|
Il telecomando di Berlusconi
di Paola Liberace
da Ideazione di marzo-aprile 2006
“E poi, se uno non vuol vedermi in tv, c’è sempre il telecomando”. Così
concludeva Berlusconi, rispondendo in una trasmissione all’ennesima
accusa di presenzialismo televisivo. In questa battuta sta tutta la
forza del comunicatore, e insieme del liberale: convinto della capacità
di chi lo ascolta di decidere da sé, senza che sia necessario impedire
di ascoltarlo.
Migliaia di pagine sono già state scritte sulla capacità comunicativa di
Berlusconi, tutte più o meno concordi nel riconoscere al fondatore di
Forza Italia il fatto di essere intervenuto in maniera dirompente nel
linguaggio della politica, cambiandone per sempre le regole. Non di
rado, questo riconoscimento si è accompagnato al tentativo di
rintracciare la causa della forza espressiva di Berlusconi in un
substrato da cui originerebbe, e che basterebbe a spiegarla.
L’intelligenza comunicativa dell’uomo è stata così ricondotta alla
situazione dell’imprenditore, magnate di un imponente gruppo mediatico,
in particolare di tre reti televisive. Un’inferenza corretta solo in
parte: è evidente che non tutti i tycoon sanno comunicare con efficacia,
così come non tutti i grandi comunicatori lavorano nel settore
editoriale, o possiedono tv e giornali. Eppure, la coesistenza in
Berlusconi del carisma mediatico e dell’esperienza nell’industria dei
media è stata spesso interpretata come una relazione causale,
soprattutto dai suoi detrattori. Nel migliore di casi, la relazione
suona: se il Cavaliere è riuscito a mettere in atto una serie di
innovative strategie di comunicazione politica, ciò è stato anche e
soprattutto grazie alla sua vicenda professionale. Nel caso peggiore, il
sillogismo dice: Berlusconi è riuscito a entrare in politica, fondando
un movimento divenuto in breve tempo il primo partito italiano e
restando in primo piano nell’agone politico per dodici anni, per via del
supporto assicuratogli dal sapiente utilizzo dei media al suo servizio,
soprattutto le sue televisioni.
Vale la pena di occuparsi solo molto brevemente della seconda opinione,
sempre più rara anche tra i più accaniti detrattori di Berlusconi. I
sostenitori di questa opinione sono sensibilmente diminuiti dopo la
sconfitta elettorale del centrodestra nel 1996, e dopo la vittoria del
2001, ottenuta nonostante la legge approvata un anno prima dal governo
di centrosinistra, che assicurava pari condizioni di esposizione
mediatica a tutte le forze politiche. Dimostrare in maniera attendibile
che le tv di Berlusconi veicolano messaggi in grado di agire a suo
favore sulle opinioni politiche del pubblico pone una serie di problemi,
ben noti ai ricercatori che si destreggiano tra le teorie sugli effetti
dei media. Risultati come quelli citati hanno indotto, in questo e in
precedenti casi, un profondo ripensamento a proposito delle tesi di
stampo horkheimeriano sull’onnipotenza dei media, sull’immediatezza del
loro influsso persuasorio, e sulla passività dell’opinione pubblica. Lo
stesso Umberto Eco, fresco di pubblicazione di un volume che raccoglie i
suoi articoli contro il populismo mediatico, dice in un’intervista al
Corriere della Sera che non scommetterebbe un decimo del suo stipendio
sull’efficacia elettorale delle forsennate comparse in video di
Berlusconi (viene da chiedersi in cosa consista dunque la temibile
minaccia del Cavaliere imprenditore televisivo).
Anche sulla prima opinione, quella che lega la bravura comunicativa di
Berlusconi al suo mestiere, ci sarebbe da obiettare; non prima tuttavia
di averla ulteriormente precisata. Chi sostiene che il Cavaliere abbia
trasferito una maniera espressiva dalle tv alla politica, può voler dire
due cose: la prima, che Berlusconi abbia fatto leva sul modello sociale
e culturale diffuso nelle sue televisioni e sui suoi giornali per
prospettare al paese una condizione desiderabile, raggiungibile sotto la
sua guida. La seconda, che Berlusconi abbia sperimentato in politica
tecniche di comunicazione applicate con successo nelle sue aziende. La
prima interpretazione è stata suggerita quando i suoi avversari hanno
voluto sottolineare la banalità, l’inconsistenza, l’illusorietà del
modello televisivo – incarnato da Berlusconi, e da lui proposto agli
italiani – di fronte alla realtà “vera” del paese, bisognoso di serietà,
di gravità, di sacrificio.
Gli avversari del berlusconismo hanno insistito fino alla nausea sulla
superficialità di una proposta politica che enfatizzava, a loro dire,
l’estetica contro l’etica, la spettacolarità contro l’istituzionalità,
l’apparire contro l’essere. Fino a che, tra il sorriso di Silvio e il
broncio degli altri, è stato il primo a riuscire vincitore, mostrando
come fosse possibile guadagnare la fiducia degli elettori anche senza
essere controfigure di Nosferatu – di più, convincendo gli italiani che
la concretezza, la capacità di realizzazione, la progettualità stavano
dalla parte dell’allegria, e non dei musi lunghi. Tanto da costringere
gli sfidanti a cambiare rotta, senza peraltro ottenere gli stessi
risultati: pur presentando il candidato fisicamente più prestante, o
frequentando oltre alle tribune politiche anche trasmissioni di
intrattenimento, iniziando persino a tingersi i capelli. E soprattutto,
organizzando una campagna di comunicazione politica con tutti i crismi,
orchestrata da esperti internazionali, studiata a tavolino così come
fino al minuto prima era stata accusata di fare la compagine di
centrodestra.
Qui veniamo alla seconda interpretazione, che è una fattispecie più
ampia della prima. Così come la politica-spettacolo, il partito-azienda,
e la gestione dell’Italia come della Fininvest sono state per anni le
bestie nere dell’opposizione. Senza dubbio Berlusconi è stato il primo
in Italia a trattare la sua proposta politica come un prodotto, da
ideare, confezionare, posizionare e promuovere; tuttavia, senza cessare
di biasimarlo, i suoi avversari lo avrebbero di lì a poco imitato. Se è
presumibile che proprietari di aziende abbiano dimestichezza con gli
strumenti del marketing, per ottenere con questi strumenti il successo
politico è necessario qualcosa in più. Maggiore esperienza? Non
necessariamente, dal momento che, dopo due anni dalla sua discesa in
campo, Berlusconi è stato battuto da una compagine ancora ben lungi dal
penetrare i segreti del marketing; e nel 2001 egli stesso ha sconfitto
Rutelli, supportato dal navigato gruppo statunitense Greenberg.
Forse l’asso nella manica del comunicatore Berlusconi non è tanto, né
solo, la sua carriera di imprenditore televisivo o di esperto di
marketing. Forse valgono di più le doti che hanno consentito
straordinarie invenzioni lessicali (prima che politiche o economiche) –
facendo parlare di “discesa in campo”, di “nuovo miracolo italiano”, di
“presidente operaio”, di “contratto con gli italiani” dove poco tempo
prima risuonavano le “convergenze parallele”. Forse contano di più le
virtù che hanno permesso, scattato il bavaglio della par condicio, di
escogitare nuovi canali per raggiungere gli elettori; i cartelloni 6x3,
il libretto Una storia italiana, la lettera ai bambini nati nel 2005.
Doti per nulla artificiali, ma tanto connaturate al personaggio da
esprimersi in maniera persino sorprendente (talvolta eccessiva), in
momenti di corto circuito tra pubblico e privato: le battute tanto
frequenti quanto equivocate, i gestacci prontamente ripresi dai
fotografi, che hanno sconvolto il protocollo a cui una certa maniera
politica ci aveva abituati. Eccole, queste doti: creatività, ironia,
prontezza d’animo, spirito di iniziativa, semplicità dell’espressione.
Caratteristiche che non si addicono alla specie di Grande Fratello che
da dodici anni qualcuno ci dipinge, ma a un uomo libero, che tanto più
si sorprende quando lo si accusa di voler conculcare agli altri proprio
questa libertà. Il segreto di Silvio Berlusconi è il telecomando: non
l’emblema del suo presunto strapotere, ma il simbolo della sua offerta
di libertà a tutti gli italiani. E se qualcuno non accettasse, basta
cambiare canale.
07 aprile 2006
|