Il
liberalismo di Carlo Stagnaro Sulle colonne virtuali di Interazione si sta da alcune settimane svolgendo un interessante dibattito intorno alle nozioni di "liberalismo" e "comunità". Vale la pena introdurre un paio di nuovi argomenti, onde contribuire ad agitare ulteriormente le acque di un mare già in tempesta. Il liberalismo, infatti, sostanzialmente in Italia non ha mai messo piede. Certo, ci sono stati dei liberali, o quasi liberali. Ma sono passati, come per caso, nelle nostre contrade, senza mai trovarvi comprensione o seguito. Di Cesare Beccaria si ricorda il nome ma non le parole; Carlo Cattaneo è morto esule in Svizzera; Luigi Einaudi è stato - nella migliore tradizione staliniana - "promosso e rimosso". Tutto questo ha una ragione storica. Il liberalismo nasce come teoria dell'autodifesa dell'individuo dagli arbitri del re, e l'Italia è nata come giocattolo del re. Man mano che le teste dei sovrani cadevano mozzate, i liberali (quelli veri) hanno cominciato a interrogarsi sulla natura dei regimi parlamentari. E sono giunti a una risposta: il nemico non era il re in quanto "re", bensì il re in quanto "potere irresponsabile". Il filo della ghigliottina, insomma, non andava mostrato al monarca, ma a tutti coloro che con le proprie azioni imponevano la propria volontà ad altri individui non consenzienti. A monte, la consapevolezza che i singoli godono di alcuni diritti inalienabili e naturali, prepolitici, donati da Dio (o dalla natura, o da quel che volete) e superiori all'uomo stesso. Nessuno può negare agli altri i loro giusti diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. Quello che andava abbattuto, in definitiva, non era il dominio di un uomo su tutti gli altri, ma - in senso molto più ampio - il dominio, lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Detto in altri termini, non è diverso se uno regna su tutti (monarchia), se pochi regnano su molti (oligarchia), se molti regnano su pochi (democrazia) o se, infine, tutti regnano su uno (schiavismo). Oddio, le differenze ci sono: ma sono quantitative, non qualitative. Non è un caso che un pensiero autenticamente liberale sia stato alla base della Rivoluzione americana: una rivoluzione tanto contro il re quanto contro il parlamento inglesi. Liberalismo e America, in un certo senso, sono sinonimi. Riconoscere questo significa ammettere due fatti di grande importanza. Primo, il liberalismo è anti-politico, poiché è la teoria della abolizione del potere politico (fine) attraverso la sua progressiva riduzione e divisione (mezzi). Il fine è desiderabile e i mezzi sono giusti e moralmente leciti, a differenza di altre ideologie sociali (come il socialismo) che perseguono un fine inaccettabile (la cosiddetta uguaglianza sociale) con mezzi ingiusti (la rivoluzione proletaria o la colonizzazione delle strutture politico-burocratiche delle democrazie occidentali). Secondo, ancora più importante, il liberalismo è individuale. Esso è la teoria secondo cui ogni singolo individuo possiede dei diritti che nessuno può infrangere. Soggetto e oggetto del liberalismo è l'individuo. Individuo che ha ben precisi diritti: primo fra tutti quello a non essere aggredito. E altrettanti doveri, tra cui quello di non aggredire. La libertà non si declina al plurale, come vorrebbe Ivo Germano: essa, e solo essa, è "una e indivisibile". Su questo - e qui Alberto Mingardi ha mille volte ragione - non è lecito avere dubbi. I liberali, John Locke in testa, hanno tradizionalmente difeso il diritto di tutti alla libertà di espressione. E, parimenti, hanno sempre ammesso la fallibilità degli esseri umani, difendendo così la dignità del dubbio, della continua e incessante ricerca (anche scientifica) della verità, della libertà e della giustizia. E dei giusti mezzi con cui perseguire tali fini. Ma il dubbio non può essere qualcosa di totalizzante, in grado di trasformare il liberale in un essere mentalmente instabile o di precipitarlo in un relativismo assoluto. Su alcune questioni, i liberali sanno di avere ragione e devono sventolarle come bandiere. E' un loro preciso dovere; esattamente come è un loro dovere smascherare i falsi liberali nel cui petto, al di là delle parole, batte un cuore genuinamente comunista. Il dubbio è e deve essere la scintilla della riflessione, non un ostacolo insormontabile al libero pensiero. E se a qualcuno viene il dubbio - ad esempio - che possa esistere un "liberalismo comunitario" (o un "comunitarismo liberale") si sbaglia di grosso. Perché cerca in America la grande madre di tutte le Russie. Il liberalismo, vale la pena di ripeterlo, è una filosofia (di più: uno stile di vita) individuale. La più bella definizione arriva non da un filosofo né da un professore, ma da uno scrittore di fantascienza, Robert A. Heinlein: "Le etichette politiche non sono mai criteri fondamentali. La razza umana si divide politicamente in coloro che vogliono controllare la gente e in coloro che non hanno tale desiderio. I primi sono idealisti che agiscono spinti dai migliori motivi, per il massimo bene del più gran numero di persone. I secondi sono tipi acidi, sospettosi e privi di altruismo. Ma sono vicini meno scomodi di quelli dell'altra categoria". I liberali sono questi ultimi. Chi difende un "liberalismo comunitario" non fa altro che cercare i primi in casa dei secondi. O di imporre ai secondi le regole di vita dei primi. I liberali, certamente, sanno che certi legami comunitari esistono. Tutti li provano. Ognuno, banalmente, nasce e cresce all'interno di diversi gruppi che si intrecciano tra loro. Parla una lingua, abita in una città, va allo stadio difendendo i colori di una squadra. Ma il liberale non permette che tali vincoli leghino i suoi diritti. Tanto meno pretende che i propri vincoli imbavaglino gli altri. Non solo. Il libertario crede ai legami, ma crede anche che la comunità in quanto tale non esiste. Non esiste il popolo, non esiste la classe sociale; non esiste l'interesse generale e neppure il bene comune. Esistono solo gli individui. Solo essi provano sentimenti e hanno pensieri, hanno un'anima e un portafoglio. Quando cammino per strada, incontro persone, non comunità. Vedo pecore, non greggi; alberi, non foreste. La foresta (o il gregge, o la comunità) è ciò che noi vediamo negli altri. Nulla più che un'astrazione. Chi difende il ruolo della comunità, per contro, è di solito un noioso invadente o un "utile idiota" o semplicemente una persona che, per eccesso di buona fede, non si accorge delle conseguenze terribili delle sue parole. Perché i "valori della comunità" si traducono generalmente in leggi e tasse, code agli sportelli e marche da bollo. Dietro i più affascinanti e armoniosi argomenti si nascondono parassitismo, autarchia, oppressione, limitazione della libertà. Nel guanto di velluto si annida il pugno di ferro. In riferimento alla pratica della tassazione (che è intrinsecamente illiberale, in quanto prescinde dalla volontà e dal consenso degli - e non tra gli - individui), Murray N. Rothbard scrive: "Chi sequestra la proprietà altrui vive in fondamentale contraddizione con la propria natura umana. L'aggressore non è un produttore, bensì un predatore". E ancora: "Per tutto il corso della storia umana, gruppi di uomini che si facevano chiamare 'il governo' o 'lo Stato' hanno cercato di ottenere un monopolio forzoso sulle alture dominanti dell'economia e della società". Ecco il trucco: la comunità, la nazione, sono l'inganno dietro cui si cela il governo, o lo Stato. E questi ultimi non sono entità astratte dotate di una superiore moralità o di una legittimazione divina; sono tutti e soli gli uomini che li compongono. Sono artefici consapevoli di un colossale furto ai danni di tutti gli altri; un furto che ha come corollario lo schiavismo e talvolta l'omicidio (guerra). Hai voglia a pensare che "gli altri siamo noi". Noi siamo le vittime. Su questo, e ancora una volta mi trovo dalla parte di Mingardi, non possiamo permetterci di dubitare. Non è integralismo. Mio nonno lo chiama buon senso.
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