Il ticket Berlusconi-Fini. E un arrivederci ai lettori
di Pierluigi Mennitti
Ideazione di gennaio-febbraio 2007

Sono accadute molte e rilevanti cose in questi ultimi due mesi nel centrodestra italiano. Il convegno nazionale dei Circoli della Libertà a Montecatini, e ancor più la manifestazione di Roma contro la Finanziaria del governo Prodi, con due milioni di partecipanti, sono state solo le punte dell’iceberg, lo sbocco finale di un lavoro di riorganizzazione e di riposizionamento avviato sin dai mesi apparentemente soporiferi dell’estate. L’importanza dei due eventi, cui Silvio Berlusconi ha impresso il proprio marchio (drammatico a Montecatini, trionfale a Roma), sta proprio nell’aver rimesso in moto pubblicamente il cammino del centrodestra, avviando così una nuova fase della vita politica nazionale, a partire dal rimodellamento delle forze oggi all’opposizione.

Una strategia di reazione alla sconfitta elettorale e al pessimo avvio dell’azione del governo Prodi, certamente, ma anche un impulso alla riorganizzazione di un’area politica che non aveva poi troppo da piangersi addosso per il risultato dello scorso aprile, nel quale si potevano e dovevano individuare molti spunti positivi per la ripresa dell’azione politica. Ne avevamo scritto a lungo sui numeri post-elettorali di Ideazione, strappando il velo delle vedove inconsolabili per le poltrone di governo perdute, e spingendo i dirigenti politici a mettersi subito al lavoro. Perché, per parafrasare una citazione forse troppo abusata, il voto del 13 aprile aveva reso chiaro che gli elettori unitari del centrodestra c’erano, ora toccava dar loro il partito.

Passata l’amarezza e qualche inevitabile turbolenza post-elettorale, ci si è rimboccati le maniche. Da un lato l’azione dei partiti, dunque l’organizzazione, la tattica, il coordinamento parlamentare (dove ci sono ancora molte cose da registrare), la strategia per superare l’impasse a cui la vittoria mutilata del centrosinistra ha consegnato il paese. Dall’altro il bagno di folla, l’inaspettata e travolgente “discesa in piazza” del popolo di centrodestra che ha sorpreso solo chi in questi dodici anni si è attardato in sociologismi di plastica, e l’incontro con migliaia di giovani pronti a rimettere in moto l’entusiasmo che nel 1994 fece nascere non una somma algebrica di partiti orfani di ruolo e funzione politica, ma una cosa nuova, anzi due: Forza Italia e poi l’alleanza che sdoganò l’ex msi e la Lega, creando per il nostro paese le condizioni affinché prendesse forma, per la prima volta dopo l’esperienza del centrismo degasperiano, un centrodestra di tipo nuovo.

La nascita di un partito atipico come Forza Italia, guidato da un outsider carismatico come Silvio Berlusconi, offuscò l’altra novità, la nuova alleanza politica, peraltro determinata dal verificarsi della prima condizione. A rileggerla con gli occhi di oggi, quella intuizione fu il vero colpo di genio politico, il seme originario del partito unitario che oggi si cerca di costituire. Lo schema era semplice, eppure straordinario se si pensa alle condizioni di frammentazione del centrodestra italiano nel 1993 (diviso fra leghismo separatista, post-fascismo immaginario e spezzoni democristiani alla deriva): Forza Italia come cardine centrale, partito ponte del sodalizio costituito al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Sud con il Movimento sociale italiano che Gianfranco Fini aveva ormai avviato sulla strada di Alleanza nazionale. Diversi anche i nomi delle due coalizioni: Polo delle Libertà quello del Nord, Polo del Buongoverno quello del Sud. Venne giudicata una debolezza, un semplice cartello elettorale. E sul tempo breve si rivelò tale, con la caduta in pochi mesi del primo governo Berlusconi. Ma è stata in realtà una scelta strategica e lungimirante: quando ha avuto il tempo di sedimentarsi, nelle battaglie di opposizione della seconda metà degli anni Novanta, e di trasformarsi in alleanza politica con le elezioni del 2001 e con l’esperienza dei cinque anni di governo successivi, questo sodalizio ha rappresentato la vera novità dello scenario politico post-tangentopoli. Su di essa poggia ancor oggi la speranza che la lunga transizione italiana possa concludersi con successo, fornendo ai cittadini un approdo sulla sponda della modernizzazione del sistema politico e istituzionale.

Se teniamo presente lo schema che, sul centrodestra, fu all’origine del nuovo sistema politico, non sorprende la scelta attuata da Pier Ferdinando Casini in queste settimane. Quello che oggi si chiama udc, risultato di scomposizioni e riunioni delle componenti democristiane che scelsero di stare con i moderati, è in realtà un partito estraneo all’alchimia che si realizzò in quei mesi. Fu il consiglio di Arnaldo Forlani a spingere Casini (e allora Mastella) ad agganciarsi alla coalizione di Berlusconi ed è anche onestamente vero che Casini ha poi sostenuto con lealtà e convinzione la sua parte in tutti questi anni di “militanza” nelle varie edizioni del centrodestra, dal Polo alla Casa delle Libertà. E tuttavia l’udc resta estranea rispetto allo schema della Seconda Repubblica, al bipolarismo, e forse anche all’alternanza fra coalizioni diverse. Le difficoltà innegabili del nuovo sistema politico italiano non inducono i democristiani ad accelerare le riforme non compiute, piuttosto instillano la nostalgia per un sistema bloccato al centro che ricaccia le estreme ai margini della competizione e che riserva ai professionisti del Palazzo (più che della politica) il margine per fare e disfare governi e coalizioni. È la scomposizione dei poli, non il loro consolidamento, l’obiettivo finale dell’udc. Marco Follini lo ha capito prima e meglio di Casini e ha compiuto prima di lui la scelta di rompere con «questo centrodestra». Una sfida non solo a Berlusconi ma a tutti coloro che in questa nuova fase hanno trovato ruolo e funzione.

Il partito unitario della libertà con il suo riferimento europeo nel Partito popolare, e il partito democratico che si tenta di far nascere nel centrosinistra con il rispettivo riferimento continentale nel Partito socialista europeo, rappresentano invece la strada necessaria per disincagliare la macchina istituzionale del nostro paese e indirizzarla verso la strada indicata, ormai tredici anni fa, dal referendum sul maggioritario che rivoluzionò la politica italiana. Strada alla quale, nonostante le delusioni e le incertezze di oggi, gli italiani non vogliono rinunciare, come ribadiscono ogni volta che sono chiamati in causa dai loro partiti. Forse perché questo sistema non sarà certo il migliore possibile, ma fa sentire il cittadino più protagonista di quanto non accadesse in passato. Che il meglio fosse ieri, forse, è solo una nostalgia per il tempo che passa.

Nei due mesi appena passati, dunque, il centrodestra si è messo in marcia verso il partito unitario. E il percorso può essere meno cervellotico e meno complesso di quello che ha preso piede nel centrosinistra. La spinta dell’elettorato è chiara e univoca. Da tempo scriviamo che i simpatizzanti della Casa delle Libertà sono più determinati e più lucidi rispetto ai loro rappresentanti politici. Non è idolatria della gente o vocazione populistica ma la semplice osservazione delle cose. Ed è strano che i politici non ascoltino la voce dei loro elettori, il loro desiderio e la loro speranza. Ma la novità è che oggi il partito unitario può nascere anche avendo sciolto il nodo della leadership che sembra aver avvelenato i rapporti fra Berlusconi e Casini. La novità è nel ticket Berlusconi-Fini, battezzato nella notte di Piazza San Giovanni anche da Bossi che riserva alla sua Lega il decisivo ruolo che la csu bavarese svolge nei confronti della più grande cdu tedesca. Silvio Berlusconi, con l’intatto carisma, è indispensabile per la nascita e l’affermazione di un progetto come il partito unitario. Gianfranco Fini ne può assicurare il futuro, la prosecuzione e forse anche una certa caratura politica, con il completamento del processo di modernizzazione di an attraverso l’ingresso nel Partito popolare europeo, via partito unico. Dal coordinamento dei gruppi parlamentari alla nascita di Circoli trasversali sul territorio, fino a liste elettorali comuni, alle Amministrative e poi alle Europee del 2009: questo può essere il percorso. Sempre che lo si voglia.

***

Con questo numero si conclude, dopo tre anni esatti, la mia esperienza di direttore della rivista Ideazione. È una mia scelta, motivata dal desiderio professionale di misurarmi con altre sfide, all’estero, oltre quelle intense già vissute in Italia. Ringrazio la società editrice per quello che mi ha dato in tanti anni e per aver provato a trattenermi. La ringrazio ancor di più per avermi offerto, nello stesso tempo, l’opportunità di  soddisfare i miei desideri restando nei ranghi di Ideazione come corrispondente per l’Europa da Berlino. So che è uno sforzo importante per la società e cercherò di onorarlo al meglio, con la stessa passione che mi ha accompagnato in questi tredici, lunghi anni. Ai lettori un ringraziamento di cuore per aver seguito con crescente interesse la complessa operazione di rinnovamento della rivista avviata nel 2004: rimanendo con Ideazione, non si tratta di un addio ma di un arrivederci. Così come un arrivederci è quello che indirizzo ai redattori, ai miei redattori. Senza il loro aiuto, senza la loro tenacia in mesi assai difficili, non sarei andato da nessuna parte. Se ora vado a Berlino lo devo anche a loro. Mi piace credere di aver restituito loro qualcosa: che ci sia un po’ di mio nella loro crescita professionale. Ora è il momento di uscire dal guscio. Un ringraziamento affettuoso a chi ha sostenuto il micidiale compito di assistermi in questi anni. Un abbraccio al personale della segreteria, del settore grafico, dell’amministrazione e a tutti i collaboratori che mi hanno arricchito della loro intelligenza. Infine, un “in bocca al lupo” sincero a chi avrà il compito di succedermi.

 


Pierluigi Mennitti, direttore di Ideazione.

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