Divieto di fumo, di Vittorio Macioce La sigaretta perde il diritto di cittadinanza negli uffici, nei bar, nei ristoranti, nelle università, nelle scuole, negli uffici postali, negli studi medici, porti e aeroporti, stazioni ferroviarie e palestre, esercizi commerciali e stadi di calcio. Vietato fumare, ovunque o quasi, perfino in carcere (a parte la cella d'isolamento). Si può ancora fumare in casa, se gli altri inquilini sono d'accordo, o in strada, all'aperto. Il disegno di legge di Umberto Veronesi lascia poco spazio al vizio del tabacco. Gli irriducibili della sigaretta rischiano anche multe salate: sono previste per i trasgressori multe da un minimo di 100.000 a un massimo di 300.000 lire. Contravvenzioni che salgono a mezzo milione di lire per chi non fa rispettare i divieti. "E' un provvedimento importante - spiega il ministro della Sanità - nel campo della lotta al fumo e in particolare quello passivo che, se attuato, introdurrà in Italia il divieto assoluto e generalizzato di fumare in tutti gli ambienti chiusi, pubblici e privati, accessibili al pubblico". L'Italia si adegua così agli Stati Uniti. E il fumatore diventa un personaggio "out", in qualche modo "deviante". Tra le immagini più tristi di New York c'è il gruppetto di tabagisti che, anche con l'inverno più rigido, ruba sui marciapiedi qualche boccata di fumo al tempo del lavoro. E' la morte di un piacere. O, come direbbe Veronesi, la sconfitta di un vizio. Il ministro, d'altra parte, ha dalla sua il buon senso, la ragione, il rispetto per gli altri e la buona educazione. Far respirare il fumo a chi non fuma è un atto di egoismo, una sopraffazione. Insomma, diciamolo pure, chi fuma ha torto. E' un torto spesso teorico, culturale, magari anche scientifico. E' possibile, e non abbiamo elementi per dubitare, che il fumo passivo sia dannoso quanto e più di quello attivo. E, allora, al fumatore non resta che, con gesto nobile, voltare le spalle al pubblico e dire: "Con permesso signori, vado a fumare fuori". E' l'uscita di scena più degna per un signore del vizio. Forse può fare anche qualcos'altro, come gesto indignato contro la doppia morale dello Stato e di chi lo rappresenta, contro la verità di comodo e quella scientifica. Può dire, come una sorta di Don Chisciotte: fumatori boicottate le Ms e, se esistono ancora, anche le Nazionali, con e senza filtro. E' la scelta effimera di chi intende ribellarsi ad uno Stato che vende ciò che vieta, peggio di Al Capone che vendeva ciò che lo Stato vietava. E dopo aver boicottato, l'altro gesto estremo è fare causa allo Stato per aver venduto sigarette, veleno, per anni, decenni, senza avvertire del pericolo. Fare causa per tutte quelle Ms, morbide o dure, da dieci o da venti, fumate quando ancora sui pacchetti non c'era scritto "il fumo fa male alle donne incinte", "il fumo provoca il cancro", "nuoce gravemente alla salute", "il fumo nuoce alle persone che vi circondano". Qualche tempo fa, in California, una fumatrice, Patricia Heneley, malata di cancro ha fatto causa alla Philip Morris. Ha vinto. E come risarcimento ha ricevuto 50milioni di dollari (circa 85 miliardi di lire). La multinazionale del tabacco è stata sconfitta. Patricia Heneley, purtroppo, è morta qualche giorno fa. Lo Stato italiano continua a produrre e vendere le sue sigarette, in monopolio (colpa ancora più grave). Ha incassato e continua ad incassare miliardi di miliardi. E allora forse il ministro Veronesi non si offenderà se i fumatori la smetteranno di fumare in ufficio, ma in cambio chiederanno allo Stato parecchi miliardi di risarcimento. In fondo, professore, la vita e la morte non si comprano e non si vendono. Spesso capita, qualche volta si sceglie. Ma questi sono affari di Dio e degli uomini. Non dello Stato.
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