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"Un motore efficiente della crescita economica"
intervista a Mario Baccini di Pierluigi
Mennitti
da
Ideazione, maggio-giugno 2005
Mai intervista è stata più turbolenta, inserita tra un vertice di
coalizione e una riunione di partito. Sono i giorni della crisi del
secondo governo Berlusconi e il ministro Mario Baccini è costretto a
dividersi fra gli impegni ministeriali e quelli di partito. Pubblica
amministrazione da un lato, battaglia politica dall’altro, con il suo
partito al centro delle polemiche e degli equilibri di una maggioranza
scossa dalla sconfitta elettorale. Non che si trovi a disagio. La
politica vissuta nel campo aperto della discussione è il suo pane
quotidiano, quello che lo ha portato ai livelli dirigenziali del partito
post-democristiano che ha scelto la Casa delle Libertà come versante
strategico nella nuova era bipolare. Ma l’attività ministeriale lo
appassiona, dopo averla a lungo ricercata. La conferma al ministero di
Palazzo Vidoni, nel terzo governo Berlusconi, consolida il lavoro appena
avviato e consegna almeno un anno di prospettiva per completare un
lavoro che, in questa intervista, prova a spiegarci.
Signor ministro, la recente polemica tra i partiti
sul rinnovo del contratto al pubblico impiego ha spinto l’opposizione ad
accusare il governo di non avere una visione strategica della pubblica
amministrazione. Rispetto al ruolo strategico che il ministero della
Funzione pubblica aveva assunto nella precedente legislatura, c’è
l’impressione di una marginalizzazione sotto il governo di centrodestra.
Ritiene che la tradizionale diffidenza del mondo e della cultura
liberale verso quella che viene chiamata con disprezzo “la burocrazia”
abbia influito nell’approccio governativo all’universo della pubblica
amministrazione?
Dire che il
dipartimento della Funzione pubblica sia stato ridotto ad un ruolo
marginale dal governo di centrodestra mi sembra quantomeno eccessivo. Il
punto è che, semmai, nella precedente legislatura è stata approvata un
tale mole di provvedimenti di riforma della pubblica amministrazione da
rendere necessario un periodo di decantazione, da un lato per correggere
gli eccessi e gli errori commessi e dall’altro per consentire alle
strutture dell’amministrazione di metabolizzare le novità, adeguandosi
al nuovo ambiente normativo ed organizzativo. Occorre infatti avere
sempre presente che i processi di riforma di organizzazioni complesse,
quale è la pubblica amministrazione, richiedono costanza e pazienza:
interventi che si susseguano con ritmi frenetici, senza adeguato
coordinamento fra di loro, forse potranno servire a conseguire un
effetto annuncio ma, in concreto, rischiano solo di disorientare la
macchina amministrativa e, quindi, in ultima istanza di danneggiare i
cittadini. All’interno di questa prospettiva, ritengo che debba essere
affermata con forza la centralità della funzione pubblica, nell’ambito
della strategia di governo: la disponibilità di una pubblica
amministrazione efficiente costituisce un prerequisito perché possano
risultare efficienti tutte le altre politiche di settore.
Nei primi
mesi di lavoro mi sono impegnato nella direzione della valorizzazione
dell’amministrazione pubblica, nella convinzione che si tratti di un
fattore chiave dei processi di crescita economica e sociale. Tale
strategia non deve naturalmente tradursi in un approccio meramente
difensivo, che oltre che sbagliato sarebbe perdente, ma implica
un’attenta azione di riforma in grado da un lato di rendere il peso
finanziario della pubblica amministrazione compatibile con i vincoli
complessivi della finanza pubblica e dall’altro di migliorare il
rendimento dell’amministrazione nella soddisfazione dei bisogni
collettivi. Da quando ho assunto la responsabilità della Funzione
pubblica ho più volte sollecitato chi di dovere ad analizzare quale
fosse lo stato di gradimento del nostro lavoro e, soprattutto, quanto
tutto ciò che veniva fatto fosse realmente percepito all’esterno. Quello
che posso dire con una certa soddisfazione è che, oggi, quello che fa la
Funzione pubblica è conosciuto ed è percepito. In una espressione
“secca” possiamo dire che la gente sa che la Funzione pubblica esiste.
Palazzo Vidoni, durante il governo Berlusconi, ha vissuto tre distinte
fasi, caratterizzate da chi vi era a capo. Ogni fase ha avuto e, nel mio
caso, ha una sua caratterizzazione: prima politica, poi tecnica ed ora
nuovamente politica. Non si può dire quale gestione sia stata migliore,
dal momento che il termine di paragone non si sviluppa in fatto di
migliore o peggiore. Si deve, invece, parlare di gestione diversa: il
passaggio da una gestione tecnica ad una gestione politica è stato il
frutto della volontà della maggioranza di dare maggiore impulso ad un
settore che risulta decisivo per la buona riuscita dell’azione del
governo nel suo complesso.
Ma proprio l’interesse ad un’amministrazione più
snella, a una maggiore professionalità dei funzionari e a una più
efficiente organizzazione non dovrebbe essere l’obiettivo di un governo
liberale moderno?
Certamente.
Occorre riconoscere come purtroppo talvolta un approccio superficiale,
presente in alcuni settori della cultura liberale, conduca ad una
sostanziale sottovalutazione del ruolo e dell’importanza della pubblica
amministrazione, considerata come un problema piuttosto che come una
risorsa. La giusta valorizzazione del ruolo dei processi di mercato e
delle iniziative spontanee della società civile non può far disconoscere
come, ancor più in una società complessa, sia indispensabile fare
affidamento su strutture amministrative efficienti. L’Italia, in
particolare, ha bisogno di una spinta propulsiva per crescere ed io
ritengo che questa spinta possa e debba arrivare anche dalle pubbliche
amministrazioni. Questo, chiaramente, deve avvenire anche grazie ad un
processo di riorganizzazione e formazione del personale e, soprattutto,
della classe dirigente. A questo scopo vanno studiati e organizzati
corsi di formazione ben specifici, che aiutino a capire come soddisfare
al meglio le esigenze di un cittadino che deve sempre essere considerato
come utente e mai come cliente.
Emblematico
in tal senso è il problema dell’introduzione di tecnologie avanzate, che
ha registrato importanti traguardi negli ultimi anni. Dobbiamo essere
consapevoli che gli investimenti in Ict rischiano di non conseguire
appieno le proprie potenzialità, se l’innovazione tecnologica non va di
pari passo con l’innovazione delle procedure e dell’organizzazione.
Direi anzi che è l’innovazione amministrativa a dover guidare ed
assecondare quella delle tecnologie: è cioè necessario che le
amministrazioni si facciano promotrici di politiche moderne. In questa
prospettiva, ritengo essenziale che il processo di innovazione sia
condiviso con i soggetti rappresentativi degli interessi organizzati, i
quali, senza alcuna concessione a tentazioni di carattere
neo-corporativo, possono anche esercitare una funzione importante nella
costruzione delle politiche di riforma amministrativa. Il dipartimento
della Funzione pubblica, in questo senso, ha stipulato nel corso della
legislatura alcuni importanti protocolli di intesa con le organizzazioni
dei datori di lavoro in merito alle politiche di semplificazione e di
miglioramento della qualità della regolazione. Sin dall’inizio del mio
mandato ho impostato una serie di incontri anche con le parti sociali
volti a migliorare la pubblica amministrazione. Uno dei miei obiettivi
primari è quello di far capire a tutti i dipendenti del pubblico impiego
che un ministro politico è pronto a tutelare le loro ragioni ma, al
tempo stesso, a chiedere una maggiore attenzione nei confronti
dell’utente.
Dalle proposte presentate dal suo ministero, i due
indirizzi strategici che sostanziano l’approccio empirico sono la
semplificazione amministrativa e la qualità della regolamentazione.
Vorrei che lei evidenziasse due provvedimenti specifici attualmente al
vaglio del Parlamento. Il primo è l’articolo sul “silenzio-assenso”
contenuto nel decreto sulla competitività: qualsiasi richiesta
presentata a qualsiasi amministrazione pubblica deve ottenere risposta
entro novanta giorni, altrimenti si ritiene accolta. In che modo
aumenterà la competitività del sistema Italia? E quali limiti sono
previsti?
L’iniziativa
sul silenzio-assenso rappresenta l’elemento centrale nella strategia di
semplificazione. In realtà, il silenzio-assenso è presente nel nostro
ordinamento sin dal 1990 ma ha sinora avuto un’applicazione molto
modesta, nonostante gli sforzi profusi dai ministri della Funzione
pubblica succedutisi negli ultimi anni, tra i quali vorrei ricordare
anche il professor Sabino Cassese (che pure ha ritenuto di criticare
strumentalmente la proposta del governo). La graduale generalizzazione
del silenzio-assenso costituisce in primo luogo l’affermazione di un
principio liberale, prevedendo che la compressione della libertà,
dell’autonomia individuale e dei diritti soggettivi dei cittadini,
inevitabilmente connessa con le esigenze di tutela degli interessi
pubblici, sia ridotta al livello minimo necessario e sufficiente per il
perseguimento delle suddette esigenze. Il meccanismo del
silenzio-assenso si basa sul riconoscimento del fatto che il tempo è una
risorsa scarsa e che pertanto non può essere sprecata
dall’amministrazione, perché ciò costituisce un danno ingiusto per i
cittadini ed un fattore di crisi per le amministrazioni.
L’introduzione di limiti temporali certi all’azione delle pubbliche
amministrazioni costituisce, inoltre, un fattore insostituibile per la
riuscita di un processo di modernizzazione delle nostre strutture
amministrative. L’obiettivo non è certo quello di incentivare il
silenzio dell’amministrazione, il quale anzi costituisce il fallimento
di un disegno di riforma. Il silenzio rappresenta un fattore patologico,
lesivo dei diritti soggettivi e sintomatico di scarsa efficienza.
L’obiettivo è al contrario quello di incentivare (attraverso la
previsione di termini certi, decorsi i quali si perde il proprio potere
autoritativo) l’amministrazione ad elevare le proprie performances,
ottimizzando l’uso della risorsa tempo. Una seria politica di riforma
dell’amministrazione non può limitarsi ad enunciazioni di principio, ma
deve intervenire sul sistema degli incentivi favorendo comportamenti
virtuosi.
Nella
proposta non vi è alcun intento liquidatorio o comunque limitativo del
ruolo delle pubbliche amministrazioni, ma semmai una finalità di segno
esattamente contrario: l’obiettivo è quello di valorizzare
l’amministrazione pubblica come strumento di crescita economica e
progresso sociale. In tale prospettiva la proposta del governo contiene
forti elementi di gradualismo, in primo luogo poiché il termine di
formazione del silenzio sarà modulato sulla base della sostenibilità
amministrativa ed inoltre poiché abbiamo ritenuto di sottrarre al
meccanismo del silenzio-assenso i procedimenti relativi ad interessi
particolarmente sensibili. L’unica strada per operare un’efficace difesa
della funzione delle pubbliche amministrazioni è quella di renderle più
efficaci e più rispondenti alle esigenze dei cittadini. Occorre
accettare la sfida dell’efficienza.
Le ricadute
della proposta in termini di competitività a me paiono evidenti, ove si
consideri che secondo tutte le rilevazioni internazionali sulla libertà
di impresa dei diversi sistemi economici uno dei fattori principali di
debolezza del nostro paese è rappresentato proprio dalle lungaggini nei
tempi e dalla incertezza nei rapporti fra imprese e pubblica
amministrazione. Per rendere l’Italia maggiormente attraente per gli
investitori esteri e per consentire alle nostre imprese di essere più
competitive sui mercati internazionali è essenziale intervenire in modo
incisivo sul punto.
Il secondo provvedimento inciderà invece sulla
qualità della regolazione: gli è stato dato un nome che sembra un
calembour, “legge taglia-leggi”, e si propone di abrogare tutte le leggi
varate prima del 1970, salvo quelle salvate da un’apposita commissione.
L’accusa è che si tratti di un provvedimento troppo drastico. Come
realizzerà un quadro regolamentare più efficiente?
La proposta
in materia di riordino legislativo parte dalle medesime premesse di
quella in materia di silenzio-assenso. Vi è in primo luogo l’obiettivo
di realizzare un ampliamento della libertà dei cittadini, poiché
l’inflazione ed il disordine legislativo ostacolano la conoscenza delle
norme di legge e quindi comprimono in modo del tutto irragionevole i
diritti fondamentali dei cittadini. Lo Stato ha il dovere di mettere
tutti in grado di conoscere con facilità e certezza le norme di legge in
vigore. Oggi siamo in una situazione nella quale non è vi è nessuno che
possa dire con esattezza quante sono le leggi in vigore. E per di più lo
Stato non compie, al di là della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale,
alcuno sforzo per facilitare la conoscenza pubblica delle leggi,
nonostante le enormi potenzialità che le nuove tecnologie mettono a
disposizione.
Vi è poi
l’obiettivo di garantire un uso efficiente del sistema degli incentivi
connessi al tempo. Gli ostacoli maggiori che ha incontrato la politica
di semplificazione legislativa avviata da circa un decennio sono
l’inerzia e la pigrizia delle amministrazioni, che possono essere
superati fissando un termine (ragionevole) entro il quale operare
un’azione incisiva di riordino normativo. La proposta del governo
prevede in particolare l’informatizzazione di tutta la legislazione
vigente, che dovrà essere agevolmente fruibile da ogni cittadino.
Compiuta questa ricognizione esatta delle leggi in vigore, si prevede di
abrogare le leggi anteriori al 1970 che non siano fatte esplicitamente
salve da decreti legislativi adottati dal governo col parere rinforzato
delle Camere. I suddetti decreti potranno anche coordinare ed aggiornare
le leggi mantenute in vigore. Sono fatte salve comunque le leggi
relative ad alcuni settori particolarmente delicati.
Le vicende più recenti hanno riportato al centro
dell’attenzione la questione del pubblico impiego. Al di là delle
contingenze legate ai rinnovi contrattuali, quale ruolo lei pensa debba
essere riservato alle risorse umane dell’amministrazione? Esiste una via
di mezzo, riformista e percorribile, tra l’idea conservatrice
dell’inamovibilità e quella estremista del taglio radicale per gli oltre
tre milioni di lavoratori dello Stato?
Se parliamo
del problema specifico del rinnovo del contratto dei pubblici
dipendenti, il primo obiettivo che mi sono posto come nuovo ministro è
stato quello di destinare una parte dei risparmi derivanti dal blocco
del turnover per premiare i miglioramenti in termini di professionalità
e di efficienza dei pubblici dipendenti. Non v’è infatti dubbio che il
blocco delle nuove assunzioni, se non vogliamo che si traduca in un
depauperamento della pubblica amministrazione, richiede un maggiore
impegno ed una maggiore professionalità da parte di tutti i dipendenti
pubblici. Purtroppo, i lavoratori statali per troppo tempo sono stati
considerati in maniera negativa: il disprezzo col quale si usa il
termine burocrazia deriva da stereotipi e luoghi comuni dei quali in
passato si è spesso abusato. La pubblica amministrazione non è, e non
deve essere considerata, la palla al piede dello Stato bensì è, e deve
essere considerata, il motore propulsivo del nostro sistema statale. è
giusto che gli oltre tre milioni di lavoratori della pubblica
amministrazione italiana abbiano la dignità e la considerazione dovute.
In materia di contratti è semmai giunto il momento di avviare una
riflessione sull’adeguatezza dell’attuale modello contrattuale che,
concepito in un momento in cui altre erano le priorità, oggi rischia di
ostacolare un pieno utilizzo dello strumento contrattuale al fine di
favorire il recupero di efficienza e di premiare le professionalità dei
pubblici dipendenti.
Il tema
delle risorse umane della pubblica amministrazione non riguarda peraltro
unicamente la questione del rinnovo dei contratti. Penso ad esempio al
fenomeno del precariato nelle pubbliche amministrazioni che ha assunto
contorni preoccupanti negli ultimi anni: a fine 2004 nelle
amministrazioni dello Stato e negli enti pubblici non economici erano
presenti circa 6.500 unità di personale precario. La situazione diventa
esplosiva ove si consideri il fenomeno nel suo complesso, includendo
soprattutto le Regioni, gli Enti locali e il servizio sanitario
nazionale (oltre 150.000 unità), per non considerare i precari del
comparto scuola che da soli raggiungono le 150.000 unità.
Le politiche
di contenimento della spesa nel pubblico impiego avviate a partire dagli
anni Novanta, pur avendo consentito di raggiungere importanti risultati
nel contenimento del deficit del bilancio pubblico, hanno indotto le
amministrazioni a fare ricorso a forme contrattuali flessibili, non solo
per far fronte ad esigenze di carattere temporaneo e contingente, ma
soprattutto per garantire la continuità nel funzionamento ordinario
della macchina amministrativa. Un ricorso, però, divenuto sistematico e
costante nel tempo, il quale, oltre a determinare una sostanziale
elusione delle politiche di contenimento della spesa, ha causato
fenomeni di dequalificazione delle professionalità della pubblica
amministrazione. In proposito occorre essere chiari: la flessibilità
dell’impiego risulta un utile strumento per elevare l’efficienza
dell’amministrazione solo se se utilizzata per far fronte ad una domanda
flessibile di lavoro, viceversa si risolve in un impoverimento delle
amministrazioni senza significativi benefici dal punto di vista della
spesa per il pubblico impiego.
L’ultimo
aspetto che mi sembra meritevole di attenzione è quello della
vicedirigenza. Le riforme del pubblico impiego approvate nell’ultimo
decennio hanno profondamente modificato il quadro normativo della
dirigenza pubblica, la quale ha trovato nella legislatura in corso un
assetto stabile. Ritengo, però che attualmente manchi il riconoscimento
normativo di quelle elevate professionalità presenti nel comparto del
pubblico impiego che costituiscono l’asse portante dell’amministrazione,
fondamentale affinché la dirigenza pubblica possa effettivamente
esercitare le proprie funzioni apicali.
30 giugno 2005
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