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  MUSICA

Gli Everclear hanno
imparato a sorridere.
Forse anche troppo

di Andrea Mancia

Art Alexakis - leader, cantante e chitarrista degli Everclear - ha avuto un'infanzia difficile e un'adolescenza che definire "problematica" è più una pietosa bugia che un eufemismo. Nato nell'aprile del 1962 a Santa Monica, in California, i suoi genitori divorziano quando ha soltanto 5 anni e il fratello maggiore muore di over dose quando ne ha undici. A 13 anni Art perde anche la prima ragazza, sempre per overdose, e tenta il suicidio. "Volevo raggiungere le persone che amavo - spiega oggi nelle interviste - si trattava di un atteggiamento molto infantile, ma che mi è quasi costato la vita". Non sarebbe stata l'ultima volta. Poco dopo aver compiuto vent'anni, infatti, Alexakis viene quasi ucciso da un infarto provocato dall'abuso di cocaina. E questa sarà la svolta decisiva: smette di bere e di drogarsi (oggi è addirittura testimonial di alcune campagne anti-stupefacenti) e abbraccia una carriera musicale che lo porterà ad emergere al di sopra dell'infome massa di aspiranti-eredi di Kurt Cobain.

Dopo aver suonato per i Colorfinger a San Francisco (una band country-punk con un solo, splendido album all'attivo: "The Easy Hoes"), all'inizio degli anni Novanta Alexakis decide di trasferirsi a Portland dove, insieme a Craig Montoya (basso) e Scott Cuthbert (batteria), forma gli Everclear. Nel 1993 esce l'E.P. Nervous and Weird, che li iscrive di diritto all'affollato club dei parenti poveri dei Nirvana, segnalandoli però per la loro insolita capacità di raccontare storie di disagio, rabbia e angoscia. Con il primo album, World of Noise (1994), gli Everclear indovinano un paio di singoli ("Fire Maple Song" e "Your Genius Hands") e riescono a fondere con intelligenza le sonorità aspre e disperate del grunge di Seattle con quelle smussate ed accattivanti del power-pop californiano. Ma il disco è ancora prodotto in maniera troppo rozza per ricevere l'attenzione che merita.

Il successo arriva con Sparkle and Fade (1995), dopo la sostituzione del batterista Scott Cuthbert con Greg Eklund e dopo aver finalmente firmato un contratto con una major (la Capitol). Il singolo, "Santa Monica", impazza nelle radio di tutti gli States e trascina anche l'album verso un ottimo risultato commerciale. Tra ballate acustiche ("Strawberry"), concentrati di adrenalina ("Heartspark Dollarsign") e riflessioni esistenziali ("Heroin Girl"), il disco scorre via con un buon ritmo e molti spunti interessanti. Ma è come se mancasse ancora qualcosa. Qualcosa che arriva, puntuale come la morte, nel successivo So Much for the Afterglow (1997), che li consacra definitivamente all'attenzione del grande pubblico. L'album è rock degli anni Novanta allo stato puro. Con una produzione studiatissima ed impeccabile, confezionata senza lesinare elettronica, archi e cori, So Much for the Afterglow ospita alcuni tra i capolavori del pop-rock Usa dell'ultimo decennio: le irresistibili "Everything to Everyone" e "I Will Buy You A New Life", soprattutto, ma anche la splendida title-track, l'elegante "Like A California King", l'autobiografica "Father of Mine" (dedicata, si fa per dire, al padre che lo ha abbandonato in tenera età) e la ballata elettrica "Normal Like You". Un disco straordinario, insomma, che li porta in tour in tutto il mondo. E che crea grandi aspettative per il loro futuro.

Songs from an American Movie, volume 1: Learning How to Smile

Con un titolo lunghissimo e, appunto, una serie di aspettative difficili da onorare, si presenta il nuovo progetto di Art Alexakis e dei suoi Everclear. Parliamo di progetto e non di album perché Learning to Smile è soltanto il primo capitolo di un doppio cd, "Songs from an American Movie", che sarà completo soltanto nel prossimo autunno, con l'uscita del secondo volume "Good Time for a Bad Attitude". Si tratta di un esperimento coraggioso, riportato in auge dieci anni fa dai Guns'n'Roses con "Use Your Illusion" e ripreso recentemente da XTC e Ice Cube. Il primo capitolo, quello in uscita proprio in questi giorni, doveva originariamente essere un lavoro solista di Alexakis, con un'anima più acustica rispetto alla normale produzione degli Everclear. Alla fine, però, Art ha preferito avvalersi del lavoro in studio di Eklund e Montoya. E il risultato è un ibrido, dalla produzione francamente troppo "leccata", che potrebbe scontentare gli appassionati di vecchia data ma compiacere i nuovi fan attirati dalle sonorità pop del singolo "Wonderful".

L'album si apre con la brevissima title-track "Songs from an American Movie", una sorta di "Everything to Everyone" in versione liofilizzata con un banjo al posto della chitarra elettrica. Un episodio introduttivo di cui si sarebbe potuto tranquillamente fare a meno. In "Here We Go Again" e "AM Radio", invece, gli Everclear annunciano schiettamente al mondo di puntare alla vetta delle classifiche, anche se il loro country-rock con sfumature rap non convince fino in fondo anche dopo ascolti ripetuti. Il quarto brano del disco è una cover di "Brown Eyed Girl" di Van Morrison che riesce, nel bene e nel male, a non farsi notare troppo. L'album sembra decollare con "Learning How To Smile", una solida ballata in perfetto stile Everclear appena insidiata da un arrangiamento troppo sinfonico. Ma con "The Honeymoon Song", "Now That It's Over" e "Thrift Store Chair" si torna ben presto sulle rive, pulite ma noiose, del pop più consueto. Anche come compositore la creatività di Alexakis sembra lontana dai suoi massimi storici, tanto che a tratti si ha quasi la sensazione di ascoltare le stesse canzoni di "So Much for the Afterglow" rimesse a nuovo per un pubblico poco avvezzo alle chitarre distorte.

Invece, proprio quando si sta per ufficializzare il flop (non di vendite, quelle sono garantite), gli Everclear hanno uno scatto d'orgoglio. E scodellano, una dietro l'altra, le tre migliori canzoni del disco. "Otis Redding", anche se sempre sovrabbondante di archi e cori, è una ballata struggente e davvero bellissima. Con "Unemployed Boyfriend" si riesce finalmente ad apprezzare il sorriso ritrovato di Alexakis senza essere costretti a pensare alle forme più degenerate della musica "mainstream". Il singolo "Wonderful" conclude degnamente questo trittico d'autore, dimostrando una volta per tutte, che una buona canzone - pop o non pop - resta sempre una buona canzone. L'ultimo brano dell'album, "Annabella's Song", dedicato alla piccola figlia di Alexakis, pur rappresentando una piccola caduta di tono rispetto ai precedenti, resta sempre una spanna al di sopra della sufficienza. Come quasi tutto l'album. Adesso non ci resta che incrociare le dita e aspettare l'autunno.

anmancia@tin.it