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Economia, il tempo delle scelte
di Ornello Vitali
da
Ideazione, marzo-aprile 2005
In ricordo di Ornello Vitali, collaboratore di
Ideazione sin dai primi numeri, ripubblichiamo l’ultimo saggio comparso
sulla rivista bimestrale nel numero 2-2005 di marzo-aprile sullo stato
dell’economia italiana e sulle ipotesi per una ripresa.
Si sta diffondendo un tiepido ottimismo sull’andamento dell’economia nel
2005. Una prima conferma di tale sensazione si ha dalla lettura della
sintetica analisi contenuta nel “Quaderno congiunturale dell’economia
italiana” (ministero dell’Economia e delle Finanze 2004): nell’attuale
fase ciclica, le esportazioni sono tornate a contribuire positivamente
alla crescita – confermando un’inversione di tendenza registrata nel
trimestre precedente – e, parallelamente, si registra una netta
decelerazione dell’inflazione interna, determinata soprattutto dalla
sensibile riduzione dei costi del lavoro per unità di prodotto. Tale
interpretazione risulta in linea con la breve analisi di scenario
contenuta nella “Relazione della Corte di Conti” presentata in occasione
dell’apertura dell’anno giudiziario 2005 (Corte dei Conti, 2005), in cui
si afferma che «l’anno appena trascorso, iniziato in una situazione di
annosa stagnazione e di affanni contabili, ha mostrato, nei suoi ultimi
mesi, qualche promettente segno di ripresa dell’economia e di
consolidamento dei conti dello Stato, accompagnato e favorito da una
rigorosa politica di bilancio tesa al contenimento della spesa pubblica»
e ancora «tale politica di bilancio si è concretizzata, alla fine del
primo semestre 2004, in alcuni interventi del governo finalizzati ad
assicurare una riduzione dell’indebitamento netto delle pubbliche
amministrazioni, in modo da evitare, nel 2004, il superamento della
soglia del 3 per cento del Pil». Dal lato dell’offerta, tuttavia, non
provengono notizie altrettanto rassicuranti. Infatti, il valore aggiunto
dell’industria in senso stretto e quello dei servizi si caratterizzano
per profili congiunturali sostanzialmente piatti, mentre quello delle
costruzioni registra un aumento sul trimestre precedente pari allo 0,9
per cento. Nel complesso, nel primo semestre del 2004 la crescita del
Prodotto interno lordo in Italia, pari all’1,4 per cento rispetto al
semestre precedente, è risultata inferiore a quella media registrata
nell’area dell’euro.
L’attività produttiva è stata sostenuta dalla spesa delle famiglie, che
ha però registrato una lieve flessione nel secondo trimestre, e da una
accelerazione degli investimenti. In base alla stima preliminare diffusa
dall’Istat, l’aumento del Pil nel terzo trimestre è stato dello 0,4 per
cento sul trimestre precedente e dell’1,7 rispetto allo stesso trimestre
dell’anno precedente. L’andamento congiunturale più recente non segnala
alcuna robusta accelerazione dell’attività nel quarto trimestre. La
produzione industriale – a differenza delle altre economie dell’area
euro, osserva la Banca d’Italia (2004) – oscilla attorno ai livelli
dello scorso anno. La stasi dell’attività manifatturiera sarebbe
proseguita in ottobre e in novembre 2004. Di conseguenza, stima il Fondo
monetario internazionale, la crescita del Pil italiano si attesterebbe
all’1,4 per cento nel 2004.
Cosa avverrà nel 2005? I risultati del sondaggio condotto lo scorso
settembre dalla Banca d’Italia [Banca d’Italia 2004] presso le imprese
dell’industria e dei servizi conterrebbero alcuni segnali incoraggianti,
confermando le previsioni dei principali organismi internazionali di una
crescita del Pil nel 2005 pari all’1,7 per cento. Permangono comunque
rilevanti incertezze sull’andamento futuro del prezzo del petrolio e dei
tassi di cambio. La debole ripresa dell’economia italiana non
interesserà tutte le principali componenti della domanda interna, con
gli investimenti in aumento del 3 per cento, i consumi con il 2 per
cento circa, mentre il contributo netto del commercio con l’estero
risulterebbe sostanzialmente nullo. Sul versante dei prezzi,
l’inflazione sui dodici mesi si è attestata attorno al 2,3 per cento
fino all’estate e si è portata al 2 per cento in ottobre, merito delle
rilevanti diminuzioni di prezzo dei prodotti alimentari freschi e di
alcuni beni durevoli, che hanno più che compensato i rincari dei
prodotti petroliferi. Il livello raggiunto dalle quotazioni del
petrolio, il cui impatto sui prezzi interni è stato contenuto per gran
parte del 2004 dalla gradualità dell’adeguamento delle tariffe del gas e
dell’elettricità, determinerà nel 2005 un progressivo, moderato aumento
delle voci del paniere legate all’energia. Di conseguenza l’inflazione
nel 2005 potrebbe attestarsi al 2,2 per cento, come nel 2004. Ma vi sono
altri e ben più allarmanti motivi per cui non si manifesteranno
rilevanti tensioni inflazionistiche, almeno nel primo semestre del 2005:
una domanda finale debole e, in tutta Europa, la stabilizzazione dei
prezzi di molti servizi, malgrado le tensioni inflazionistiche che hanno
coinvolto il settore, e questo grazie all’incremento della produttività
del lavoro.
Nel presente saggio si parte dal presupposto che la debolezza della
domanda finale sia parzialmente determinata dall’aumento dell’incertezza
dei lavoratori circa i flussi futuri di reddito, incertezza che si
traduce sia in un peggioramento delle aspettative sulla situazione
personale, sia in un incremento del risparmio per motivi precauzionali.
L’aumento dell’incertezza è determinato in prevalenza dai profondi
mutamenti strutturali che stanno coinvolgendo il mercato del lavoro.
Flessibilità, delocalizzazione produttiva e outsourcing internazionale
dei servizi alle imprese stanno mutando in maniera sostanziale non
soltanto il sistema produttivo, ma anche il funzionamento del sistema
economico dei paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, tali fenomeni
consentono di conseguire una maggiore stabilità macroeconomica nel lungo
periodo, e questo malgrado le politiche monetarie espansive che hanno
caratterizzato la prima metà del decennio, che fanno temere un ritorno
della stagflazione, soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone. Con
pesanti ripercussioni anche per la produzione industriale italiana, da
sempre indirizzata verso i mercati esteri e già oggi pesantemente
penalizzata dall’euro forte. Quali sfide si profilano all’orizzonte del
policy maker? Quali sono i margini di manovra per una politica monetaria
non interamente decisa a Francoforte e a Bruxelles? Come tramutare le
delocalizzazioni produttive da criticità ad opportunità? E soprattutto,
si può uscire dal vicolo cieco della bassa crescita economica degli
ultimi anni? È importante, in primo luogo, analizzare lo scenario
macroeconomico.
Termini minacciosi e apparentemente desueti ricominciano ad essere
pronunciati sottovoce nelle stanze dei bottoni. Stagflazione, ad
esempio: un mix devastante di bassa crescita ed inflazione, ritenuto
impossibile dalla teoria economica fino agli anni Sessanta. Il fenomeno
si ripresenterebbe oggi con caratteristiche parzialmente nuove, tanto
che alcuni commentatori [Fels 2004] parlano in maniera esplicita di
Stagflazione Tipo 2.
Il timore di un ritorno della stagflazione
Perché si teme un ritorno alla stagflazione? In primo luogo la
stagnazione potrebbe essere la logica conseguenza dell’adozione negli
ultimi cinque anni di politiche monetarie espansive negli Stati Uniti,
nell’Unione Europea e in Giappone, al fine di contrastare la debolezza
dei mercati e il rallentamento della crescita del Pil in tutte le
economie sviluppate. La Fed e la Banca centrale europea hanno tagliato i
tassi di sconto e moltiplicato le operazioni di mercato aperto [Bouzou
2005], politiche facilitate dall’aumento, o dal riaffiorare nel caso
degli Stati Uniti, di deficit nel bilancio federale. Dove va la
liquidità iniettata nei circuiti bancari? Probabilmente va ad alimentare
una spirale inflazionistica in molti mercati, anche se ancora non
coinvolge direttamente il consumatore finale.
A gennaio, negli Stati Uniti, i prezzi delle materie prime sono
aumentati del 3,3 per cento rispetto al mese precedente e del 13,5 per
cento su base annua. I prezzi alla produzione, sempre a gennaio, sono
aumentati dell’1,9 per cento rispetto al mese precedente – il più forte
aumento dal gennaio 2001 – e del 5,4 per cento su base annua. Forti
incrementi dei prezzi anche nel settore immobiliare, non soltanto in
Italia, ma negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna. Colpa di una
bolla speculativa che, per molti analisti, potrebbe esplodere
all’aumentare dei tassi d’interesse a lungo termine; in tal caso vi
sarebbe un impatto negativo immediato sui consumi finali (a causa
dell’effetto ricchezza) e sulla solvibilità bancaria (che condurrebbe ad
un aumento del rischio per gli istituti di credito).
Dopo gli immobili, i titoli del debito pubblico. Dopo il 2001, a seguito
dello sgonfiamento della bolla speculativa dei titoli della new economy,
gli investitori e le banche si sono spostati su posizioni meno
rischiose, quali i titoli del debito pubblico, con la diretta
conseguenza che il prezzo dei treasury bond statunitensi a dieci anni ha
subito un’impennata. Sul mercato dei beni finali, al contrario, non si
manifestano ancora rilevanti tensioni inflazionistiche, né è previsto un
rialzo dell’inflazione nel primo semestre del 2005 [Ifo-Insee-Isae
2005].
Vi sono almeno due motivi per cui non si verificherà alcun
surriscaldamento dei prezzi al consumo. Il primo è la debolezza della
domanda delle famiglie (determinata in parte dalla moderata crescita dei
salari e, in molti paesi, dall’aumento dell’incertezza associata alla
produzione di reddito). D’altro lato, sebbene stiano riaffiorando
tensioni inflazionistiche nel comparto dei servizi – in particolare in
Europa, dove il mercato non è caratterizzato da un’intensa concorrenza –
gli effetti dell’aumento dei prezzi potrebbero essere neutralizzati da
incrementi di produttività. L’adozione di politiche monetarie espansive,
si afferma da più parti, avrebbe scongiurato una stagnazione ancora più
grave. Per Bouzou [2005 cit.] tale opinione è assolutamente
condivisibile. Ad esempio, se le banche centrali non avessero iniettato
tanta liquidità nel sistema, il collasso dei mercati azionari (nonché
della produzione, degli investimenti e dei profitti) sarebbe stato ben
più grave. Ma il problema di una politica monetaria espansiva è che
rallenta il processo di riaggiustamento della struttura produttiva verso
una configurazione più aderente alle preferenze temporali dei
consumatori.
Nei paesi a capitalismo avanzato l’indebitamento delle famiglie sta
aumentando ad un ritmo più rapido del reddito disponibile.
Contrariamente alle opinioni diffuse tra i commentatori, il 2004 non
sarebbe stato un anno di ripresa negli Usa, in Europa e in Giappone,
anche se alcuni dati trimestrali relativi al Pil risultano
insperatamente buoni. Ricordiamoci che l’Nber data la fine dell’ultimo
ciclo di espansione dell’economia e l’inizio della contrazione nel marzo
2001, e deve ancora raggiungere il fondo.
Non possiamo escludere un aumento dei tassi nominali d’interesse dovuto
a aspettative inflazionistiche. Tale aumento comporterebbe l’esplosione
della bolla immobiliare e un forte declino del prezzo dei titoli di
Stato, con impatti negativi per la ricchezza delle famiglie e per la
solvibilità bancaria. L’unica soluzione sarebbe una completa
sterilizzazione dell’inflazione. La recessione e la crisi dei mercati
azionari sarebbero intense, ma brevi. Se non si adotta tale soluzione,
l’economia mondiale avrà pessime performance per molti anni a seguire.
Per molti aspetti, l’attuale quadro macroeconomico ricorda quello dei
primi anni Settanta, quando l’economia mondiale subì la prima ondata di
stagflazione, con drammatiche ripercussioni sul mercato dei titoli di
Stato e sulle Borse [Fels 2004 cit.]. Come negli anni Settanta, il
prezzo del petrolio si è quintuplicato in sei anni. È vero che lo shock
determinato dal primo aumento del prezzo del petrolio fu molto più
esteso, a causa del ristretto intervallo temporale in cui si realizzò la
maggior parte dell’aumento e anche perché all’epoca l’apparato
produttivo dipendeva molto di più da questa fonte energetica. Per Bouzou
[2005 cit.] è importante il contesto: lo shock petrolifero di questi
anni sarebbe stato determinato principalmente da un inatteso aumento
della domanda fisica e speculativa di petrolio, mentre nel 1973 lo shock
fu determinato in prevalenza dal contenimento dell’offerta da parte dei
produttori.
Ma questa è soltanto una delle analogie tra la situazione attuale e
quella degli anni Settanta. Oggi come allora la politica monetaria è
ampiamente espansiva. Negli anni Settanta le banche centrali tentarono
di contrastare lo shock petrolifero stampando moneta, nella credenza
erronea che vi fossero sufficienti ammortizzatori nell’economia per
contenere la crescita dei prezzi. La maggior parte degli ammortizzatori
si rivelarono illusori, comunque, e l’inflazione aumentò oltre le
aspettative, deprimendo ulteriormente i tassi d’interesse reali. Le
similitudini con la situazione attuale sono evidenti: la Fed, la Bce e
la Banca centrale giapponese sembrano credere che la migliore risposta
ad uno shock petrolifero sia quella di neutralizzarne l’impatto sulla
domanda.
In terzo luogo, oggi come negli anni Settanta, alle politiche monetarie
espansive si accompagnano politiche espansive di bilancio. Negli Stati
Uniti il bilancio federale, dopo alcuni anni di relativo rigore, è
tornato in rosso e nell’Unione Europea da più parti si chiede di
attenuare il rigore dei vincoli del Patto di stabilità. Inoltre gli
Stati Uniti devono finanziare una guerra costosa in Medio Oriente,
mentre in Europa è improbabile che la politica fiscale diventi più
virtuosa negli anni a venire. Inoltre negli anni Settanta le economie a
capitalismo avanzato si trovarono ad affrontare la concorrenza del
Giappone e della Corea del sud sui mercati mondiali, con profonde
ripercussioni sull’industria siderurgica e metalmeccanica che
rallentarono la crescita dell’output potenziale europeo e nordamericano.
Oggi i nuovi concorrenti sono la Cina, l’India e l’Europa orientale che,
oltre tutto, sono mèta di processi di delocalizzazione e di outsourcing
internazionale. Solo a causa della dimensione di questi nuovi
concorrenti, l’impatto potrebbe essere ancora più esteso di quello degli
anni Settanta.
Infine, e questa è la questione maggiormente controversa, così come
negli anni Settanta si manifestò il primo massiccio productivity
slowdown, attualmente l’information technology starebbe esaurendo la sua
spinta propulsiva sulla produttività. L’effetto potrebbe manifestarsi
nettamente negli Stati Uniti e meno in Europa, dove le tecnologie
IT-intensive ancora non sono diffuse capillarmente, anche a causa di
perduranti rigidità istituzionali sul mercato del lavoro. È in questi
termini che, come si dirà nel seguito, deve essere impostato il tema
della flessibilità, connesso con quello della delocalizzazione
produttiva.
Per la teoria macroeconomica standard gli shock petroliferi svolgono un
ruolo cruciale nella genesi della stagflazione. Tuttavia per Barsky e
Kilian [2001, 2004] la spiegazione dal lato dell’offerta è meno
convincente di quanto comunemente si pensi e le evidenze di un
collegamento tra variazioni del prezzo del petrolio e performance
macroeconomica sarebbero nettamente sovrastimate. Per i due autori,
infatti, avrebbe giocato un ruolo preponderante la politica monetaria
espansiva delle Banche centrali, Fed in primis. L’esame dei principali
indicatori macroeconomici mostrerebbe, infatti, che gli shock
petroliferi alla fine degli anni Novanta hanno avuto un impatto sui
prezzi soltanto nel breve periodo. Tale risultato non è sorprendente,
poiché non vi è stata, tra il 1998 e il 2000, nessuna espansione della
base monetaria, come quella attuata a più riprese nel corso degli anni
Settanta.
La crescita dell’output realizzatasi negli anni Novanta, comunque,
risulta alquanto differente da quella, pur rapida, verificatasi negli
anni Settanta e ampiamente alimentata da politiche monetarie espansive.
La crescita reale degli ultimi quindici anni, specialmente negli Stati
Uniti, è stata determinata dall’incremento dell’output potenziale
(grazie all’incremento di produttività derivante dall’adozione di
tecnologie IT-intensive) piuttosto che dall’aumento della domanda
aggregata. Ed è il forte incremento dell’output potenziale che ha
creato, per Barsky e Kilian, le condizioni favorevoli per l’aumento del
prezzo del petrolio. Se gli Stati Uniti fossero stati in recessione nel
1999-2000 e la domanda di prodotti petroliferi fosse stata debole,
sarebbe stato difficile per l’Opec aumentare il prezzo del petrolio per
un prolungato intervallo temporale.
Se appare plausibile che l’origine della stagflazione sia essenzialmente
di natura monetaria, naturalmente ciò non esclude che prolungati aumenti
del prezzo del petrolio abbiano un impatto sui prezzi. Comunque per
Barsky e Kilian l’effetto è incontrovertibile soltanto sull’output, non
sul valore aggiunto. In maniera controintuitiva, l’aumento del prezzo
del petrolio potrebbe al contrario avere effetti deflazionistici sul
valore aggiunto, anche se l’impatto sull’output è inflazionistico. Per
questo insieme di motivi, non dovremmo attenderci inflazione da costi.
In presenza di una politica monetaria espansiva e di un rallentamento
della crescita, infatti, il pericolo è l’inflazione da domanda.
Tutti questi elementi presi insieme formano una miscela esplosiva di
bassa crescita e inflazione. Molti osservatori (e a giudicare
dall’andamento della Borsa e dei titoli del debito pubblico, anche i
mercati finanziari) sembrano concordare sulla previsione di un
rallentamento della crescita. Comunque non molti concordano sui timori
di inflazione. Vi sono tuttavia alcuni indizi che tuttora le Banche
centrali (e in particolare la Fed) sovrastimino il tasso di crescita
dell’output potenziale e quindi l’ampiezza del gap con il tasso di
crescita dell’economia. Il rischio, sottolinea Bouzou [2005 cit.] è che
la politica monetaria rimanga troppo espansiva e troppo a lungo,
determinando così l’aumento dell’inflazione.
In presenza di inflazione uno dei rimedi tradizionalmente adottati dalle
banche centrali è l’aumento del tasso di sconto. Con un’inflazione, in
area euro, pari al 2,2 per cento, la manovra dei tassi di sconto
potrebbe neutralizzarne gli effetti negativi. Ma aumentare oggi il tasso
di sconto porterebbe alla sterilizzazione di una crescita economica già
debolissima e pari, nell’Europa dei quindici, all’1,4 per cento. Del
resto la svalutazione dell’euro, allo scopo di sostenere le
esportazioni, non è un’idea migliore, in quanto ci esporrebbe ai
pericoli di inflazione “importata”. Eventualità non troppo remota in
periodi di aumento del prezzo del petrolio.
Ma c’è di più. Infatti, se negli anni Settanta si innescò una spirale
perversa, con una prima ventata inflazionistica che, dando inizio a
rivendicazioni sindacali tese all’aumento dei salari nominali, spinse
alle stelle i prezzi al consumo, tale schema non potrebbe verificarsi
oggi, proprio perché, rispetto a trent’anni fa, ogni aumento del costo
del lavoro viene prontamente neutralizzato dalla delocalizzazione (o
dalla minaccia di delocalizzazione) delle attività produttive. E in
questo scenario incredibilmente intricato la Cina svolge un ruolo
centrale, non soltanto a causa del basso costo del lavoro. Infatti la
svalutazione del dollaro porta alla diminuzione del valore delle riserve
cinesi in moneta statunitense, con la diretta conseguenza che la Banca
centrale cinese potrebbe aumentare le riserve in euro. Il che porterebbe
ad un ulteriore rafforzamento della moneta unica europea e ad un aumento
dei tassi d’interesse in Europa, con conseguenze di nuovo devastanti per
la crescita dei quindici. Flessibilità del mercato del lavoro e
delocalizzazione delle attività produttive svolgono quindi un ruolo
chiave nel determinare i recenti andamenti dell’economia dei paesi
industrializzati.
L’approccio di Barsky e Kilian è di estremo interesse, in quanto
suggerisce che gli shock petroliferi hanno effetti asimmetrici
sull’output e sul valore aggiunto. Circostanza tanto più vera nelle
economie contemporanee, all’interno delle quali non esistono più
meccanismi automatici di adeguamento delle retribuzioni all’inflazione.
La differenza sostanziale tra il periodo attuale e gli anni Settanta è
che il potere di contrattazione dei lavoratori è molto inferiore
rispetto a trent’anni fa, quando la disoccupazione era più contenuta, il
ruolo delle associazioni sindacali pervasivo e la competizione dei
mercati emergenti meno intensa. Senza contare la crescente flessibilità
del mercato del lavoro e le delocalizzazioni produttive. Come si innesta
il processo di ristrutturazione del mercato del lavoro nello scenario
macroeconomico analizzato in precedenza?
Flessibilità e delocalizzazione
La segmentazione del mercato del lavoro è stata inizialmente introdotta
nella grande impresa per rispondere alla domanda, emergente dal mercato,
di prodotti meno standardizzati e più vicini alle preferenze dei
consumatori. Con lo snellimento dei processi produttivi le grandi
imprese si sono trasformate in galassie di piccole imprese informali. La
maggior parte degli input sono forniti in outsourcing, il che conduce
alla disintegrazione verticale del processo di produzione. La crescita
degli occupati nelle piccole imprese, in molte economie avanzate, è
largamente dovuto al processo di espulsione di lavoratori non
specializzati dalla grande impresa, riassorbiti in seguito dalla piccola
e media impresa.
Le nuove tecniche di produzione hanno reso evanescente la distinzione,
essenziale nell’organizzazione fordista, tra colletti bianchi e tute
blu. Se nel sistema di produzione fordista il contenuto della
prestazione lavorativa era ben definito, i nuovi processi di produzione,
il cui obiettivo non è la massimizzazione delle economie di scala, ma
quella delle economie di scopo, non consentono di individuare con simile
precisione il contenuto della prestazione. La flessibilità del mercato
del lavoro è pertanto una conseguenza del cambiamento del paradigma
produttivo.
Come è noto si introduce flessibilità segmentando il mercato del lavoro
tra lavoratori core (occupati in settori strategici, manager e
professionisti) e lavoratori periferici, allo scopo di garantire una
reazione rapida dell’apparato produttivo alle fluttuazioni del mercato e
facilitare l’introduzione delle nuove tecnologie. Le nuove tecnologie
IT-intensive stentano a diffondersi in Europa anche per le rigidità
ancora esistenti sul mercato del lavoro. La segmentazione del mercato
del lavoro introduce due tipi di flessibilità, quella funzionale dei
lavoratori core e quella numerica dei lavoratori periferici. La prima
consente alle imprese di adattare gli skill dei lavoratori core in
risposta ai cambiamenti dei prodotti e dei processi produttivi.
La seconda garantisce l’adattamento della forza lavoro periferica alle
fluttuazioni del mercato [Seth 2000]. La maggior parte delle imprese
nelle economie sviluppate sta ristrutturando i sistemi di produzione per
sfruttare a fondo le opportunità offerte dalla flessibilità funzionale.
Il processo di ristrutturazione sta diffondendo incertezza sul mercato
del lavoro, sia in termini di incertezza sul contenuto della prestazione
lavorativa per i lavoratori core, sia sul mantenimento del posto di
lavoro per i lavoratori periferici (esposti alla concorrenza dei paesi
emergenti) sia, per tutti i lavoratori, in termini di incertezza sui
futuri flussi di reddito. Il recente aumento del saggio di risparmio e
il rallentamento dei consumi in tutti i paesi dell’Unione Europea
potrebbero riflettere, in parte, le ristrutturazioni in atto sul mercato
del lavoro. Ristrutturazioni che implicano anche rilevanti processi di
delocalizzazione produttiva. Attraverso la delocalizzazione un sistema
economico si specializza nella produzione dei beni e servizi nei quali
consegue i maggiori vantaggi comparati negli scambi internazionali.
Pertanto la delocalizzazione non è un fenomeno nuovo nell’ambito della
teoria pura del commercio internazionale. Infatti, in quanto
manifestazione della mobilità internazionale dei fattori della
produzione, è oggetto di un intenso dibattito dottrinario da circa due
secoli, a partire dai contributi di Ricardo (1817) e Stuart Mill (1829).
L’elemento di novità va quindi cercato nell’intensità e nella velocità
con cui le delocalizzazioni stanno modificando le ragioni di scambio, i
mercati del lavoro e gli scenari tecnologici tra paesi avanzati e paesi
in via di sviluppo, con profonde implicazioni anche in termini di
benessere. Una conseguenza dell’evoluzione in atto è la crescente
volatilità dei vantaggi comparati nei paesi che partecipano agli scambi
internazionali. Per Samuelson [2002] un progresso tecnico o
un’innovazione adottata in un particolare sistema economico alterano
durevolmente la struttura dei vantaggi comparati a danno degli altri
paesi, con pesanti effetti anche in termini di benessere. In prospettiva
schumpeteriana si tratta di un caso particolare di “distruzione
creativa”, in cui la creazione avviene in un paese e la distruzione in
un altro.
Le conseguenze della crescente integrazione dell’economia mondiale sono
tuttora oggetto di estesi dibattiti teorici [cfr. ad esempio Held et al.
1999]. Per alcuni commentatori [Scott 2001] la globalizzazione ha nel
complesso un impatto negativo sul sistema economico, in quanto
cancellerebbe posti di lavoro, specialmente nel settore manifatturiero:
si è stimato che negli Stati Uniti, nei sette anni successivi alla firma
del Nafta, la perdita netta sarebbe ammontata a circa 766 mila posti di
lavoro. Altri [Thorbecke e Eigen-Zucchi 2002] al contrario ritengono che
la globalizzazione ha un impatto positivo sul sistema economico, poiché
la liberalizzazione degli scambi e la progressiva integrazione dei
mercati incrementerebbero produttività e remunerazioni: il Council of
economic advisors [2002] ha stimato che, sempre negli Stati Uniti,
l’incremento nell’occupazione determinato dall’aumento delle
esportazioni nell’area Nafta ammonterebbe a 2,6 milioni di posti di
lavoro. È stato anche affermato [Thorbecke e Eigen-Zucchi cit.] che le
conseguenze negative della globalizzazione sarebbero nettamente
sovrastimate, poiché solo il 10-20 per cento della perdita di posti di
lavoro nel settore manifatturiero sarebbe dovuto alla delocalizzazione
di impianti in altri paesi, contro l’80-90 per cento imputabile ai
mutamenti tecnologici [Krugman 1996].
Va tuttavia osservato che tale ipotesi, se appare valida per cogliere
quanto è accaduto negli Stati Uniti tra anni Ottanta e anni Novanta,
perde molta della sua utilità per analizzare la situazione nell’Unione
Europea, dove – come si è osservato in precedenza – il processo di
diffusione delle nuove tecnologie è di gran lunga più lento e
contrastato. Se la delocalizzazione non è un fenomeno nuovo, la stessa
affermazione non vale per l’outsourcing internazionale di servizi, le
cui caratteristiche lo differenziano profondamente dalla mobilità
internazionale dei fattori della produzione. L’outsourcing
internazionale è una transazione business-to-business di servizi, resa
possibile dalle innovazioni nel campo delle tecnologie dell’informazione
e della comunicazione, che coinvolge settori di attività economica
(servizi alle imprese, ricerca e sviluppo, call center) ritenuti fino ad
oggi al riparo dagli scambi internazionali. L’Unctad-United Nations
Conference on Trade and Development (2004) stima che soltanto il 10 per
cento del valore complessivo dei servizi prodotti a livello mondiale sia
oggetto di transazioni internazionali, contro il 50 per cento dei beni,
ma il fenomeno è in forte crescita.
Il fenomeno è in forte crescita e potrebbe generare non pochi shock ai
sistemi economici dei paesi industrializzati. Nei settori manifatturieri
dei paesi sviluppati il lavoro non qualificato è esposto alla
concorrenza dei paesi emergenti, mentre in quelli ad alto valore
aggiunto il lavoro qualificato è fortemente valorizzato dall’adozione
delle nuove tecnologie. I processi di outsourcing internazionale mettono
a rischio le remunerazioni anche in quest’ultimo settore e rischiano, in
Europa, di rallentare ulteriormente il già lento processo di
introduzione delle tecnologie IT-based. Infatti, man mano che le
attività manifatturiere si trasferiscono all’estero, è presumibile che i
lavoratori trovino occupazione in altri settori, principalmente nel
comparto dei servizi. È quanto si è verificato, ad esempio, in Italia
negli ultimi vent’anni.
Ma se a trasferirsi all’estero sono anche i servizi, aumenta tout court
l’incertezza del lavoratore circa le prospettive future di incrementare
il proprio reddito. In mancanza di ammortizzatori sociali e di
riqualificazione della forza lavoro maggiormente toccata dai processi di
delocalizzazione e di outsourcing internazionale, la risposta razionale
dei lavoratori/consumatori, come si è visto in precedenza, è aumentare
il risparmio e diminuire la spesa per consumi. Con intuibili effetti per
la crescita dell’economia nel suo complesso.
Il caso del Veneto
Il Veneto rappresenta un prezioso laboratorio di sperimentazione sugli
effetti macro e microeconomici della ristrutturazione del mercato del
lavoro. In Veneto la piccola e media impresa è in piena metamorfosi. Nel
settore meccanico e in quello del legno, che da soli rappresentano il 60
per cento del fatturato, sei occupati su dieci non si dedicano alla
produzione, ma a logistica, R&S, customer care; parallelamente aumenta
il tasso d’innovazione tecnologica e si contrae leggermente il numero di
imprese del comparto manifatturiero, pur all’interno di un quadro
estremamente articolato, in cui sono soprattutto le imprese nei settori
tradizionali del made in Italy a perdere terreno. Un fatto appare
chiaro: o si cambia, o si chiude. A causa della concorrenza da parte dei
paesi emergenti, la delocalizzazione è stata nel corso degli anni
Novanta una scelta obbligata per molte piccole e medie imprese venete
penalizzate dall’elevato costo del lavoro e, con un tasso di
disoccupazione ben al di sotto di quello ritenuto “frizionale”, dalla
scarsità di manodopera.
Il problema è che numerose Pmi hanno delocalizzato con successo le
attività produttive (mantenendo spesso in Italia le attività di R&S),
senza però percorrere con decisione il sentiero
dell’internazionalizzazione, chiave di penetrazione sui nuovi mercati
dell’economia globalizzata. Un classico caso in cui le dimensioni
contano. Fatto sta che i processi di delocalizzazione e di
internazionalizzazione delle imprese hanno un impatto anche in ambiti
inaspettati. Con risultati eclatanti: l’ottava provincia del Veneto non
si trova all’interno dei confini nazionali, ma in Romania, a Timisoara,
dove la crescente presenza di Pmi venete potrebbe aver favorito, ad una
prima lettura dei dati del censimento rumeno del 2002, una crescente
urbanizzazione della popolazione residente nel distretto, attratta
dall’industrializzazione del capoluogo.
La flessibilità numerica è stata adottata lungo l’intera storia
dell’industrializzazione, ma la sua incidenza è aumentata con
l’introduzione nel ciclo produttivo di processi basati sulla
microelettronica e sulle tecnologie dell’informazione, che hanno
contribuito alla creazione di una maggiore flessibilità
dell’occupazione. Le imprese stanno estendendo la flessibilità
soprattutto al segmento “basso” del mercato del lavoro. I lavoratori
periferici sono assunti con una retribuzione inferiore a quella
standard, per un maggior numero di ore lavorative, con durata variabile.
In sostanza, la flessibilità ha aumentato l’incertezza tra i lavoratori
periferici influenzando direttamente la sicurezza dell’impiego e del
reddito.
La flessibilità numerica influenza anche le opportunità d’impiego
permanente di professionisti ad elevata specializzazione, costringendoli
a riconvertirsi in lavoratori free-lance o ad associarsi in studi
professionali. Tale tendenza ha influenzato l’impiego potenziale di
esperti di management, esperti in nuove tecnologie e ingegneri
specializzati, determinando la crescita del lavoro autonomo e
dell’impresa su base familiare. Comunque, tutte queste pratiche
determinano una profonda incertezza nei percettori di redditi da lavoro
autonomo. E’ stata la disintegrazione verticale dei processi di
produzione a favorire la nascita di reti interindustriali per la
fornitura in outsourcing e quella di distretti industriali quali il
Nord-Est in Italia, la regione di Salisburgo in Austria, quella del
Baden Wurttenberg in Germania, la Silicon Valley, la Route 128 presso
Boston.
Tuttavia per alcuni commentatori [Seth 2001 cit.] i distretti
industriali come quello del Nord-Est sono stati eccessivamente
enfatizzati come realizzazioni dell’utopia di un metodo atomizzato di
produzione. Tali distretti in realtà sono agglomerati di piccole
imprese, che tentano di sopravvivere in condizioni di mercato ostili. Le
Pmi del Veneto applicano in maniera estesa la flessibilità numerica con
amplissimi differenziali salariali. Nel Nord est molti lavoratori
lavorano nel sistema produttivo informale del cottimo, come durante la
fase della protoindustrializzazione, con condizioni tra le peggiori tra
le economie di mercato [Seth 2001 cit.]. Quindi l’esportazione del
modello produttivo del Nord-Est rischia di diffondere un metodo di
produzione profondamente vulnerabile.
La sfida della politica economica
Per fronteggiare la crescente incertezza associata alla volatilità delle
ragioni di scambio e dei vantaggi comparati a livello internazionale, le
autorità di politica economica dispongono di tre alternative. La prima,
ovvia, è l’adozione di politiche protezioniste. Si tratta, come è
intuibile, di una soluzione pessima, in quanto esclude il sistema
economico nazionale dai vantaggi legati al commercio internazionale. La
seconda è l’adozione di pratiche concorrenziali sul piano fiscale e
sociale, allo scopo di contenere il costo del lavoro nei paesi avanzati.
Tuttavia in letteratura gli effetti della concorrenza fiscale e
l’alleggerimento dei sistemi di protezione sociale sono oggetto di
vivaci dispute dottrinarie, in quanto i loro effetti in termini di
contenimento dei costi sarebbero irrisori rispetto all’entità dei divari
salariali tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. È per tale
motivo che, secondo alcuni commentatori, la globalizzazione apre un’era
in cui Stati-nazione e governi, impotenti di fronte alla “mano
invisibile” del mercato, incontreranno crescenti difficoltà nel
garantire ai cittadini gli attuali livelli di benessere. La terza
strategia prevede massicci investimenti in capitale umano e nelle
attività di ricerca e sviluppo in tutti i settori d’attività economica.
A differenza della concorrenza fiscale e sociale, quella fondata sul
capitale umano e sull’innovazione accresce un bene pubblico, la
conoscenza, e consente alle forze di mercato, attraverso l’offerta di
beni e servizi caratterizzati da maggiori input tecnologici, di
neutralizzare molte delle conseguenze negative della globalizzazione.
È in questa chiave che, probabilmente, va interpretato il recente
intervento del ministro dell’Economia francese Nicolas Sarkozy, secondo
cui, in generale, i processi di delocalizzazione, se non adeguatamente
guidati, condurranno al progressivo depauperamento delle economie
nazionali, a causa della perdita di posti di lavoro e della conseguente
contrazione del valore aggiunto. Francia, Germania e, recentemente,
l’Italia hanno prontamente reagito con misure atte a disincentivare la
delocalizzazione selvaggia, finanziando i progetti di delocalizzazione
formulati da consorzi di imprese e da joint venture tra imprese e centri
di ricerca, e defiscalizzando gli utili conseguiti da imprese italiane
delocalizzate che li reinvestano in attività di ricerca in Italia. Ma si
tratta di misure parziali e, in uno scenario contraddistinto da una
notevole complessità, sembrerebbe più saggio affrontare il problema in
ottica sistemica.
La politica economica nazionale, come è noto, non dispone più dell’ampia
gamma di strumenti sui quali poteva contare prima del Trattato di
Maastricht. Ha perso, ad esempio, il controllo sullo strumento
monetario, e manovra in maniera limitata soltanto i tassi d’interesse.
La politica di bilancio è severamente condizionata non soltanto dai
vincoli del Patto di stabilità, come è noto, ma in Italia anche dalla
disastrosa eredità del debito pubblico accumulatosi negli ultimi
trent’anni. È per tale motivo che appare sempre più ineludibile
l’esigenza di ripensare il governo dell’economia, individuando nuovi
strumenti di intervento, o applicando strumenti pensati per altri ambiti
di applicazione a finalità di politica economica, la crescita in primis.
I recenti provvedimenti di politica fiscale e previdenziale sembrano
andare nella giusta direzione. Il taglio delle aliquote potrebbe
iniettare una robusta dose di fiducia nell’economia, in un periodo di
profonda incertezza delle famiglie sul futuro. Inoltre i provvedimenti
di scudo fiscale, spesso ingiustamente denigrati dall’opposizione,
potrebbero riportare in Italia risorse finanziarie preziose,
specialmente se reinvestiti in attività ad elevato valore aggiunto. La
riforma previdenziale, già nella sua fase di avvio, potrebbe consentire
in parte di contenere il costo del lavoro, anche se dovrà essere
affiancata in futuro da quella degli ammortizzatori sociali, sempre più
inadeguati in tempi di crescente flessibilità.
Ma è soltanto integrando una politica di competizione fiscale e sociale
con quella che considera centrale l’investimento in capitale umano che
sarà possibile conseguire i maggiori risultati. In quali ambiti la
risposta del policy maker appare oggi ancora inadeguata? In primo luogo
la formazione. Il legame positivo sussistente tra stock di capitale
umano e crescita è stato indagato dalla teoria economica a partire dagli
anni Ottanta. Il sistema scolastico italiano ha subito negli ultimi anni
un profondo processo di riforma, con esiti che lasciano perplessi non
pochi commentatori. Se aumentare la flessibilità dei percorsi formativi
era ormai l’unica strada per mantenere la concorrenzialità del nostro
capitale umano, attualmente il sistema scolastico, e specialmente la
formazione universitaria, appare una giungla inestricabile di percorsi
iper-specialistici per lo più inutili, laddove, come si è visto in
precedenza, in futuro la flessibilità del mercato del lavoro – per i
lavoratori core, più scolarizzati – potrebbe prendere soprattutto la
forma di flessibilità funzionale. È per tale motivo che sembrerebbe
sensato non soltanto rendere i percorsi formativi più flessibili, ma
comunque in grado di fornire ampie competenze generali, allo scopo di
minimizzare i costi di riqualificazione e di formazione permanente del
segmento “alto” del mercato del lavoro, costi che attualmente sono
finanziati dalle imprese e dagli stessi lavoratori. Connesso con la
formazione appare importante il contributo di ricerca e sviluppo. In
Italia si spende troppo poco e, soprattutto, si spende male. In un
sistema economico caratterizzato da un tessuto di piccole e medie
imprese che, spesso, non investono in R&S, il ruolo dello Stato appare
fondamentale. Ma non risulta ancora chiaro attraverso quali meccanismi i
risultati della ricerca finanziata pubblicamente possano efficacemente
diffondersi all’apparato produttivo. La forma di collaborazione più
interessante tra pubblico e privato è la joint venture, che sottrae il
sapere agli angusti corridoi di università e centri di ricerca e lo
tramuta in un formidabile fattore produttivo. Gli schemi di partnership
devono essere incentivati anche quando l’impresa non delocalizza
all’estero la produzione, e questo per intuibili ragioni di equità.
Tuttavia il capitale umano non deve essere inteso nella sua accezione
più restrittiva, in termini di formazione della forza lavoro, ma deve
ricomprendere altri elementi, quali la salute. Un buon funzionamento del
sistema sanitario – in termini di outcome – crea i presupposti per
elevati rendimenti degli investimenti in capitale umano, come ben
chiarisce la teoria economica. La politica sanitaria e la politica
industriale in campo farmaceutico sono quindi strumenti che potrebbero
rivelare, nell’ambito della politica economica, enormi potenzialità, se
utilizzati ai fini della crescita economica. Per motivi di sintesi,
basterà ricordare che l’ammontare di risorse destinate alle attività di
ricerca e sviluppo da parte dell’industria farmaceutica risultano, in
percentuale del fatturato, superiori di diversi ordini di grandezza a
quelli effettuati in altri settori, quali, ad esempio, il settore
automobilistico. È per questo che i recenti provvedimenti di governo del
prezzo dei farmaci presi negli ultimi anni, anche se giustificati
dall’esigenza di contenere il budget statale, disincentivano le attività
di R&S, con pesanti ricadute in termini di occupazione e di crescita
potenziale. È per questo che molte soluzioni dovrebbero essere
concordate con l’industria farmaceutica. Analoghe considerazioni
potrebbero essere svolte per l’organizzazione del sistema sanitario, che
adotta ancora tecnologie labour-intensive e si affida poco
all’innovazione tecnologica.
I rischi di stagnazione perdureranno anche nei prossimi anni. Stimolare
in tutti i modi la crescita dell’economia dovrebbe quindi essere la
prima priorità nel programma politico della Casa delle Libertà. Ma non
basta. Come sempre quando si vive in epoche di transizione, l’adozione
di soluzioni innovative è ostacolata da frizioni, diffidenze, se non da
aperte ostilità. Maggioranza e opposizione dovrebbero al contrario
riconoscere l’esistenza del problema e, per quanto possibile,
collaborare nell’individuazione di soluzioni idonee per stimolare
l’attività economica, rinunciando all’utilizzazione della deludente
performance economica come strumento di lotta politica. È soltanto
mobilitando tutti gli italiani attorno all’esigenza di rilancio del
sistema produttivo nazionale che i provvedimenti di politica economica
dei prossimi anni conseguiranno il necessario consenso.
15 luglio 2005
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