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La nuova frontiera del conservatorismo
di
Marvin Olasky*
[14 dic 05]
da
Ideazione, novembre-dicembre 2005
Sotto molti aspetti il conservatorismo compassionevole significa mettere
nella pratica moderna la concezione dei cristiani dell’antica Roma.
Quando una persona impoverita arrivava da loro, le davano tre giorni per
riposare; poi, se era sana, si aspettavano che si mettesse a lavorare.
Questo dovrebbe essere oggi il nostro atteggiamento sia per il bene
dell’individuo che per quello della società: aiuto a breve termine per
chi ne ha bisogno, e una sfida a lungo termine. Nel Diciannovesimo
secolo gli americani hanno messo in pratica questa antica concezione
cristiana e lo stanno rifacendo oggi, nel Ventunesimo secolo. I nostri
predecessori del Diciannovesimo secolo, ritenevano che il povero non
fosse in fondo alla scala ma a metà: poteva salire e lasciare la povertà
o scendere nel pauperismo e nella dipendenza. Oggi stiamo di nuovo
imparando che elargire sussidi troppo facilmente può fare del male a
coloro che pensiamo di aiutare. Stiamo vedendo anche che fornendo
sussidi a chi è in grado di lavorare, sprechiamo tempo e soldi che
potrebbero andare a chi ha disperatamente bisogno di aiuto.
Recentemente gli americani stanno anche imparando a distinguere fra i
diversi gruppi di bisognosi. Suggerirei tre categorie principali, anche
se i confini non sono del tutto netti. Della prima categoria fanno parte
coloro che sono poveri per la misteriosa opera della provvidenza divina,
come le vedove, gli orfani, i malati e gli invalidi. La Bibbia
sottolinea la necessità di aiutare costoro. Nella seconda categoria ci
sono coloro che sono poveri perché non si sforzano di migliorare. Il
libro dei Proverbi è molto critico verso i pigri e noi dovremmo
spingerli a lavorare. Alcuni potrebbero trasformarsi nel figliol
prodigo, che vede le conseguenze della sua irresponsabilità e torna a
casa.
La terza categoria comprende quelli che sono poveri a causa di
ingiustizie, e questa è una cosa a volte di difficile definizione. Non è
ingiusto essere ricchi grazie al proprio duro lavoro o a quello dei
propri genitori: è nostro dovere lasciare eredità ai nostri figli. Non
so quali siano le ingiustizie in Italia, ma in America è ingiusto che
alcune scuole pubbliche nelle aree povere non facciano il proprio dovere
– e così i loro laureati non sono in grado di competere per buoni posti
di lavoro in un’economia avanzata. Di fronte all’ingiustizia i
conservatori compassionevoli chiedono cambiamenti strutturali. Negli
Stati Uniti le scuole cristiane e altre scuole a pagamento sono migliori
di quelle statali, ma alcuni genitori non possono permettersi di pagarle
e i loro figli non hanno alternativa a una scuola cattiva. Negli Stati
Uniti i conservatori compassionevoli chiedono al governo di dare un
buono-scuola ai genitori poveri, in modo che possano scegliere fra le
scuole della loro zona, invece di essere obbligati a optare per una
sola.
Né la giustizia biblica né il conservatorismo compassionevole sono a
favore di una redistribuzione dei redditi astratta, o di gettare soldi a
caso, perché se una persona che lavora duro è obbligata a mantenerne una
che potrebbe lavorare ma non lo fa, è un’ingiustizia. Allo stesso tempo,
però, dovremmo ricordare che «mentre noi peccavamo, Cristo è morto per
noi». Secondo la mia concezione della cristianità, saremmo tutti
destinati a morire nel peccato e dipendiamo completamente da una grazia
immeritata, quindi preghiamo Gesù al fine di riceverla. Per questo, a
volte dovremmo anche offrire aiuto immeritato – però in modo da fare del
bene e non del male.
Un grande problema della beneficenza in America è che a volte emula
senza volerlo modelli buddisti. È un’affermazione che potrebbe
sorprendere alcuni lettori, quindi la spiegherò. Insegno religione ai
giornalisti all’università del Texas e l’anno scorso avevo in classe un
monaco buddista che disse della carità: «La causa del dukkha [che vuol
dire sofferenza] è il tanha [desiderare ardentemente] e per liberarci
del dukkha dobbiamo sradicare l’attaccamento. Per fare beneficenza
dobbiamo rinunciare al nostro attaccamento a particolari possessi. Solo
allora possiamo donare. Lo scopo del donare in questo caso è la rinuncia
all’attaccamento».
Lo ripeto: «Lo scopo del donare qui è la rinuncia all’attaccamento”.
L’obiettivo fondamentale della beneficenza buddista è quello di aiutare
chi dona, e quello che accade a chi riceve non è molto importante.
Onestamente, gran parte della beneficenza negli Stati Uniti (e anche in
Italia?) non persegue forse lo stesso scopo, quello di far sentire
meglio e più virtuoso chi dà, senza chiedersi se stiamo aiutando o
facendo del male a chi riceve?
La Bibbia enfatizza un aspetto diverso. La carità non significa far
sentire chi dà orgoglioso di aver rinunciato all’attaccamento. Significa
aiutare chi riceve a mantenere o a sviluppare un comportamento
responsabile. La Bibbia si oppone a qualsiasi misura metta qualcuno
nelle condizioni di vivere in maniera irreligiosa. Notate come persino
l’aiuto della Chiesa alle vedove è attentamente vincolato dall’apostolo
Paolo nel capitolo cinque della prima lettera a Timoteo. «Date il giusto
riconoscimento a quelle vedove che hanno realmente bisogno». Cosa vuol
dire avere realmente bisogno? Secondo Paolo vuol dire non avere
famiglia, poiché «se una vedova ha figli o nipoti, questi dovrebbero
prima di tutto imparare a mettere in pratica la loro religione
prendendosi cura della propria famiglia e ripagando, in questo modo,
genitori e nonni, perché questo piace a Dio».
Se una vedova non ha figli o nipoti, continua Paolo, ha titolo a
ricevere aiuti, ma egli precisa che «una vedova non può essere messa
nella lista delle vedove se non ha superato i sessant’anni, se non è
stata fedele al marito e se non è ben nota per le sue buone azioni come
allevare i figli, dare ospitalità, lavare i piedi dei santi, aiutare chi
ne ha bisogno e dedicarsi a ogni tipo di buona azione». Questo passaggio
colpisce specialmente perché Paolo sta parlando della classe di persone
sofferenti più vicine e più care a Dio, e tuttavia guardate quante
precauzioni prende anche quando raccomanda l’aiuto alle vedove
nell’ambito della Chiesa: primo, la responsabilità familiare; secondo,
l’aiuto a chi è troppo vecchio per sostenersi da sé; terzo, aiutare chi
dimostra un buon carattere. Da questo impariamo molto sul particolare
problema del sostegno alle vedove nella Chiesa, ma dovremmo anche trarne
una conclusione logica: dovremmo essere tanto più prudenti prima di
inserire altri nella lista.
Dare, ma dare con giudizio: questo è l’ammonimento della Bibbia. Il
principio che ispira i nostri programmi dovrebbe essere quello dei
fisici: non fare del male. Non dobbiamo permettere agli alcolisti o ai
tossicodipendenti di perseverare nella loro abitudine. Non dobbiamo
permettere a chi fugge dalla responsabilità di continuare a correre.
Questa non è la giustizia della Bibbia. Questo non è liberare qualcuno
dal male ma consegnarlo al male. Questo non è amare il prossimo come noi
stessi, a meno che non siamo masochisti. I programmi di beneficenza non
dovrebbero respingere le persone. Dovrebbero, invece, stabilire degli
standard e fare in modo che chi non vuole accettarli si allontani da
solo. Se, per esempio, aiutiamo qualcuno a trovare lavoro, questa
persona deve presentarsi in orario e essere ben disposto: altrimenti sta
rifiutando l’aiuto. Nell’America del Diciannovesimo secolo, accanto ai
ricoveri per i senzatetto vi erano delle cataste di legna e veniva
richiesto agli uomini sani di tagliare legna per un’ora. (Di solito i
ricoveri avevano della stanze da cucito per le donne). Chi rifiutava di
lavorare, non mangiava; il famoso ammonimento di Paolo ai Tessalonicesi,
prendeva vita. Chi spaccava legna o cuciva, riceveva cibo e ricovero e
poi veniva aiutato a cercare lavoro.
Dovremmo, infine, ricordare, la differenza fra combattere la povertà in
un posto come gli Stati Uniti e combatterla in posti disperati come
l’Africa. Chi muore di fame, ha bisogno di cibo, senza dubbio. Chi è
ammalato, ha bisogno di medicine. Chi è nudo, ha bisogno di vestiti.
Negli Stati Uniti queste necessità fondamentali sono già soddisfatte per
tutti, e di solito dobbiamo confrontarci con chi ha bisogno di fare il
passo successivo, dalla povertà all’indipendenza economica.
Ecco perché negli Stati Uniti (e in Italia?) bisogna pregare per
ricevere la grazia divina che cambierà il modo di pensare, permettendo
così agli individui di abbandonare le cattive abitudini. Ecco perché è
importante osservare ogni persona e capire cosa la trattiene. Se è una
mancanza di istruzione ma c’è il desiderio di avere di più, i
conservatori compassionevoli offrono aiuto. Se una donna è in crisi
perché incinta, i conservatori compassionevoli la aiutano a portare
avanti la gravidanza invece di abortire. Se una persona vuole lavorare,
i conservatori compassionevoli la aiutano a trovare lavoro. Ma se manca
il desiderio di migliorarsi, non possono fornirlo i conservatori
compassionevoli, e dare aiuti materiali settimana dopo settimana fa più
male che bene.
La situazione di alcune zone dell’Africa è diversa. Sono appena
rientrato da un viaggio in Sud Africa, Namibia e Zambia. Lì alcuni
bisogni sono disperati e ammiro molto gli americani (e gli italiani) che
vanno come volontari in quei paesi e in altri a fare i dottori, ad
aiutare gli orfani o a insegnare agli agricoltori come avere un raccolto
migliore e più abbondante. Quella è la nuova frontiera del
conservatorismo compassionevole, e c’è grande bisogno che tutti noi ci
misuriamo con essa.
21 novembre 2005
Traduzione
dall’inglese di Barbara Mennitti
* Marvin Olasky è
senior fellow dell’Acton Institute for Study of Religion and Liberty,
insegna giornalismo all’università del Texas, dirige il settimanale
World. È il teorico del conservatorismo compassionevole.
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