...

 

  CROAZIA

I diritti negati agli
italiani e le aperture
al croato Mesic

di Giuseppe Sacco

La riapertura del caso giudiziario delle foibe non ha scoraggiato il nuovo presidente croato Stjepan Mesic dall'avviare, proprio in Italia, una campagna per presentare il proprio paese come un esempio di democrazia. E, nella stampa e negli ambienti degli affari del nostro paese, ha trovato chi gli ha dato man forte a convincere l'opinione pubblica che la Croazia, nonostante la partecipazione attiva alla "pulizia etnica", e il tentativo di mettersi d'accordo con Milosevic per spartirsi la Bosnia, avrebbe ormai tutte le carte in regola per entrare a far parte della Ue.

Le cose, però, non stanno proprio così. Ad un'eventuale adesione della Croazia alla Ue rimangono ostacoli assai seri, così come per la Slovenia, che pure è uno dei sei paesi identificati come idonei già per la prima fase di ammissioni. Si tratta di ostacoli che toccano da vicino l'Italia, ma che marcano anche un netto distacco etico-politico dai principi fondatori dell'Europa. Il primo ostacolo è il trattamento delle minoranze italiane in entrambi i paesi. Il secondo, la questione dei beni degli italiani espulsi dopo la guerra, nonché dei beni, conti in banca e assicurazioni di quelli massacrati. Allo stato attuale, non solo la fine del comunismo non ha significato, né in Croazia, né in Slovenia, la restituzione di nulla. Ma al contrario, la legge croata e slovena impedisce agli italiani perfino di ricomprare, pagandole una seconda volta, le loro case. Ciò è in violazione evidente di qualsiasi principio comunitario, e rappresenta un segno della totale irrilevanza politica dell'Italia, del suo contar per meno che niente nella Ue, meno degli sloveni e croati, che entreranno come membri di pieno diritto.

Altrettanto grave è la perdurante negazione dei diritti più elementari alle minoranze italiane, che la divisione dell'Istria tra due micro-Stati ferocemente nazionalisti ha ulteriormente danneggiato. A Rovigno, per esempio, l'ospedale è rimasto dall'altra parte del confine ed ogni attraversamento comporta controlli chiaramente persecutori. Come tutti gli staterelli tribali, infatti, Croazia e Slovenia hanno un solo modo per affermare la loro esistenza, imponendo ogni tipo di vessazioni a chi della tribù non fa parte.

Il coordinatore italiano degli aiuti ai Balcani, Franco Bernabé, ha l'aria di considerare questi problemi come questioni di cui dovrebbero al massimo occuparsi gli storici, e che non possono essere prese in considerazione dalla "cultura d'impresa". Dettagli che dovrebbero essere cioè sacrificati ai profitti che alcuni privati potranno trarre sulla spesa di fondi pubblici italiani in aiuto ai paesi balcanici. Perché è chiaro che un paese che lascia trattare così i propri cittadini, nella grande abbuffata degli aiuti non piglierà neanche le briciole, ma potrà solo essere dal lato di chi paga. A cogliere le occasioni d'affari possono essere infatti solo le aziende dei paesi che, nella politica come nel business, hanno abituato le loro controparti a trattarli col normale rispetto che si riserva a coloro che, per primi, rispettano se stessi.

g.sacco@agora.stm.it