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Le ragioni del centrodestra
di Mario Sechi
da Ideazione di marzo-aprile 2006
Non sono più i tempi in cui Indro Montanelli invitava a votare la Dc
«turandosi il naso». Quella stagione è finita da un pezzo e non ne
sentiamo la mancanza. E non sono neppure i giorni in cui Silvio
Berlusconi decise di “scendere in campo”, anche se di quel periodo
storico abbiamo un po’ di nostalgia perché rappresentò una rivoluzione
copernicana nella politica del Belpaese.
Sono trascorsi dodici anni, il mondo del 1994 è in archivio, ma gli
italiani il 9 aprile sono chiamati ancora una volta a scegliere tra
destra e sinistra. Qualcuno dice che si tratta di categorie che fanno
parte dell’archeologia politica. Non siamo d’accordo, destra e sinistra
restano lo spartiacque ideale per chi deve depositare la scheda
nell’urna.
Quando nel 2001 la Casa delle Libertà vinse le elezioni, la maggioranza
del paese espresse la sua preferenza per il programma del
conservatorismo liberale. Le ragioni di quella scelta sono valide ancora
oggi, quelle idee sono l’essenza stessa della libertà, del metodo
democratico e del capitalismo. Il blocco sociale moderato nel 2001 aveva
colto il messaggio di Berlusconi per cui la politica italiana era
vittima di un paradosso storico: i conservatori in realtà sono il
progresso e i cosiddetti progressisti sono invece la restaurazione. Un
cortocircuito che Berlusconi aveva facilmente disinnescato con una
campagna elettorale che metteva in luce le contraddizioni e i fallimenti
di un centrosinistra tanto incapace di governare quanto abile
nell’occupare il potere e offrire al paese e alla scena internazionale
il triste spettacolo di quattro governi in cinque anni.
Berlusconi ha governato per l’intera legislatura e la stabilità è stata
un bene prezioso che ha salvato l’Italia dalla tempesta della
globalizzazione. Erano trascorsi pochi mesi dall’insediamento del
governo e le Twin Towers crollarono lasciando New York nella polvere e
nello smarrimento. Per molti l’attacco alle Due Torri è un ricordo
sbiadito, per i lettori di Ideazione no. È un fatto ancora presente, è
un dolore ancora lancinante. Da quell’11 settembre 2001 il mondo non è
più lo stesso e sono inaccettabili le tesi minimaliste per cui
quell’evento tragico è poco più di un incidente di percorso della
Storia. Da quel momento le relazioni internazionali hanno subito una
rivoluzione strategica, l’economia ha marciato al ritmo di uno stop and
go che l’Unione Europea non è riuscita a fronteggiare a causa di
ortodossia monetaria (l’euro) e eresia da patti in faccia (Maastricht),
un nemico locale e tribale – il terrorismo di al Qaeda e il
fondamentalismo islamico – è diventato globale e transnazionale,
economie emergenti come la Cina e l’India hanno lanciato la sfida alle
grandi potenze sul mercato dei prodotti, del lavoro e dell’energia. È in
questo scenario che il governo Berlusconi ha fatto la scelta più
coraggiosa in politica estera. Ha rafforzato la scelta atlantica fatta
da De Gasperi e deciso che la stagione del paese perennemente alla
finestra era chiusa: il centrodestra ha deciso che non era più il tempo
di aspettare Godot e avrebbe fatto la sua parte nell’operazione di
difesa dei valori dell’Occidente. Italia e Gran Bretagna al fianco degli
Stati Uniti. Non la Francia dei Lumi né la Germania socialdemocratica,
ma il nostro paese guidato da una grande forza liberale ha tenuto alta
la bandiera dell’Occidente posto sotto attacco. Sui due avamposti della
democrazia in Medio Oriente – Afghanistan e Iraq – dove prima imperavano
le satrapie e trovava riparo e alimento il terrorismo, ora sventolano
bandiere di paesi sovrani.
Esportare la democrazia. Sappiamo che la sinistra legge in questa frase
il cesarismo napoleonico e non i milioni di afgani e iracheni che hanno
votato. Proprio per questo Berlusconi e il centrodestra rappresentano
ancora oggi l’antidoto migliore contro la sinistra tentazione
dell’appeasement con il terrorismo. Winston Churchill diceva che
l’appeaser si comporta come quel signore che pretende di «stare al
fianco del coccodrillo sperando che questo se lo mangi per ultimo». È
l’immagine della sinistra italiana, l’espressione di un pensiero debole
pronto alla resa di fronte allo scontro di civiltà. Mentre scriviamo il
Medio Oriente è in fiamme per le vignette satiriche sul Profeta. I
fondamentalisti soffiano sul fuoco e la risposta dell’Europa è fiacca.
Si è ridotto il dibattito alla libertà di stampa. Ma in gioco c’è la
libertà tutta. Dell’Occidente e degli stessi paesi arabi minacciati al
loro interno dal fanatismo religioso.
La sinistra è pavida e non offre risposte perché non ne ha. Sono gli
alfieri di un relativismo che minaccia la famiglia naturale. Immaginate
lo stato d’animo di milioni di italiani che sudano sette camicie per
allevare i figli, comprare una casa, lavorare sodo per un futuro
migliore, di fronte alle pretese che questa famiglia sia messa in
subordine rispetto ad altri tipi di unione. Le discriminazioni non fanno
parte della nostra cultura liberale. Ma qui si sta rovesciando la
frittata e anche la logica: il rispetto della minoranza sta diventando
prevaricazione e dittatura della stessa minoranza. Le società così vanno
in frantumi.
Tentazioni laiciste sono presenti anche nella Casa delle Libertà, ma
proprio il più laico di tutti, Silvio Berlusconi, ha messo in chiaro
dove cominciano e finiscono i diritti e i doveri di ciascuno anche in
questo campo. Un principio di armonia e gioco democratico che
l’opposizione non conosce e sostituisce con la feroce lotta per il
potere. Fin dalle prime battute della campagna elettorale, si è capito
che Berlusconi continua ad essere l’unico leader capace di affrontare le
sfide del mondo contemporaneo. Non possono esserlo i suoi alleati – Fini
e Casini non sono usciti ancora dal bozzolo – e non può esserlo Romano
Prodi.
Sul candidato dell’Unione c’è ben poco da dire: ha un’imbarazzante
storia politica alle spalle, è logorato e non ha futuro. È una comparsa
in una commedia che propone una storia che si svolge su confini
improbabili (dagli ultracattolici ai trozkisti) e con attori surreali
(da Rosi Bindi a Vladimir Luxuria). Quella dell’Unione è un’armata
Brancaleone fondata sull’antiberlusconismo. Può esser sufficiente per
fare gli illusionisti con una parte degli elettori, ma con tali premesse
non sarà mai capace di governare un paese che vuol essere protagonista
sulla scena internazionale. La prima stagione dell’Ulivo di lotta e di
governo si svolse in un contesto di crescita economica mondiale e di
relativa pace sullo scacchiere mondiale. I quattro governi ulivisti –
nonostante questo scenario ampiamente favorevole – non hanno riformato
né la previdenza né il mercato del lavoro, due fattori fondamentali per
la stabilità finanziaria e la crescita.
La politica di privatizzazioni della quale in passato si è favoleggiato
è stata condotta con le famigerate linee guida della merchant bank di
Palazzo Chigi. E il caso Unipol è solo la punta dell’iceberg. L’unico
provvedimento economico della sinistra di cui hanno ricordo gli italiani
– un incubo – è il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti
operato dal governo di Giuliano Amato nel 1992. Serviva a tappare un
buco, salvo poi aprirne un altro altrettanto grande da lasciare in
eredità al governo Berlusconi nel 2001. È lo spettacolo della sinistra
roditrice che non sa resistere alla tentazione di mangiare il formaggio
altrui. Quello di tutti gli italiani. Per questo la riforma delle
pensioni e la flessibilità del mercato del lavoro sono stati assicurati
proprio da quel governo Berlusconi che in un periodo di vacche magre ha
avuto la forza di non mettere le mani nelle tasche degli italiani. Il
premier non si stanca di ripetere che con l’Unione aumenterà la
pressione fiscale e fa bene perché l’unica ricetta nota alla sinistra è
quella di spremere il contribuente, aumentare il peso dello Stato nella
vita pubblica e irreggimentare l’economia. Berlusconi ha tempra e
tenacia. Ha resistito agli attacchi dell’opposizione e alla strategia di
logoramento degli alleati. Ha dimostrato di sapersi battere e ha un
programma di governo. Poi ci sono gli avversari e, dopo averli visti
all’opera, ci sono almeno 281 buone ragioni per votare ancora il
centrodestra. Sono tutte nelle 281 pagine del programma di un’Unione che
non sarà mai la forza, ma la debolezza dell’Italia.
5 aprile 2006
Mario Sechi, vicedirettore de il Giornale, è il titolare
del blog
MarioSechi.net.
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