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  HUMAN RIGHTS

Cella n.1, secondo
piano. Tre giorni
dentro San Vittore

di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti

Chi scrive questi articoletti sugli "human rights" li ha violati più volte in gioventù, e questo ha comportato che ora conosca abbastanza bene le condizioni delle carceri italiane. Una di queste persone, nata nel 1959, è stata convocata dalla Corte d'Assise di Milano per essere ascoltata (escussa, si dice in legalese) come testimone nel corso del processo per la strage di Piazza Fontana del 1969. La persona in questione avrebbe voluto scrivere un articolo su come vengono spesi i soldi del contribuente, sembrando a tale persona che l'aver avuto 10 anni all'epoca dei fatti sotto esame avrebbe dovuto escluderla quasi automaticamente dal novero di coloro che potevano portare apporti seri al raggiungimento della verità. Considerata però l'attualità, privilegerà il mero racconto della vita quotidiana all'interno della sezione giudiziaria femminile del carcere di San Vittore. Per ragioni di spazio si accennerà solo alla prima giornata. Le altre giornate, comunque, ovviamente, assomigliano moltissimo alla prima.

Il furgone blindato mi scarica a San Vittore alle 11 di mattina. Solite cose: attese, altre attese, pratiche, denudamento, perquisizione, fotografie, impronte… routine. Rimango un'ora chiusa dentro una celletta senza suppellettili, passo il tempo leggendo scritte e disegni graffiati sui muri. Arrivano tre agenti, e mi "scortano" verso il reparto "Ordinario". Ho chiesto solo che mi trovassero un posto in una cella di non fumatori, e pare che una branda che risponde a questo mio requisito minimo si trovi nella cella 1 del secondo piano. Le agenti mi notificano una regola locale: prima di entrare in cella devo fare la doccia. A me sta benissimo, dopo il viaggio nel blindato lercio del Nucleo Traduzioni non vedo l'ora di lavarmi. 

Entro in cella. Compreso l'angolo del gabinetto "alla turca" saranno una quindicina di metri quadrati. Siamo 4. a me tocca il posto in alto sulla catasta delle brande "a castello". Saluti, cordialità consuete. Mi dicono che adesso stanno larghe come sciure, in altri tempi sono state anche con i materassi a terra, e comunque dicono che gli uomini arrivano anche a stare uno sopra all'altro in dieci. Il caldo non dà tregua e anche dopo la doccia continuo a sudare. Mi chiamano per la visita medica. Una giusta legge la rende obbligatoria. Un'infermiera albanese prende altezza, pressione e peso. Un medico, anche lui straniero, mi fa una visita medica orale, nel senso che chiede a me se sto male. Come da "legge Bassanini", mi autocertifico che sto bene. Lui, come quasi tutti i suoi colleghi al servizio del ministero della Giustizia intascherà l'onorario per la mia autocertificazione, come al solito. 

Tutto avviene sotto il controllo di due agenti che guardano e ascoltano. Se per caso volessi mostrare al medico dei lividi lamentando di essere stata picchiata dagli agenti avrei qualche problema, immagino. Comunque non è il mio caso, non oggi almeno. Torno in cella. Noto che forse la mia branda è la migliore, a patto di sapersi arrampicare e di non soffrire di vertigini, o di sonnambulismo. Ha di buono infatti che è vicina alla finestra, che è piccola e per metà rimane chiusa perché il battente è bloccato dallo sviluppo verticale delle brande che evidentemente non era stato calcolato dal progettista. Comincio a conoscere le mie tre compagne. Una bionda albanese, un'altra colombiana e un'italiana sposata con un marocchino. Mi chiedono come va a Roma, centro della politica, e se daranno l'amnistia e l'indulto. Secondo me non c'è niente di buono in arrivo per i carcerati, ma non voglio dirlo. Non voglio però nemmeno conculcare a queste ragazze il diritto alla speranza. Ostento quindi un lievissimo ottimismo. Arrivano davanti al cancello donne che ho conosciuto in altri tempi e altri carceri. Saluti, scambi di informazioni sommarie, elenco delle morte, che nel giro carcerario, per via delle malattie, sono sempre molte. 

Assistenza sommaria per la nuova arrivata che potrebbe aver fame o, come al solito, avere subito il sequestro del sapone e di chissà cos'altro. Mi invitano per il tè del pomeriggio nella cella di fronte alla mia. C'è una mia vecchia amica, una "tossica". Mi presenta le sue compagne, compresa una ragazzina molto carina, una albanese. Mi dice che sta per prostituzione. So che non può essere vero, non si viene più arrestati per prostituzione, ma non faccio domande. Nascosta al terzo piano delle brande c'è una tipa. Ha poco più di 40 anni ma ne dimostra 60, secca come un chiodo, la muscolatura inesistente e l'occhio tumefatto perché è caduta dopo aver preso delle gocce calmanti che devono averle fatto effetto nel momento sbagliato. Non lascia mai la branda, non so quali e quante altre gocce abbia preso in vita sua ma adesso si è convinta che la gente, tutta la gente voglia rubarle quello che possiede. A dire il vero non possiede assolutamente niente, ma lei teme ugualmente che glielo vogliano portar via. 

Ovviamente almeno un paio di volte al giorno deve andare al bagno, e le compagne di cella fanno una commedia apposita, nel senso che annunciano ad alta voce che andranno in cortile oppure in doccia, così lei si rassicura, e quando la cella è vuota scende dalla sua torre assediata ed espleta almeno le funzioni fondamentali. Una delle ragazze della cella viene pagata per farle da "piantone". In teoria dovrebbe accompagnarla se vuole andare in cortile, o se il suo avvocato viene a trovarla. La ragazza è abbastanza contenta perché viene pagata, poco, ma pur sempre pagata, per non andare mai da nessuna parte. 
Con il calare del sole il caldo non diminuisce, non so se la mia teoria potrebbe avere dei riscontri scientifici, ma alle 10 di sera faceva ancora più caldo che a mezzogiorno. 

Non sono più abituata al potente sottofondo di grida di tutti i tipi e di tutte le intensità, ma sono talmente stanca che mi distendo tra altre grida di chi vuole la sua terapia per dormire e chi non vuole sentire gridare. Sono stanca, ma non riesco ad addormentarmi. Sento la discussione tra una detenuta e l'infermiera. E' finita la medicina per la sua epilessia e la dottoressa gliene ha prescritta un'altra ma l'infermiera sostiene di non averla. La donna insiste perché in caso di crisi può farsi molto male prima che aprano la cella per soccorrerla. L'infermiera con quel caldo diventa spiritosa, e le consiglia di andarsele a comprare, le medicine. Spiritosaggini del genere le ho sentite ormai un milione di volte, ma riescono ancora a farmi inquietare. Sono qui solo di passaggio, la regola di sopravvivenza vorrebbe che facessi finta di non sentire, ma con la doccia avevo lavato anche le orecchie, e la conversazione è giunta indisturbata ai centri cerebrali d'ascolto. La donna può difendersi solo con una minaccia in burocratese: se mi succede qualcosa le mie compagne potranno testimoniare la sua responsabilità, signora infermiera. L'infermiera ci passa in rassegna, fa i suoi calcoli, e torna dopo tre minuti con la giusta terapia.

Nella branda sotto la mia un'italiana piange e perfeziona progetti di suicidio. Era pronta per uscire e invece sono arrivate "cose vecchie". C'è sempre un sacco di gente che vuole suicidarsi in carcere. Provo a ricordarle che i figli hanno ancora bisogno di lei, di solito funziona, almeno per qualche ora. Alla fine lei si addormenta e rimango sveglia io. Per esperienza so che è verso le 5 del mattino che l'angoscia raggiunge i picchi massimi… penso che se provasse ad impiccarsi alle sbarre della finestra me ne accorgerei, ma se andasse in bagno me la ritroverei lì al mattino al momento di lavarmi il viso prima di andare in tribunale. Lei dorme tranquilla pensando ai figli. Io dormo male pensando a questi tre giorni sprecati. Sento le solite manovre delle guardie attorno alle serrature e gli spioncini. Ci contano, si passano le consegne, vanno nel corpo di guardia a guardarsi la televisione. Alle sei sono venute le agenti a svegliarmi. Convinta che ora finalmente non toccava più a me montare di sentinella contro le crisi depressive ne approfitto per dormire mezz'ora. Poi parto per il mio inutilissimo servizio di testimonianza.