Economia, il tempo delle scelte
di Ornello Vitali
da Ideazione, marzo-aprile 2005

In ricordo di Ornello Vitali, collaboratore di Ideazione sin dai primi numeri, ripubblichiamo l’ultimo saggio comparso sulla rivista bimestrale nel numero 2-2005 di marzo-aprile sullo stato dell’economia italiana e sulle ipotesi per una ripresa.

Si sta diffondendo un tiepido ottimismo sull’andamento dell’economia nel 2005. Una prima conferma di tale sensazione si ha dalla lettura della sintetica analisi contenuta nel “Quaderno congiunturale dell’economia italiana” (ministero dell’Economia e delle Finanze 2004): nell’attuale fase ciclica, le esportazioni sono tornate a contribuire positivamente alla crescita – confermando un’inversione di tendenza registrata nel trimestre precedente – e, parallelamente, si registra una netta decelerazione dell’inflazione interna, determinata soprattutto dalla sensibile riduzione dei costi del lavoro per unità di prodotto. Tale interpretazione risulta in linea con la breve analisi di scenario contenuta nella “Relazione della Corte di Conti” presentata in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2005 (Corte dei Conti, 2005), in cui si afferma che «l’anno appena trascorso, iniziato in una situazione di annosa stagnazione e di affanni contabili, ha mostrato, nei suoi ultimi mesi, qualche promettente segno di ripresa dell’economia e di consolidamento dei conti dello Stato, accompagnato e favorito da una rigorosa politica di bilancio tesa al contenimento della spesa pubblica» e ancora «tale politica di bilancio si è concretizzata, alla fine del primo semestre 2004, in alcuni interventi del governo finalizzati ad assicurare una riduzione dell’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni, in modo da evitare, nel 2004, il superamento della soglia del 3 per cento del Pil». Dal lato dell’offerta, tuttavia, non provengono notizie altrettanto rassicuranti. Infatti, il valore aggiunto dell’industria in senso stretto e quello dei servizi si caratterizzano per profili congiunturali sostanzialmente piatti, mentre quello delle costruzioni registra un aumento sul trimestre precedente pari allo 0,9 per cento. Nel complesso, nel primo semestre del 2004 la crescita del Prodotto interno lordo in Italia, pari all’1,4 per cento rispetto al semestre precedente, è risultata inferiore a quella media registrata nell’area dell’euro.

L’attività produttiva è stata sostenuta dalla spesa delle famiglie, che ha però registrato una lieve flessione nel secondo trimestre, e da una accelerazione degli investimenti. In base alla stima preliminare diffusa dall’Istat, l’aumento del Pil nel terzo trimestre è stato dello 0,4 per cento sul trimestre precedente e dell’1,7 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’andamento congiunturale più recente non segnala alcuna robusta accelerazione dell’attività nel quarto trimestre. La produzione industriale – a differenza delle altre economie dell’area euro, osserva la Banca d’Italia (2004) – oscilla attorno ai livelli dello scorso anno. La stasi dell’attività manifatturiera sarebbe proseguita in ottobre e in novembre 2004. Di conseguenza, stima il Fondo monetario internazionale, la crescita del Pil italiano si attesterebbe all’1,4 per cento nel 2004.

Cosa avverrà nel 2005? I risultati del sondaggio condotto lo scorso settembre dalla Banca d’Italia [Banca d’Italia 2004] presso le imprese dell’industria e dei servizi conterrebbero alcuni segnali incoraggianti, confermando le previsioni dei principali organismi internazionali di una crescita del Pil nel 2005 pari all’1,7 per cento. Permangono comunque rilevanti incertezze sull’andamento futuro del prezzo del petrolio e dei tassi di cambio. La debole ripresa dell’economia italiana non interesserà tutte le principali componenti della domanda interna, con gli investimenti in aumento del 3 per cento, i consumi con il 2 per cento circa, mentre il contributo netto del commercio con l’estero risulterebbe sostanzialmente nullo. Sul versante dei prezzi, l’inflazione sui dodici mesi si è attestata attorno al 2,3 per cento fino all’estate e si è portata al 2 per cento in ottobre, merito delle rilevanti diminuzioni di prezzo dei prodotti alimentari freschi e di alcuni beni durevoli, che hanno più che compensato i rincari dei prodotti petroliferi. Il livello raggiunto dalle quotazioni del petrolio, il cui impatto sui prezzi interni è stato contenuto per gran parte del 2004 dalla gradualità dell’adeguamento delle tariffe del gas e dell’elettricità, determinerà nel 2005 un progressivo, moderato aumento delle voci del paniere legate all’energia. Di conseguenza l’inflazione nel 2005 potrebbe attestarsi al 2,2 per cento, come nel 2004. Ma vi sono altri e ben più allarmanti motivi per cui non si manifesteranno rilevanti tensioni inflazionistiche, almeno nel primo semestre del 2005: una domanda finale debole e, in tutta Europa, la stabilizzazione dei prezzi di molti servizi, malgrado le tensioni inflazionistiche che hanno coinvolto il settore, e questo grazie all’incremento della produttività del lavoro.

Nel presente saggio si parte dal presupposto che la debolezza della domanda finale sia parzialmente determinata dall’aumento dell’incertezza dei lavoratori circa i flussi futuri di reddito, incertezza che si traduce sia in un peggioramento delle aspettative sulla situazione personale, sia in un incremento del risparmio per motivi precauzionali. L’aumento dell’incertezza è determinato in prevalenza dai profondi mutamenti strutturali che stanno coinvolgendo il mercato del lavoro. Flessibilità, delocalizzazione produttiva e outsourcing internazionale dei servizi alle imprese stanno mutando in maniera sostanziale non soltanto il sistema produttivo, ma anche il funzionamento del sistema economico dei paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, tali fenomeni consentono di conseguire una maggiore stabilità macroeconomica nel lungo periodo, e questo malgrado le politiche monetarie espansive che hanno caratterizzato la prima metà del decennio, che fanno temere un ritorno della stagflazione, soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone. Con pesanti ripercussioni anche per la produzione industriale italiana, da sempre indirizzata verso i mercati esteri e già oggi pesantemente penalizzata dall’euro forte. Quali sfide si profilano all’orizzonte del policy maker? Quali sono i margini di manovra per una politica monetaria non interamente decisa a Francoforte e a Bruxelles? Come tramutare le delocalizzazioni produttive da criticità ad opportunità? E soprattutto, si può uscire dal vicolo cieco della bassa crescita economica degli ultimi anni? È importante, in primo luogo, analizzare lo scenario macroeconomico.

Termini minacciosi e apparentemente desueti ricominciano ad essere pronunciati sottovoce nelle stanze dei bottoni. Stagflazione, ad esempio: un mix devastante di bassa crescita ed inflazione, ritenuto impossibile dalla teoria economica fino agli anni Sessanta. Il fenomeno si ripresenterebbe oggi con caratteristiche parzialmente nuove, tanto che alcuni commentatori [Fels 2004] parlano in maniera esplicita di Stagflazione Tipo 2.

Il timore di un ritorno della stagflazione

Perché si teme un ritorno alla stagflazione? In primo luogo la stagnazione potrebbe essere la logica conseguenza dell’adozione negli ultimi cinque anni di politiche monetarie espansive negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Giappone, al fine di contrastare la debolezza dei mercati e il rallentamento della crescita del Pil in tutte le economie sviluppate. La Fed e la Banca centrale europea hanno tagliato i tassi di sconto e moltiplicato le operazioni di mercato aperto [Bouzou 2005], politiche facilitate dall’aumento, o dal riaffiorare nel caso degli Stati Uniti, di deficit nel bilancio federale. Dove va la liquidità iniettata nei circuiti bancari? Probabilmente va ad alimentare una spirale inflazionistica in molti mercati, anche se ancora non coinvolge direttamente il consumatore finale.

A gennaio, negli Stati Uniti, i prezzi delle materie prime sono aumentati del 3,3 per cento rispetto al mese precedente e del 13,5 per cento su base annua. I prezzi alla produzione, sempre a gennaio, sono aumentati dell’1,9 per cento rispetto al mese precedente – il più forte aumento dal gennaio 2001 – e del 5,4 per cento su base annua. Forti incrementi dei prezzi anche nel settore immobiliare, non soltanto in Italia, ma negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna. Colpa di una bolla speculativa che, per molti analisti, potrebbe esplodere all’aumentare dei tassi d’interesse a lungo termine; in tal caso vi sarebbe un impatto negativo immediato sui consumi finali (a causa dell’effetto ricchezza) e sulla solvibilità bancaria (che condurrebbe ad un aumento del rischio per gli istituti di credito).

Dopo gli immobili, i titoli del debito pubblico. Dopo il 2001, a seguito dello sgonfiamento della bolla speculativa dei titoli della new economy, gli investitori e le banche si sono spostati su posizioni meno rischiose, quali i titoli del debito pubblico, con la diretta conseguenza che il prezzo dei treasury bond statunitensi a dieci anni ha subito un’impennata. Sul mercato dei beni finali, al contrario, non si manifestano ancora rilevanti tensioni inflazionistiche, né è previsto un rialzo dell’inflazione nel primo semestre del 2005 [Ifo-Insee-Isae 2005].

Vi sono almeno due motivi per cui non si verificherà alcun surriscaldamento dei prezzi al consumo. Il primo è la debolezza della domanda delle famiglie (determinata in parte dalla moderata crescita dei salari e, in molti paesi, dall’aumento dell’incertezza associata alla produzione di reddito). D’altro lato, sebbene stiano riaffiorando tensioni inflazionistiche nel comparto dei servizi – in particolare in Europa, dove il mercato non è caratterizzato da un’intensa concorrenza – gli effetti dell’aumento dei prezzi potrebbero essere neutralizzati da incrementi di produttività. L’adozione di politiche monetarie espansive, si afferma da più parti, avrebbe scongiurato una stagnazione ancora più grave. Per Bouzou [2005 cit.] tale opinione è assolutamente condivisibile. Ad esempio, se le banche centrali non avessero iniettato tanta liquidità nel sistema, il collasso dei mercati azionari (nonché della produzione, degli investimenti e dei profitti) sarebbe stato ben più grave. Ma il problema di una politica monetaria espansiva è che rallenta il processo di riaggiustamento della struttura produttiva verso una configurazione più aderente alle preferenze temporali dei consumatori.

Nei paesi a capitalismo avanzato l’indebitamento delle famiglie sta aumentando ad un ritmo più rapido del reddito disponibile. Contrariamente alle opinioni diffuse tra i commentatori, il 2004 non sarebbe stato un anno di ripresa negli Usa, in Europa e in Giappone, anche se alcuni dati trimestrali relativi al Pil risultano insperatamente buoni. Ricordiamoci che l’Nber data la fine dell’ultimo ciclo di espansione dell’economia e l’inizio della contrazione nel marzo 2001, e deve ancora raggiungere il fondo.

Non possiamo escludere un aumento dei tassi nominali d’interesse dovuto a aspettative inflazionistiche. Tale aumento comporterebbe l’esplosione della bolla immobiliare e un forte declino del prezzo dei titoli di Stato, con impatti negativi per la ricchezza delle famiglie e per la solvibilità bancaria. L’unica soluzione sarebbe una completa sterilizzazione dell’inflazione. La recessione e la crisi dei mercati azionari sarebbero intense, ma brevi. Se non si adotta tale soluzione, l’economia mondiale avrà pessime performance per molti anni a seguire.

Per molti aspetti, l’attuale quadro macroeconomico ricorda quello dei primi anni Settanta, quando l’economia mondiale subì la prima ondata di stagflazione, con drammatiche ripercussioni sul mercato dei titoli di Stato e sulle Borse [Fels 2004 cit.]. Come negli anni Settanta, il prezzo del petrolio si è quintuplicato in sei anni. È vero che lo shock determinato dal primo aumento del prezzo del petrolio fu molto più esteso, a causa del ristretto intervallo temporale in cui si realizzò la maggior parte dell’aumento e anche perché all’epoca l’apparato produttivo dipendeva molto di più da questa fonte energetica. Per Bouzou [2005 cit.] è importante il contesto: lo shock petrolifero di questi anni sarebbe stato determinato principalmente da un inatteso aumento della domanda fisica e speculativa di petrolio, mentre nel 1973 lo shock fu determinato in prevalenza dal contenimento dell’offerta da parte dei produttori.

Ma questa è soltanto una delle analogie tra la situazione attuale e quella degli anni Settanta. Oggi come allora la politica monetaria è ampiamente espansiva. Negli anni Settanta le banche centrali tentarono di contrastare lo shock petrolifero stampando moneta, nella credenza erronea che vi fossero sufficienti ammortizzatori nell’economia per contenere la crescita dei prezzi. La maggior parte degli ammortizzatori si rivelarono illusori, comunque, e l’inflazione aumentò oltre le aspettative, deprimendo ulteriormente i tassi d’interesse reali. Le similitudini con la situazione attuale sono evidenti: la Fed, la Bce e la Banca centrale giapponese sembrano credere che la migliore risposta ad uno shock petrolifero sia quella di neutralizzarne l’impatto sulla domanda.

In terzo luogo, oggi come negli anni Settanta, alle politiche monetarie espansive si accompagnano politiche espansive di bilancio. Negli Stati Uniti il bilancio federale, dopo alcuni anni di relativo rigore, è tornato in rosso e nell’Unione Europea da più parti si chiede di attenuare il rigore dei vincoli del Patto di stabilità. Inoltre gli Stati Uniti devono finanziare una guerra costosa in Medio Oriente, mentre in Europa è improbabile che la politica fiscale diventi più virtuosa negli anni a venire. Inoltre negli anni Settanta le economie a capitalismo avanzato si trovarono ad affrontare la concorrenza del Giappone e della Corea del sud sui mercati mondiali, con profonde ripercussioni sull’industria siderurgica e metalmeccanica che rallentarono la crescita dell’output potenziale europeo e nordamericano. Oggi i nuovi concorrenti sono la Cina, l’India e l’Europa orientale che, oltre tutto, sono mèta di processi di delocalizzazione e di outsourcing internazionale. Solo a causa della dimensione di questi nuovi concorrenti, l’impatto potrebbe essere ancora più esteso di quello degli anni Settanta.

Infine, e questa è la questione maggiormente controversa, così come negli anni Settanta si manifestò il primo massiccio productivity slowdown, attualmente l’information technology starebbe esaurendo la sua spinta propulsiva sulla produttività. L’effetto potrebbe manifestarsi nettamente negli Stati Uniti e meno in Europa, dove le tecnologie IT-intensive ancora non sono diffuse capillarmente, anche a causa di perduranti rigidità istituzionali sul mercato del lavoro. È in questi termini che, come si dirà nel seguito, deve essere impostato il tema della flessibilità, connesso con quello della delocalizzazione produttiva.

Per la teoria macroeconomica standard gli shock petroliferi svolgono un ruolo cruciale nella genesi della stagflazione. Tuttavia per Barsky e Kilian [2001, 2004] la spiegazione dal lato dell’offerta è meno convincente di quanto comunemente si pensi e le evidenze di un collegamento tra variazioni del prezzo del petrolio e performance macroeconomica sarebbero nettamente sovrastimate. Per i due autori, infatti, avrebbe giocato un ruolo preponderante la politica monetaria espansiva delle Banche centrali, Fed in primis. L’esame dei principali indicatori macroeconomici mostrerebbe, infatti, che gli shock petroliferi alla fine degli anni Novanta hanno avuto un impatto sui prezzi soltanto nel breve periodo. Tale risultato non è sorprendente, poiché non vi è stata, tra il 1998 e il 2000, nessuna espansione della base monetaria, come quella attuata a più riprese nel corso degli anni Settanta.

La crescita dell’output realizzatasi negli anni Novanta, comunque, risulta alquanto differente da quella, pur rapida, verificatasi negli anni Settanta e ampiamente alimentata da politiche monetarie espansive. La crescita reale degli ultimi quindici anni, specialmente negli Stati Uniti, è stata determinata dall’incremento dell’output potenziale (grazie all’incremento di produttività derivante dall’adozione di tecnologie IT-intensive) piuttosto che dall’aumento della domanda aggregata. Ed è il forte incremento dell’output potenziale che ha creato, per Barsky e Kilian, le condizioni favorevoli per l’aumento del prezzo del petrolio. Se gli Stati Uniti fossero stati in recessione nel 1999-2000 e la domanda di prodotti petroliferi fosse stata debole, sarebbe stato difficile per l’Opec aumentare il prezzo del petrolio per un prolungato intervallo temporale.

Se appare plausibile che l’origine della stagflazione sia essenzialmente di natura monetaria, naturalmente ciò non esclude che prolungati aumenti del prezzo del petrolio abbiano un impatto sui prezzi. Comunque per Barsky e Kilian l’effetto è incontrovertibile soltanto sull’output, non sul valore aggiunto. In maniera controintuitiva, l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe al contrario avere effetti deflazionistici sul valore aggiunto, anche se l’impatto sull’output è inflazionistico. Per questo insieme di motivi, non dovremmo attenderci inflazione da costi. In presenza di una politica monetaria espansiva e di un rallentamento della crescita, infatti, il pericolo è l’inflazione da domanda.

Tutti questi elementi presi insieme formano una miscela esplosiva di bassa crescita e inflazione. Molti osservatori (e a giudicare dall’andamento della Borsa e dei titoli del debito pubblico, anche i mercati finanziari) sembrano concordare sulla previsione di un rallentamento della crescita. Comunque non molti concordano sui timori di inflazione. Vi sono tuttavia alcuni indizi che tuttora le Banche centrali (e in particolare la Fed) sovrastimino il tasso di crescita dell’output potenziale e quindi l’ampiezza del gap con il tasso di crescita dell’economia. Il rischio, sottolinea Bouzou [2005 cit.] è che la politica monetaria rimanga troppo espansiva e troppo a lungo, determinando così l’aumento dell’inflazione.

In presenza di inflazione uno dei rimedi tradizionalmente adottati dalle banche centrali è l’aumento del tasso di sconto. Con un’inflazione, in area euro, pari al 2,2 per cento, la manovra dei tassi di sconto potrebbe neutralizzarne gli effetti negativi. Ma aumentare oggi il tasso di sconto porterebbe alla sterilizzazione di una crescita economica già debolissima e pari, nell’Europa dei quindici, all’1,4 per cento. Del resto la svalutazione dell’euro, allo scopo di sostenere le esportazioni, non è un’idea migliore, in quanto ci esporrebbe ai pericoli di inflazione “importata”. Eventualità non troppo remota in periodi di aumento del prezzo del petrolio.

Ma c’è di più. Infatti, se negli anni Settanta si innescò una spirale perversa, con una prima ventata inflazionistica che, dando inizio a rivendicazioni sindacali tese all’aumento dei salari nominali, spinse alle stelle i prezzi al consumo, tale schema non potrebbe verificarsi oggi, proprio perché, rispetto a trent’anni fa, ogni aumento del costo del lavoro viene prontamente neutralizzato dalla delocalizzazione (o dalla minaccia di delocalizzazione) delle attività produttive. E in questo scenario incredibilmente intricato la Cina svolge un ruolo centrale, non soltanto a causa del basso costo del lavoro. Infatti la svalutazione del dollaro porta alla diminuzione del valore delle riserve cinesi in moneta statunitense, con la diretta conseguenza che la Banca centrale cinese potrebbe aumentare le riserve in euro. Il che porterebbe ad un ulteriore rafforzamento della moneta unica europea e ad un aumento dei tassi d’interesse in Europa, con conseguenze di nuovo devastanti per la crescita dei quindici. Flessibilità del mercato del lavoro e delocalizzazione delle attività produttive svolgono quindi un ruolo chiave nel determinare i recenti andamenti dell’economia dei paesi industrializzati.

L’approccio di Barsky e Kilian è di estremo interesse, in quanto suggerisce che gli shock petroliferi hanno effetti asimmetrici sull’output e sul valore aggiunto. Circostanza tanto più vera nelle economie contemporanee, all’interno delle quali non esistono più meccanismi automatici di adeguamento delle retribuzioni all’inflazione.

La differenza sostanziale tra il periodo attuale e gli anni Settanta è che il potere di contrattazione dei lavoratori è molto inferiore rispetto a trent’anni fa, quando la disoccupazione era più contenuta, il ruolo delle associazioni sindacali pervasivo e la competizione dei mercati emergenti meno intensa. Senza contare la crescente flessibilità del mercato del lavoro e le delocalizzazioni produttive. Come si innesta il processo di ristrutturazione del mercato del lavoro nello scenario macroeconomico analizzato in precedenza?

Flessibilità e delocalizzazione

La segmentazione del mercato del lavoro è stata inizialmente introdotta nella grande impresa per rispondere alla domanda, emergente dal mercato, di prodotti meno standardizzati e più vicini alle preferenze dei consumatori. Con lo snellimento dei processi produttivi le grandi imprese si sono trasformate in galassie di piccole imprese informali. La maggior parte degli input sono forniti in outsourcing, il che conduce alla disintegrazione verticale del processo di produzione. La crescita degli occupati nelle piccole imprese, in molte economie avanzate, è largamente dovuto al processo di espulsione di lavoratori non specializzati dalla grande impresa, riassorbiti in seguito dalla piccola e media impresa.

Le nuove tecniche di produzione hanno reso evanescente la distinzione, essenziale nell’organizzazione fordista, tra colletti bianchi e tute blu. Se nel sistema di produzione fordista il contenuto della prestazione lavorativa era ben definito, i nuovi processi di produzione, il cui obiettivo non è la massimizzazione delle economie di scala, ma quella delle economie di scopo, non consentono di individuare con simile precisione il contenuto della prestazione. La flessibilità del mercato del lavoro è pertanto una conseguenza del cambiamento del paradigma produttivo.

Come è noto si introduce flessibilità segmentando il mercato del lavoro tra lavoratori core (occupati in settori strategici, manager e professionisti) e lavoratori periferici, allo scopo di garantire una reazione rapida dell’apparato produttivo alle fluttuazioni del mercato e facilitare l’introduzione delle nuove tecnologie. Le nuove tecnologie IT-intensive stentano a diffondersi in Europa anche per le rigidità ancora esistenti sul mercato del lavoro. La segmentazione del mercato del lavoro introduce due tipi di flessibilità, quella funzionale dei lavoratori core e quella numerica dei lavoratori periferici. La prima consente alle imprese di adattare gli skill dei lavoratori core in risposta ai cambiamenti dei prodotti e dei processi produttivi.

La seconda garantisce l’adattamento della forza lavoro periferica alle fluttuazioni del mercato [Seth 2000]. La maggior parte delle imprese nelle economie sviluppate sta ristrutturando i sistemi di produzione per sfruttare a fondo le opportunità offerte dalla flessibilità funzionale. Il processo di ristrutturazione sta diffondendo incertezza sul mercato del lavoro, sia in termini di incertezza sul contenuto della prestazione lavorativa per i lavoratori core, sia sul mantenimento del posto di lavoro per i lavoratori periferici (esposti alla concorrenza dei paesi emergenti) sia, per tutti i lavoratori, in termini di incertezza sui futuri flussi di reddito. Il recente aumento del saggio di risparmio e il rallentamento dei consumi in tutti i paesi dell’Unione Europea potrebbero riflettere, in parte, le ristrutturazioni in atto sul mercato del lavoro. Ristrutturazioni che implicano anche rilevanti processi di delocalizzazione produttiva. Attraverso la delocalizzazione un sistema economico si specializza nella produzione dei beni e servizi nei quali consegue i maggiori vantaggi comparati negli scambi internazionali. Pertanto la delocalizzazione non è un fenomeno nuovo nell’ambito della teoria pura del commercio internazionale. Infatti, in quanto manifestazione della mobilità internazionale dei fattori della produzione, è oggetto di un intenso dibattito dottrinario da circa due secoli, a partire dai contributi di Ricardo (1817) e Stuart Mill (1829).

L’elemento di novità va quindi cercato nell’intensità e nella velocità con cui le delocalizzazioni stanno modificando le ragioni di scambio, i mercati del lavoro e gli scenari tecnologici tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, con profonde implicazioni anche in termini di benessere. Una conseguenza dell’evoluzione in atto è la crescente volatilità dei vantaggi comparati nei paesi che partecipano agli scambi internazionali. Per Samuelson [2002] un progresso tecnico o un’innovazione adottata in un particolare sistema economico alterano durevolmente la struttura dei vantaggi comparati a danno degli altri paesi, con pesanti effetti anche in termini di benessere. In prospettiva schumpeteriana si tratta di un caso particolare di “distruzione creativa”, in cui la creazione avviene in un paese e la distruzione in un altro.

Le conseguenze della crescente integrazione dell’economia mondiale sono tuttora oggetto di estesi dibattiti teorici [cfr. ad esempio Held et al. 1999]. Per alcuni commentatori [Scott 2001] la globalizzazione ha nel complesso un impatto negativo sul sistema economico, in quanto cancellerebbe posti di lavoro, specialmente nel settore manifatturiero: si è stimato che negli Stati Uniti, nei sette anni successivi alla firma del Nafta, la perdita netta sarebbe ammontata a circa 766 mila posti di lavoro. Altri [Thorbecke e Eigen-Zucchi 2002] al contrario ritengono che la globalizzazione ha un impatto positivo sul sistema economico, poiché la liberalizzazione degli scambi e la progressiva integrazione dei mercati incrementerebbero produttività e remunerazioni: il Council of economic advisors [2002] ha stimato che, sempre negli Stati Uniti, l’incremento nell’occupazione determinato dall’aumento delle esportazioni nell’area Nafta ammonterebbe a 2,6 milioni di posti di lavoro. È stato anche affermato [Thorbecke e Eigen-Zucchi cit.] che le conseguenze negative della globalizzazione sarebbero nettamente sovrastimate, poiché solo il 10-20 per cento della perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero sarebbe dovuto alla delocalizzazione di impianti in altri paesi, contro l’80-90 per cento imputabile ai mutamenti tecnologici [Krugman 1996].

Va tuttavia osservato che tale ipotesi, se appare valida per cogliere quanto è accaduto negli Stati Uniti tra anni Ottanta e anni Novanta, perde molta della sua utilità per analizzare la situazione nell’Unione Europea, dove – come si è osservato in precedenza – il processo di diffusione delle nuove tecnologie è di gran lunga più lento e contrastato. Se la delocalizzazione non è un fenomeno nuovo, la stessa affermazione non vale per l’outsourcing internazionale di servizi, le cui caratteristiche lo differenziano profondamente dalla mobilità internazionale dei fattori della produzione. L’outsourcing internazionale è una transazione business-to-business di servizi, resa possibile dalle innovazioni nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che coinvolge settori di attività economica (servizi alle imprese, ricerca e sviluppo, call center) ritenuti fino ad oggi al riparo dagli scambi internazionali. L’Unctad-United Nations Conference on Trade and Development (2004) stima che soltanto il 10 per cento del valore complessivo dei servizi prodotti a livello mondiale sia oggetto di transazioni internazionali, contro il 50 per cento dei beni, ma il fenomeno è in forte crescita.

Il fenomeno è in forte crescita e potrebbe generare non pochi shock ai sistemi economici dei paesi industrializzati. Nei settori manifatturieri dei paesi sviluppati il lavoro non qualificato è esposto alla concorrenza dei paesi emergenti, mentre in quelli ad alto valore aggiunto il lavoro qualificato è fortemente valorizzato dall’adozione delle nuove tecnologie. I processi di outsourcing internazionale mettono a rischio le remunerazioni anche in quest’ultimo settore e rischiano, in Europa, di rallentare ulteriormente il già lento processo di introduzione delle tecnologie IT-based. Infatti, man mano che le attività manifatturiere si trasferiscono all’estero, è presumibile che i lavoratori trovino occupazione in altri settori, principalmente nel comparto dei servizi. È quanto si è verificato, ad esempio, in Italia negli ultimi vent’anni.

Ma se a trasferirsi all’estero sono anche i servizi, aumenta tout court l’incertezza del lavoratore circa le prospettive future di incrementare il proprio reddito. In mancanza di ammortizzatori sociali e di riqualificazione della forza lavoro maggiormente toccata dai processi di delocalizzazione e di outsourcing internazionale, la risposta razionale dei lavoratori/consumatori, come si è visto in precedenza, è aumentare il risparmio e diminuire la spesa per consumi. Con intuibili effetti per la crescita dell’economia nel suo complesso.

Il caso del Veneto


Il Veneto rappresenta un prezioso laboratorio di sperimentazione sugli effetti macro e microeconomici della ristrutturazione del mercato del lavoro. In Veneto la piccola e media impresa è in piena metamorfosi. Nel settore meccanico e in quello del legno, che da soli rappresentano il 60 per cento del fatturato, sei occupati su dieci non si dedicano alla produzione, ma a logistica, R&S, customer care; parallelamente aumenta il tasso d’innovazione tecnologica e si contrae leggermente il numero di imprese del comparto manifatturiero, pur all’interno di un quadro estremamente articolato, in cui sono soprattutto le imprese nei settori tradizionali del made in Italy a perdere terreno. Un fatto appare chiaro: o si cambia, o si chiude. A causa della concorrenza da parte dei paesi emergenti, la delocalizzazione è stata nel corso degli anni Novanta una scelta obbligata per molte piccole e medie imprese venete penalizzate dall’elevato costo del lavoro e, con un tasso di disoccupazione ben al di sotto di quello ritenuto “frizionale”, dalla scarsità di manodopera.

Il problema è che numerose Pmi hanno delocalizzato con successo le attività produttive (mantenendo spesso in Italia le attività di R&S), senza però percorrere con decisione il sentiero dell’internazionalizzazione, chiave di penetrazione sui nuovi mercati dell’economia globalizzata. Un classico caso in cui le dimensioni contano. Fatto sta che i processi di delocalizzazione e di internazionalizzazione delle imprese hanno un impatto anche in ambiti inaspettati. Con risultati eclatanti: l’ottava provincia del Veneto non si trova all’interno dei confini nazionali, ma in Romania, a Timisoara, dove la crescente presenza di Pmi venete potrebbe aver favorito, ad una prima lettura dei dati del censimento rumeno del 2002, una crescente urbanizzazione della popolazione residente nel distretto, attratta dall’industrializzazione del capoluogo.

La flessibilità numerica è stata adottata lungo l’intera storia dell’industrializzazione, ma la sua incidenza è aumentata con l’introduzione nel ciclo produttivo di processi basati sulla microelettronica e sulle tecnologie dell’informazione, che hanno contribuito alla creazione di una maggiore flessibilità dell’occupazione. Le imprese stanno estendendo la flessibilità soprattutto al segmento “basso” del mercato del lavoro. I lavoratori periferici sono assunti con una retribuzione inferiore a quella standard, per un maggior numero di ore lavorative, con durata variabile. In sostanza, la flessibilità ha aumentato l’incertezza tra i lavoratori periferici influenzando direttamente la sicurezza dell’impiego e del reddito.

La flessibilità numerica influenza anche le opportunità d’impiego permanente di professionisti ad elevata specializzazione, costringendoli a riconvertirsi in lavoratori free-lance o ad associarsi in studi professionali. Tale tendenza ha influenzato l’impiego potenziale di esperti di management, esperti in nuove tecnologie e ingegneri specializzati, determinando la crescita del lavoro autonomo e dell’impresa su base familiare. Comunque, tutte queste pratiche determinano una profonda incertezza nei percettori di redditi da lavoro autonomo. E’ stata la disintegrazione verticale dei processi di produzione a favorire la nascita di reti interindustriali per la fornitura in outsourcing e quella di distretti industriali quali il Nord-Est in Italia, la regione di Salisburgo in Austria, quella del Baden Wurttenberg in Germania, la Silicon Valley, la Route 128 presso Boston.

Tuttavia per alcuni commentatori [Seth 2001 cit.] i distretti industriali come quello del Nord-Est sono stati eccessivamente enfatizzati come realizzazioni dell’utopia di un metodo atomizzato di produzione. Tali distretti in realtà sono agglomerati di piccole imprese, che tentano di sopravvivere in condizioni di mercato ostili. Le Pmi del Veneto applicano in maniera estesa la flessibilità numerica con amplissimi differenziali salariali. Nel Nord est molti lavoratori lavorano nel sistema produttivo informale del cottimo, come durante la fase della protoindustrializzazione, con condizioni tra le peggiori tra le economie di mercato [Seth 2001 cit.]. Quindi l’esportazione del modello produttivo del Nord-Est rischia di diffondere un metodo di produzione profondamente vulnerabile.

La sfida della politica economica

Per fronteggiare la crescente incertezza associata alla volatilità delle ragioni di scambio e dei vantaggi comparati a livello internazionale, le autorità di politica economica dispongono di tre alternative. La prima, ovvia, è l’adozione di politiche protezioniste. Si tratta, come è intuibile, di una soluzione pessima, in quanto esclude il sistema economico nazionale dai vantaggi legati al commercio internazionale. La seconda è l’adozione di pratiche concorrenziali sul piano fiscale e sociale, allo scopo di contenere il costo del lavoro nei paesi avanzati. Tuttavia in letteratura gli effetti della concorrenza fiscale e l’alleggerimento dei sistemi di protezione sociale sono oggetto di vivaci dispute dottrinarie, in quanto i loro effetti in termini di contenimento dei costi sarebbero irrisori rispetto all’entità dei divari salariali tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. È per tale motivo che, secondo alcuni commentatori, la globalizzazione apre un’era in cui Stati-nazione e governi, impotenti di fronte alla “mano invisibile” del mercato, incontreranno crescenti difficoltà nel garantire ai cittadini gli attuali livelli di benessere. La terza strategia prevede massicci investimenti in capitale umano e nelle attività di ricerca e sviluppo in tutti i settori d’attività economica. A differenza della concorrenza fiscale e sociale, quella fondata sul capitale umano e sull’innovazione accresce un bene pubblico, la conoscenza, e consente alle forze di mercato, attraverso l’offerta di beni e servizi caratterizzati da maggiori input tecnologici, di neutralizzare molte delle conseguenze negative della globalizzazione.

È in questa chiave che, probabilmente, va interpretato il recente intervento del ministro dell’Economia francese Nicolas Sarkozy, secondo cui, in generale, i processi di delocalizzazione, se non adeguatamente guidati, condurranno al progressivo depauperamento delle economie nazionali, a causa della perdita di posti di lavoro e della conseguente contrazione del valore aggiunto. Francia, Germania e, recentemente, l’Italia hanno prontamente reagito con misure atte a disincentivare la delocalizzazione selvaggia, finanziando i progetti di delocalizzazione formulati da consorzi di imprese e da joint venture tra imprese e centri di ricerca, e defiscalizzando gli utili conseguiti da imprese italiane delocalizzate che li reinvestano in attività di ricerca in Italia. Ma si tratta di misure parziali e, in uno scenario contraddistinto da una notevole complessità, sembrerebbe più saggio affrontare il problema in ottica sistemica.

La politica economica nazionale, come è noto, non dispone più dell’ampia gamma di strumenti sui quali poteva contare prima del Trattato di Maastricht. Ha perso, ad esempio, il controllo sullo strumento monetario, e manovra in maniera limitata soltanto i tassi d’interesse. La politica di bilancio è severamente condizionata non soltanto dai vincoli del Patto di stabilità, come è noto, ma in Italia anche dalla disastrosa eredità del debito pubblico accumulatosi negli ultimi trent’anni. È per tale motivo che appare sempre più ineludibile l’esigenza di ripensare il governo dell’economia, individuando nuovi strumenti di intervento, o applicando strumenti pensati per altri ambiti di applicazione a finalità di politica economica, la crescita in primis.

I recenti provvedimenti di politica fiscale e previdenziale sembrano andare nella giusta direzione. Il taglio delle aliquote potrebbe iniettare una robusta dose di fiducia nell’economia, in un periodo di profonda incertezza delle famiglie sul futuro. Inoltre i provvedimenti di scudo fiscale, spesso ingiustamente denigrati dall’opposizione, potrebbero riportare in Italia risorse finanziarie preziose, specialmente se reinvestiti in attività ad elevato valore aggiunto. La riforma previdenziale, già nella sua fase di avvio, potrebbe consentire in parte di contenere il costo del lavoro, anche se dovrà essere affiancata in futuro da quella degli ammortizzatori sociali, sempre più inadeguati in tempi di crescente flessibilità.

Ma è soltanto integrando una politica di competizione fiscale e sociale con quella che considera centrale l’investimento in capitale umano che sarà possibile conseguire i maggiori risultati. In quali ambiti la risposta del policy maker appare oggi ancora inadeguata? In primo luogo la formazione. Il legame positivo sussistente tra stock di capitale umano e crescita è stato indagato dalla teoria economica a partire dagli anni Ottanta. Il sistema scolastico italiano ha subito negli ultimi anni un profondo processo di riforma, con esiti che lasciano perplessi non pochi commentatori. Se aumentare la flessibilità dei percorsi formativi era ormai l’unica strada per mantenere la concorrenzialità del nostro capitale umano, attualmente il sistema scolastico, e specialmente la formazione universitaria, appare una giungla inestricabile di percorsi iper-specialistici per lo più inutili, laddove, come si è visto in precedenza, in futuro la flessibilità del mercato del lavoro – per i lavoratori core, più scolarizzati – potrebbe prendere soprattutto la forma di flessibilità funzionale. È per tale motivo che sembrerebbe sensato non soltanto rendere i percorsi formativi più flessibili, ma comunque in grado di fornire ampie competenze generali, allo scopo di minimizzare i costi di riqualificazione e di formazione permanente del segmento “alto” del mercato del lavoro, costi che attualmente sono finanziati dalle imprese e dagli stessi lavoratori. Connesso con la formazione appare importante il contributo di ricerca e sviluppo. In Italia si spende troppo poco e, soprattutto, si spende male. In un sistema economico caratterizzato da un tessuto di piccole e medie imprese che, spesso, non investono in R&S, il ruolo dello Stato appare fondamentale. Ma non risulta ancora chiaro attraverso quali meccanismi i risultati della ricerca finanziata pubblicamente possano efficacemente diffondersi all’apparato produttivo. La forma di collaborazione più interessante tra pubblico e privato è la joint venture, che sottrae il sapere agli angusti corridoi di università e centri di ricerca e lo tramuta in un formidabile fattore produttivo. Gli schemi di partnership devono essere incentivati anche quando l’impresa non delocalizza all’estero la produzione, e questo per intuibili ragioni di equità.

Tuttavia il capitale umano non deve essere inteso nella sua accezione più restrittiva, in termini di formazione della forza lavoro, ma deve ricomprendere altri elementi, quali la salute. Un buon funzionamento del sistema sanitario – in termini di outcome – crea i presupposti per elevati rendimenti degli investimenti in capitale umano, come ben chiarisce la teoria economica. La politica sanitaria e la politica industriale in campo farmaceutico sono quindi strumenti che potrebbero rivelare, nell’ambito della politica economica, enormi potenzialità, se utilizzati ai fini della crescita economica. Per motivi di sintesi, basterà ricordare che l’ammontare di risorse destinate alle attività di ricerca e sviluppo da parte dell’industria farmaceutica risultano, in percentuale del fatturato, superiori di diversi ordini di grandezza a quelli effettuati in altri settori, quali, ad esempio, il settore automobilistico. È per questo che i recenti provvedimenti di governo del prezzo dei farmaci presi negli ultimi anni, anche se giustificati dall’esigenza di contenere il budget statale, disincentivano le attività di R&S, con pesanti ricadute in termini di occupazione e di crescita potenziale. È per questo che molte soluzioni dovrebbero essere concordate con l’industria farmaceutica. Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte per l’organizzazione del sistema sanitario, che adotta ancora tecnologie labour-intensive e si affida poco all’innovazione tecnologica.

I rischi di stagnazione perdureranno anche nei prossimi anni. Stimolare in tutti i modi la crescita dell’economia dovrebbe quindi essere la prima priorità nel programma politico della Casa delle Libertà. Ma non basta. Come sempre quando si vive in epoche di transizione, l’adozione di soluzioni innovative è ostacolata da frizioni, diffidenze, se non da aperte ostilità. Maggioranza e opposizione dovrebbero al contrario riconoscere l’esistenza del problema e, per quanto possibile, collaborare nell’individuazione di soluzioni idonee per stimolare l’attività economica, rinunciando all’utilizzazione della deludente performance economica come strumento di lotta politica. È soltanto mobilitando tutti gli italiani attorno all’esigenza di rilancio del sistema produttivo nazionale che i provvedimenti di politica economica dei prossimi anni conseguiranno il necessario consenso.

15 luglio 2005

 

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