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Lo Stato italiano
è allergico
alla scuola libera
di Cristina Missiroli
Il concetto di scuola libera non riesce a far breccia nell'organizzazione scolastica italiana. Tanto che ancora oggi, dopo molte discussioni parlamentari e leggi sulla parità teorica tra gli istituti statali e quelli privati, i cittadini italiani non sono ancora davvero liberi di scegliere dove far educare i propri figli. Certo, da un punto di vista didattico ed educativo in senso lato non esiste alcuna differenza fra scuola pubblica e legalmente riconosciuta se non quella relativa all'autonomia di pianificazione e progettazione dell'insegnamento. La scuola parificata o legalmente riconosciuta è vincolata in tutto e per tutto all'osservanza di programmi e delle modalità di valutazione ministeriali, all'adempimento delle mansioni da parte dei docenti che sotto la supervisione, il controllo e la verifica del direttore didattico.
Però, come spiegano i parlamentari di Forza Italia Valentina Aprea, Grazia Sestini e Alberto Gagliardi, in un'interrogazione parlamentare (n. 5-08012 del 3 luglio 2000) al ministro della pubblica istruzione, di fatto una vera parità non esiste. I leggee nell'interrogazione: "Rispetto ai loro colleghi insegnanti nelle scuole statali gli insegnanti delle scuole parificate o legalmente riconosciute soffrono tuttavia delle seguenti palesi e stridenti discriminazioni: a) nelle graduatorie provinciali per le supplenze il servizio prestato presso le scuole parificate è valutato a metà rispetto alla valutazione espressa per i docenti della scuola statale; b) con il superamento del concorso ordinario all'insegnante di una scuola parificata non sono riconosciuti i punteggi relativi all'insegnamento prestato; c) gli insegnanti delle scuole parificate non possono accedere sistematicamente ai concorsi per soli titoli in quanto ancora una volta, il servizio prestato non viene riconosciuto; d) gli insegnanti delle scuole parificate hanno potuto accedere al concorso riservato in cui è stato riconosciuto il servizio a metà; il punteggio complessivo comprende sia la valutazione d'esame che la metà del servizio prestato ciò nonostante al momento della definizione della graduatoria permanente questo servizio viene nuovamente eliminato".
Come spiegano Aprea, Sestini e Gagliardi, questo stato di cose è persino in contrasto con la nostra costituzione. Per questo gli interroganti chiedono al governo "quali provvedimenti urgenti intenda adottare affinché questa assurda ed ingiusta discriminazione cessi e si ristabilisca il primo rispetto all'articolo 3 del nostro dettato costituzionale".
missiroli@opinione.it
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