Bari
e il Levante. di Alessandro Napoli Gioacchino Murat amava Bari più di Napoli. La capitale aveva un'aristocrazia colta, cosmopolita, francofila, modernizzante e Bari no. Ma quella aristocrazia, che si era lanciata a capofitto nell'esperimento della Repubblica del '99, inseguiva il sogno di una "démocratie de la raison", mentre il popolo barese inclinava al pragmatismo: il problema che lo assillava era come ridare slancio economico a una città che aveva tanti mezzi per farlo, ma non aveva gli spazi fisici necessari. Per crescere economicamente Bari aveva bisogno di crescere fisicamente, a scapito delle proprietà ecclesiastiche che stavano al di fuori dalle mura. L'avventura della Bari contemporanea comincia dunque con Gioacchino, che consente la fondazione di una città nuova al di là delle mura di quella antica. L'avventura continua durante il Diciannovesimo secolo, e soprattutto prende la rincorsa negli ultimi due decenni di quello e nei primi del successivo, quando Bari si dota di infrastrutture da grande città commerciale e industriale: un nuovo porto, una Camera di Commercio, una Scuola Superiore di Commercio (poi Università). Bari non ha un passato di "splendida capitale" da contemplare per lenire eventuali pene del presente, e questa è la sua fortuna. Con pochi aristocratici, pochi lazzaroni e non pochi borghesi (alcuni venuti dall'estero per investire nell'area), è molto più "levantina" che "meridionale". Vuole un grande teatro e non chiede nulla a nessuno, meno che mai provvidenze statali. A costruire il Petruzzelli è una famiglia di imprenditori: il teatro sorge su suolo di proprietà del Comune, ma è costruito a spese di privati. Durante il fascismo un temperato keynesismo regala comunque alla città cose come la fiera e gli edifici pubblici sul lungomare. Ma neppure in anni di interventismo dello Stato i baresi smentiscono l'inclinazione a fare da sè: lo Stadio "della Vittoria" viene costruito con fondi raccolti con pubblica sottoscrizione. Nell'immediato dopoguerra tra le tantissime cose da fare ce n'è una forse meno seria, ma simbolicamente importante: rimettere i lampioni sul lungomare. Il sindaco, cattolico ma a stretto contatto con l'ambiente del commercio e dell'impresa, chiede agli imprenditori di tirare fuori i quattrini per farlo: praticamente nessuno si tira indietro. Per industriali, costruttori, professionisti e commercianti arriva poi il problema di come contrastare le conseguenze del quasi-monopolio del credito che anche qui, come in tutto il Sud, è nelle mani del Banco di Napoli. La risposta viene con la fondazione della Cassa di Risparmio di Puglia e successivamente della Banca Popolare di Bari. Gli anni Sessanta sono gli anni della nuova industrializzazione. Non si sa se in virtù di un disegno consapevole o per quale altra ragione, fatto sta che a Bari non si insediano megapetrolchimici e megasiderurgie a ciclo integrale. Anche gli investimenti pubblici prendono la strada "leggera" di impianti di media dimensione e, indirizzandosi su vari settori, riducono l'impatto di shock settoriali. Al processo di industrializzazione partecipa anche il capitale privato, sia del Nord sia (e questo è un punto importante) estero. Gli anni peggiori sono i primi anni Novanta, quando la domanda pubblica assume una rilevanza sconosciuta in passato, proprio mentre il processo di stabilizzazione macroeconomica avviato a scala nazionale spinge nella direzione opposta. Processo con conseguenze diseducative, dal momento che insinua nei baresi un'idea cui non erano abituati, e cioé che le sorti della città dipendono dal flusso di trasferimenti che in varia forma arrivano da Roma, magari attraverso le mediazioni del ceto politico regionale. La svolta ha inizio con il 1995, quando il Polo conquista la maggioranza e elegge il sindaco. Il blocco sociale dei non-garantiti (imprenditori, disoccupati, giovani) riprende la città. Gli anni che seguono sono anni difficili, ma la città riacquista faticosamente autofiducia e autostima, tanto da essere capace di attirare come nessun'altra città del Sud investimenti diretti esteri. Oggi Bari è una delle capitali europee dell'automotive: solo per fare un esempio, è nello stabilimento barese della Bosch che si produce il common rail, sistema che ha cambiato radicalmente le prestazioni dei motori diesel. Dallo stabilimento della Getrag escono invece componenti essenziali per le vetture General Motors, mentre lo stabilimento della Bridgestone-Firestone esibisce primati in materia di organizzazione e produttività all'interno di un gruppo che ha impianti in tutto il mondo. Accanto alle multinazionali si sviluppano imprese minori a capitale locale integrate nella filiera di produzione di mezzi di trasporto a scala mondiale. L'altro settore in cui il sistema locale si specializza è quello dell'information technology: se in declino pare l'attività del parco scientifico-tecnologico di Tecnopolis (il primo in Italia) arriva invece l'investimento della multinazionale Eds. Oggi sono avviati grandi lavori in infrastrutture per duemila miliardi: sono in gioco l'ampliamento dell'aerostazione, la razionalizzazione del nodo ferroviario, il potenziamento del porto. La vicenda del porto è per tanti versi emblematica di come Bari abbia potuto profittare delle conseguenze positive dell'abbattimento dei muri che separavano fino a dieci anni fa le due Europe. Al confine fra est e ovest, la città aveva sofferto moltissimo delle conseguenze della guerra fredda. Caduti i muri e a seguito della riforma della governance della portualità, il porto di Bari ha registrato una crescita degli imbarchi e degli sbarchi di passeggeri che nel 2000 lo colloca al primo posto fra gli scali adriatici. Bari torna a essere quello che era prima della guerra: un crocevia attraverso il quale transitano e a volte si fermano uomini, merci, idee, capitali. Nei primi del secolo a Bari venivano i reali del Montenegro a fare acquisti, e poi vennero quelli di Albania. Oggi da Bari passano e a Bari si fermano cittadini albanesi e slavi. Non tutti per affari legali, ma questa è un'altra questione. Viaggiando per i Balcani è però facile incontrare fabbrichette o negozi in mano a baresi (o pugliesi), anche nelle contrade più interne. Come nei primi decenni del secolo, quando Bari, "naturale" emporio del Sudest d'Italia, si affermò come emporio altrettanto naturale di un più ampio Sudest europeo. Se l'Unione Europea punterà sulla realizzazione di collegamenti veloci ovest-est e non nordovest-sudest nei Balcani, Bari tornerà a essere il nodo attraverso cui passa la gran parte dei traffici fra Europa, Caucaso e Caspio e fra Europa e Medio Oriente. Purtroppo a questa strategia sembrano interessati più gli americani che gli europei. Ma tant'è. Ma torniamo a Bari. Altro che città del Sud d'Italia: il sogno (neanche irraggiungibile) di molti baresi è un altro: Bari come luogo dove nessuno è straniero, e dove chi ha coraggio e senso di responsabilità può farsi strada. Un po' America e un po' Beirut, la Beirut degli anni migliori si intende.
Quando alle due del mattino si passeggia tra una folla da pomeriggio sulle mura restaurate recentissimamente con il contributo del Fondo europeo di sviluppo regionale si comincia a credere che i sogni siano a portata di mano. L'indomani si spera che, come negli anni migliori della sua storia, in questa città le risorse umane migliori e la classe dirigente sappiano unire le proprie forze in quella cooperazione spontanea che è la materia prima fondamentale dei processi di crescita economica e sociale.
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