Il ritorno dell'Eta e le responsabilità di Zapatero
di Enzo Reale
[11 giu 07]


Al di là delle cronache più o meno puntuali diffuse a mezzo stampa in settimana, conviene tentare una lettura politica dell’annuncio di riapertura delle ostilità da parte di Eta e dello stato della nazione spagnola (se è ancora lecito chiamarla così) dopo un anno e mezzo di inganno collettivo.  Prima considerazione: è dal 30 dicembre scorso che la maschera è caduta. Quando un attentato al parcheggio del terminale 4 dell’aeroporto di Madrid fa passare dal sonno alla morte due ecuadoriani, è chiaro a tutti – governo e affini a parte – che la violenza è la sola strada che i terroristi sanno percorrere. Zapatero fa finta di nulla: non riesce nemmeno a definire l’attacco col suo nome, parla di “incidente”, rifiuta di dichiarare concluso il processo, si rifugia nella retorica del perseguimento della pace “ad ogni costo”. Eta capisce in quel momento di avere in mano le sorti non solo dell’esecutivo ma dell’intera vita politica del paese.

Ma facciamo un passo indietro. Nel marzo 2006 la banda dichiara il cessate-il-fuoco permanente (sic!) dopo mesi di contatti segreti con i socialisti, iniziati addirittura prima della vittoria elettorale post-11 marzo. Zapatero incassa quello che sembra un successo diplomatico interno. Ma come ogni populista che si rispetti il presidente del governo ignora le lezioni della storia: Eta ha sempre comprato tempo per tornare a colpire. È una Spagna in piena estasi da statuti di autonomia quella che interpreta l’annuncio come la conferma che la progressista nazione di nazioni può riaccogliere in seno le pecorelle smarrite, le schegge impazzite di quella che in fondo sempre sarà una costola della grande famiglia della sinistra. L’occasione è ghiotta per i detentori del potere: superare il modello della transizione, riscrivere le regole di convivenza emarginando il più grande partito di opposizione e includendo i nazionalisti, pagare la “pace sociale” con l’indipendenza de facto del País Vasco (e della Navarra) sotto l’ala protettrice di Eta-Batasuna, vendere all’opinione pubblica il tradimento dei principi democratici come forma suprema di partecipazione. Chi non ci sta è fascista, cerca lo scontro, non vuole la fine del “conflitto”: fuori i popolari quindi ma anche coloro che all’interno dello stesso Psoe rigettano la politica della resa di fronte al ricatto del terrore. Intanto Eta si riarma, ruba 300 pistole nel sud della Francia, continua a minacciare gli imprenditori baschi con lettere di estorsione, costruisce covi, rinnova le forze, in una parola si riorganizza. Ma il governo non vede, non sente e quando parla è per spiegare che il “processo” va avanti e che i segnali minacciosi che l’estremismo invia non sono preoccupanti. C’è un patto, c’è il dialogo, c’è un negoziato, di che preoccuparsi?

Un motivo ci sarebbe anche se la stampa compiacente si guarda bene dal rilevarlo: il progressivo svuotamento dello Stato di diritto che si concretizza soprattutto nelle continue interferenze dell’esecutivo sull’azione della magistratura in nome della nuova linea e nel graduale - anche se non dichiarato - superamento della legge dei partiti con il conseguente ritorno a pieno titolo dell’illegalizzata (ormai solo formalmente) piattaforma Batasuna-Eta sulla scena politica. Otegi – il suo líder máximo - è “un uomo di pace”, arriva ad affermare uno Zapatero sempre più elettrizzato. Il giorno in cui Eta mette per iscritto la fine del grande inganno è un’organizzazione rafforzata dalla debolezza di un governo nato per arrendersi, da Baghdad a Bilbao: passata in un anno e mezzo dall’isolamento sociale al protagonismo, ha ottenuto seggi comunali e provinciali, finanziamenti, scarcerazioni “per motivi umanitari”, armi e nuove reclute. De Juana Chaos, l’uomo dei venticinque omicidi e dello sciopero della fame, ha passeggiato impunemente per giorni davanti agli occhi dei familiari delle sue vittime e lo starebbe ancora facendo se Eta non avesse avuto fretta di formalizzare. Adesso è tornato in carcere, il giorno dopo la rottura ufficiale del cessate-il fuoco, seguito a ruota dall’ex “uomo di pace”: più che atti di giustizia reazioni isteriche del governo, ennesime conferme che lo Stato diritto è stato sospeso per far posto all’arbitrio.

Da sinistra oggi il richiamo “all’unità delle forze democratiche” è unanime. Un poco tardi però, visto che il patto antiterrorista con il Pp è stato buttato alle ortiche in nome del “processo” senza troppi complimenti. Riscoprono l’unità quelli che hanno fomentato divisione per mesi, gli stessi che hanno preferito credere alla parola degli incappucciati piuttosto che alle regole della democrazia e che oggi si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Esattamente come il paese che hanno mortificato in questi tre lunghissimi anni di nulla. 

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