha firmato un accordo di cooperazione economica. Ahmedinejad ha poi accompagnato Chávez anche a presenziare all’insediamento di Correa a Quito. Qui si è visto col boliviano Morales, per cercare accordi commerciali e diplomatici.

Naturalmente, non bisogna trascurare le differenze. Personali, innanzitutto, tra gli ex-guerriglieri Fidel Castro e Daniel Ortega, il colonnello Hugo Chávez, il sindacalista cocalero Evo Morales e il professore di economia Rafael Correa. Ideologiche: comunista Fidel; ex-marxista e nell’Internazionale Socialista Ortega; caudillista e ispirato a un originale amalgama tra Simón Bolívar, terzomondismo, teologia della liberazione e pensiero no global Chávez; indigenista Morales; cattolico di sinistra Correa. Ma fondamentale è soprattutto il differente rapporto tra leader, Stato e movimento. Cuba, infatti, è un regime comunista classico, modellato sulle Costituzioni dell’Europa dell’Est pre-1989, e su certi punti ancora più radicale di loro (l’assoluto rifiuto di ogni forma di iniziativa privata in agricoltura, che perfino l’Unione Sovietica permetteva in piccola misura). Chávez è invece un classico caudillo militare che ha strutturato il suo movimento politico dall’alto, riducendo inoltre drasticamente il pluralismo politico ed economico a colpi di manipolazioni elettorali, occupazione di parte delle istituzioni e leggi liberticide sui media. Ma formalmente il paese resta una democrazia, sebbene per il boicottaggio dell’opposizione il Congresso sia ormai tutto in mano ai sostenitori di Chávez e lo stesso presidente si sia fatto dare i pieni poteri per governare a colpi di decreti. Morales al contrario è un leader che emerge dal basso, e sebbene anche in Bolivia un’opposizione combattiva venga spesso affrontata in modo extra-legale a colpi di mobilitazioni dei seguaci del partito di governo, l’impressione che dà Morales è di essere trascinato dalla sua base, piuttosto che di utilizzarla scientemente. Quanto all’Ecuador, alcune battute di Correa contro la democrazia dei partiti lo rendono potenzialmente più estremista ancora di Morales e Chávez. Ma, come già ricordato, non ha neanche un suo vero e proprio movimento, e fin quando si troverà contro 71 deputati su 100 le sue possibilità resteranno limitate. E poi le organizzazioni di base su cui potrebbe eventualmente contare come massa di manovra lo considerano più un alleato che un leader.

Infine Ortega, il cui passato è quello che è, ma che dopo tre sconfitte elettorali di fila a queste elezioni è riuscito infine a imporsi con una strategia di sfondamento tra i moderati basata su accordi con elementi non solo di centro, ma di centro-destra e addirittura di destra. Tant’è che il suo stesso vice è un banchiere già legato a Somoza e leader della rivolta Contra. D’altra parte, è stato solo per la divisione suicida tra i due candidati liberali se Ortega ha vinto, e comunque in Congresso i sandinisti sono minoritari. Dunque, se l’adesione all’alba e i contatti con Ahmedinejad lo collocano nel primo gruppo, per il resto il suo profilo è piuttosto da secondo gruppo. L’amministrazione Bush ha comunque deciso di considerarlo in questa chiave, mandando al suo insediamento una delegazione di alto profilo, dopo che la stessa Casa Bianca gli aveva inviato un messaggio di congratulazioni ufficiali.

Gli amici di Chávez non radicali
Un secondo gruppo di paesi è rappresentato dai governi amici sì di Chávez, ma non considerabili radicali. In qualche caso perché espressioni di coalizioni in cui la sinistra sta assieme a settori del centro e addirittura della destra, stile Ulivo o Unione in Italia. In Uruguay, ad esempio, il Fronte Ampio al governo è una coalizione di ben 26 partiti che vanno dagli ex terroristi Tupamaros fino a gruppi usciti dai tradizionali partiti Colorado e Blanco, passando per comunisti, socialisti, democristiani e varie sfumature di socialdemocrazia e marxismo-leninismo. In Brasile Lula è stato sostenuto da una coalizione in cui col suo Partito dei Lavoratori (pt) c’era il Partito comunista ma anche quello liberale, che ha fornito il vicepresidente. Poiché questa alleanza non ha comunque mai avuto la maggioranza in Congresso è stato costretto ad accordarsi non solo col Partito Socialista ma anche coi centristi del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (pmdb) e perfino con la destra del Partito Progressista, erede dei sostenitori del regime militare del 1964-85. Comunque, per il suo moderatismo di governo il pt ha subito la scissione della sua ala di sinistra, che si è costituita in un Partito Socialismo e Libertà la cui candidata Heloísa Helena alle ultime presidenziali ha ripetutamente accusato Lula di essere “corrotto” e “mafioso”. E in Nicaragua, come già ricordato, Ortega si è scelto come vice l’ex-somozista e ex-contra Jaime Morales. Senza contare che ha pure corteggiato in modo serrato la Chiesa cattolica, al punto da far votare ai sandinisti l’abolizione dell’aborto terapeutico.

Néstor Kirchner, presidente argentino, è poi un critico del neo-liberalismo proveniente però da quello stesso Partito Giustizialista che nella precedente presidenza di Carlos Saúl Menem ne aveva data una delle espressioni più significative a livello continentale. E ancora più trasformista è il caso del presidente paraguayano Nicanor Duarte Frutos, espressione di quello stesso Partudo Colorado che è al governo dal 1940 e cui sono via via appartenuti il generale Alfredo Stroessner, dittatore di estrema destra tra 1954 e 1989 e il generale Andrés Rodríguez, tra l’altro consuocero del precedente, ma protagonista di una transizione moderata alla democrazia con la benedizione usa attraverso un golpe e la successiva presidenza del 1989-94. E Juan Carlos Wasmosy, presidente tra 1994 e 1999 su una piattaforma di piena adesione ai modelli liberisti e privatizzatori del cosiddetto Consenso di Washington. E Lino Oviedo, il generale che con due falliti golpe tentò invano di diventare un Chávez paraguayano. E Raúl Cubas Grau, che nel 1999 fu eletto presidente come fantoccio di Oviedo. E Luis María Argaña, che per un impiccio tipico da Partido Colorado del Paraguay divenne vicepresidente pur essendo anti-oviedista arrabbiato, finendo assassinato. E Luis Ángel González Macchi, proiettato alla presidenza dalla sommossa che scoppiò contro Cubas e Oviedo, incolpati del delitto da oppositori e argañistas. E ora appunto Duarte Frutos, che si mantiene amico di Chávez al punto che la stampa italiana distratta (cioè, quasi tutta) in certe cartine comparse tra fine 2006 e inizio 2007 ha messo anche il Paraguay come paese con governo di sinistra!.

Come il primo gruppo si articola attorno all’alba, anche il secondo gruppo ha un punto istituzionale di raccordo rappresentato dal Mercosur: l’area di integrazione economica nata nel 1991 tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay sul modello dell’allora Comunità Europea, e a cui il Venezuela di Chávez si è ora associato con l’intenzione esplicita di trascinarlo sulle sue posizioni. E in effetti il Mercosur ha assecondato la sua battaglia per affondare l’Alca. Ma un conto è il risentimento per i dazi agricoli usa; un altro seguire Chávez nella sua palingenesi rivoluzionaria, sebbene il suo greggio faccia gola a tutti, e il Venezuela bolivariano abbia pure acquistato in quantità bond argentini altrimenti incollocabili dopo il default deciso da Kirchner. Tra l’incudine e il martello si trova infatti soprattutto Néstor Kirchner, dopo che la magistratura argentina ha incriminato un bel po’ di pezzi grossi iraniani per la storia degli attentati degli anni Novanta, la magistratura iraniana ha a sua volta spiccato mandato di cattura internazionale per i magistrati argentini, e il presidente ha cacciato dal governo il sottosegretario filo-chavista Luis D’Elía, che era andato a esprimere solidarietà all’ambasciata iraniana. Terrorizzato all’idea che Chávez potesse prenderlo sotto braccio per fargli fare una foto assieme a Ahmedinejad, Kirchner ha disertato la cerimonia di insediamento di Correa, mandando al suo posto il vicepresidente Sciolli. Quanto al Brasile, Lula ha fatto smentire ufficialmente certe sue confidenze private apparse sulla stampa, e secondo le quali avrebbe rimproverato Chávez di stare «civettando con l’autoritarismo». Ma si tratta di smentite che non convincono nessuno.

In campo interno, dunque, nessuno di questi paesi corre i rischi di involuzione autoritaria di quelli del primo blocco. Mentre sul piano internazionale la regola aurea è quella del colpo al cerchio e dell’altro alla botte. Tutti quanti questi governi si oppongono ad esempio a che Cuba sia condannata all’onu per violazione dei diritti umani, ma Kirchner si è dato da fare in favore di una nota dissidente cubana con parenti in Argentina. Tutti questi governi si oppongono all’alca, ma Uruguay e Paraguay hanno aperto con gli usa negoziati per un Trattato di libero commercio. Tutti questi governi hanno votato per il Venezuela al Consiglio di Sicurezza dell’onu, ma il Brasile e l’Argentina hanno cooperato con gli Stati Uniti in una forza multinazionale inviata ad Haiti che Chávez vedeva come il fumo negli occhi. Quanto a Telesúr, l’anti-cnn voluta da Chávez, vi partecipano con Venezuela, Cuba e Bolivia anche l’Argentina e l’Uruguay, ma non il Paraguay e nemmeno il Brasile. In compenso, la teorica vicinanza ideologica non sta affatto impedendo che tra i governi di Buenos Aires e Montevideo divampi un durissimo contenzioso per una cartiera che gli uruguayani stanno costruendo presso il confine e che gli argentini accusano di inquinare.

Ci sono poi Panama e Haiti. Il presidente di Panama, Martín Torrijos Espino, è figlio di quel generale Omar Efraín Torrijos Herrera che fu l’uomo forte del paese nel periodo che va dal golpe del 1968 alla sua morte in un misterioso incidente nel 1981, che ottenne da Carter il Trattato con cui gli usa si impegnarono a restituire il Canale, e il cui regime militare di sinistra è uno dei modelli cui Chávez si ispira. Il Partito rivoluzionario democratico (prd), fondato da Torrijos padre e oggi guidato da Torrijos figlio, è dunque una forza politica non solo di sinistra, ma che a suo tempo appoggiò anche il regime di Noriega. E anche il presidente haitiano René Préval è un uomo di sinistra, proveniente dal partito dell’ex-prete di sinistra trasformatosi in caudillo Jean-Bertrand Aristide, anche se poi se ne è distanziato. Tutti e due sono in affari con Chávez, e tutti e due hanno ricevuto da lui petrolio in quantità. Tuttavia l’esperienza di Noriega ha dimostrato a Panama l’estremo rischio di litigare con gli usa, il cui traffico navale è la principale fonte di prosperità per il Canale. E ancora più dipendente dall’aiuto usa è Haiti, senza contare che Préval ha potuto insediarsi dopo un processo di transizione gestito da una forza multinazionale voluta da usa, Brasile e Argentina cui Chávez era stato chiassosamente ostile. Insomma, senza scontrarsi apertamente con lui, i governi di sinistra teoricamente radicale di Panama e Haiti hanno compiuto una significativa scelta di campo quando in occasione del grande scontro al Consiglio di Sicurezza hanno deciso di votare Guatemala piuttosto che Venezuela. Ed è stato poi Panama il paese che è stato prescelto come soluzione di compromesso per uscire dall’impasse.

La sinistra anti-Chávez
La presidentessa del Cile Michelle Bachelet è del Partito socialista, quello di Allende. E quello del Perù, Alan García, è di un Partito Aprista che è anch’esso membro dell’Internazionale Socialista, anche se viene da una storia sui generis. Victor Raúl Haya de la Torre, il suo fondatore, era infatti un intellettuale populista che mescolava impero incaico, Rivoluzione messicana, Trotsky, Spengler, Einstein e New Deal in un guazzabuglio in cui non mancava un pizzico di corporativismo mussoliniano, con eclettismo che effettivamente oggi potrebbe ricordare Chávez. Comunque Alan García, già segretario di Haya de la Torre, era già stato presidente tra il 1985 e il 1990, segnalandosi per un populismo forsennato contro cui lo scrittore Mario Vargas Llosa aveva deciso di scendere in campo, inventandosi leader liberale. Nell’Internazionale Socialista sta anche il Partito Liberazione Nazionale (pln) del presidente del Costa Rica Óscar Arias Sánchez, tornato capo dello Stato dopo esserlo già stato tra 1986 e 1990. E in quell’epoca prese pure il premio Nobel per la pace del 1987, in riconoscimento alla sua opera di mediazione nelle guerre civili allora in corso in El Salvador, Guatemala e Nicaragua. Il Partito liberale dell’Honduras del presidente Mel Zelaya Rosales sta invece nell’Internazionale Liberale, ma anch’esso si considera di sinistra rispetto al Partito Nazionale, che ha sconfitto nel voto da cui è appunto iniziato l’anno elettorale. E quanto al Partito della liberazione dominicana del presidente Leonel Antonio Fernández Reyna, fu fondato dal 1973 da quel Juan Bosch il cui governo nel 1965 provocò quel golpe di destra e poi quell’intervento Usa che in ambienti progressisti e terzomondisti è tuttora demonizzato come uno dei più fetidi misfatti dell’imperialismo usa nella decade dei Sessanta.

La Bachelet, però, sta in un’alleanza coi democristiani e i radicali che è chiusa non solo alla destra ma anche alla sinistra comunista, e il cui omologo italiano non è l’Unione o l’Ulivo, ma piuttosto il vecchio pentapartito. Alan García è stato eletto al ballottaggio contro il fallito golpista Ollanta Moisés Humala Tasso proprio con una campagna elettorale che stigmatizzava i legami di questo ex-ufficiale con Chávez. E con un livello di insulti e accuse tale che Perù e Venezuela hanno finito per richiamare gli ambasciatori. Poi a un vertice Chávez e García si sono apparentemente riconciliati, ma alla prima occasione tra i due governi sono tornate a volare parole grosse.

Pure problemi diplomatici si sono avuti tra Cile e Venezuela, per le accuse di Chávez ai democristiani cileni dopo che questi avevano fatto blocco con la destra e la maggioranza dei socialisti al Congresso, chiedendo alla presidentessa di non far votare per il Venezuela al Consiglio di Sicurezza. E nuovi insulti sono stati rivolti da Chávez al segretario dell’Organizzazione degli Stati americani (osa) José Miguel Insulza Salinas, quando questo ex-ministro degli Esteri e dell’Interno cileno ha criticato l’involuzione del regime bolivariano a proposito di pluralismo dei media. Tra parentesi, Insulza viene dall’estrema sinistra allendista, al tempo di Pinochet fu esule, anche in Italia, ed è finito alla testa dell’osa proprio per una manovra di Chávez contro il candidato gradito agli usa.

Anche la Repubblica Dominicana è stata minacciata da Chávez di embargo petrolifero, per l’ospitalità data ad alcuni oppositori venezuelani in esilio. E quanto a Costa Rica e Honduras, senza arrivare a tali estremi sono stati però decisi grandi elettori del Guatemala al Consiglio di Sicurezza. Senza contare che il Costa Rica è tradizionalmente uno dei più fervidi accusatori di Cuba, quando all’onu si discute di diritti umani. Va detto però che alle ultime elezioni sia il profilo del pln del Costa Rica che quello del pld sono stati piuttosto centristi che di sinistra, vista la presenza di importanti proposte politiche ben più radicali. E pure di centro o centro-destra sarebbero considerati i liberali dell’Honduras in qualunque paese europeo. A ogni modo, è evidente che se esistono davvero i due blocchi di cui parla Chávez, tutti questi sono paesi che stanno in quello monroiano. Non certo in quello bolivariano.

I moderati
In Messico, le elezioni sono state vinte da Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, che si è imposto di misura su Andrés Manuel López Obrador. Ed ha recuperato un importante svantaggio proprio accusandolo di collusione con Chávez, anche se per la verità il Partito della Rivoluzione Democratica (prd) di López Obrador non ha legami stretti col chavismo, e sta invece nell’Internazionale Socialista. Sia pure in una posizione più populista, rispetto a forze come pln, socialisti cileni o anche il più recente aprismo. Con Calderón, comunque, continua per altri sei anni il governo del Partito di azione nazionale (pan), già protagonista dello storico ricambio del 2000 al Partito Rivoluzionario Istituzionale (pri). È una forza, il pan, che viene da una storia propria, ma che oggi assomiglia moltissimo al Partito popolare spagnolo, anche per i forti legami culturali tra i due paesi.

Più complessa è la situazione della Colombia, dove il presidente Álavero Uribe Vélez viene da un Partito liberale che sta oggi nell’Internazionale Socialista, e che si è considerato la sinistra storica del paese dai tempi delle guerre civili descritte da Gabriel García Marquéz. Anche la guerriglia narco-marxista delle Farc, che insanguina il paese da decenni, nacque tra ex-guerriglieri liberali della guerra civile del 1948 che non accettarono nel 1958 la storica riappacificazione coi conservatori. Nel 2002 Uribe Vélez fu però eletto come indipendente contro il candidato ufficiale del suo partito, e come tale si è confermato nel 2006, alla testa di una coalizione chiaramente orientata al centro-destra. Poiché il suo consenso si basa sull’ampio ripudio popolare contro le Farc, però, la sua politica internazionale affianca un fermo sostegno alla guerra usa contro il terrorismo con la necessità di mantenere buoni rapporti coi paesi vicini nei cui territori le Farc possono sconfinare. Compresi il Venezuela di Chávez e l’Ecuador di Correa.

Infine il Guatemala e l’El Salvador, dove pure governa la destra. Ma sono questi i prossimi paesi cui punta ad espandersi l’asse chavista. Alle politiche dello scorso marzo in El Salvador infatti la destra dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (Arena) ha preso il 39,4 per cento dei voti e 34 seggi; gli ex-guerriglieri di sinistra del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (fmln) il 39,7 per cento e 32 seggi. Insomma, stanno gomito a gomito. E l’fmln è un partito che dopo la fuoriuscita nel 1995 della sua ala socialdemocratica è venuto radicalizzandosi, ed è ora vicino a Chávez. Comunque, lì per le prossime presidenziali si dovrà aspettare il 2009. Nel novembre 2007 si vota invece in Guatemala, e in testa ai sondaggi è Álvaro Colom, già secondo al ballottaggio del 2003. Lui è un industriale tessile, sia pure con un’aura di indigenismo per la sua posizione di unico meticcio del paese riconosciuto dalla popolazione maya come sciamano. Ma gli agenti di Chávez gli stanno offrendo non solo appoggio, ma anche una mediazione per fare un fronte comune con la ex-guerriglia dell’Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (Urng). Intesa di cui però è ancora da vedere se non finirà per rivelarsi controproducente.

 

 



Maurizio Stefanini, giornalista e saggista collabora con Il Foglio, Libero e Limes. È esperto di America Latina.

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