Le ragioni del Pontefice di Luciano Lanna "La Chiesa non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio Creatore e non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male". Le parole di Giovanni Paolo II non potevano essere più esplicite e significative. Testimoniare la verità, essere fedele a un messaggio bimillenario, contribuire a fare chiarezza e a discernere il bene dal male. E cosa avrebbe a che vedere tutto questo con forme di "delirio oscurantista", con una rinnovata volontà di potere temporale e con l'intolleranza? Le polemiche scaturite dalla quasi contemporaneità del Gay Pride e del Giubileo dei detenuti rivelano in realtà solo la malafede di chi le ha attizzate. Agli atti la Chiesa non avrebbe svolto nessuna pressione per impedire la sfilata degli omosessuali. Ha certamente espresso e manifestato il suo punto di vista sulla questione, ma in rispetto e adesione alla sua "ragione sociale" che è, come abbiamo visto, quella di testimoniare il suo messaggio. Così, il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato vaticano, aveva parlato lo scorso febbraio di inopportunità della data e del luogo prescelto, ricordando il valore simbolico e sacro per i cristiani di Roma. E il cardinale Camillo Ruini lo scorso maggio aveva espresso la sua perplessità. Ma al di là di questo, la manifestazione si è svolta, peraltro con una adesione meno oceanica del previsto. Poi, soltanto il giorno dopo, Wojtyla ha voluto dire la sua. Con quattro semplici righe di testo: "A nome della Chiesa di Roma - ha detto il Papa - non posso non esprimere amarezza per l'affronto recato al Grande Giubileo dell'anno Duemila e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo". Parole certamente pesanti, ma significativamente pronunciate il giorno dopo, perché la Chiesa non vuole alimentare polemiche contingenti e strumentalizzabili politicamente, ma vuole - con la prudenza di chi guarda ai tempi lunghi - esprimere la sua "novella" eterna. Tanto è vero che subito dopo il Papa ha spiegato che la Chiesa cattolica rifiuta ogni "ingiusta discriminazione" nei confronti degli omosessuali, che devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. Insomma: la condanna del pontefiche, per chiunque avesse voluto leggerla nella sua evidenza, non era nei confronti degli omosessuali ma verso la strumentalizzazione politica e anticlericale che ha connotato il Pride. La Chiesa ha chiesto solo buon senso. Come quello, ad esempio, dimostrato dal governo israeliano che ha dirottato a Tel Aviv il Gay Pride di quell'area, inizialmente pensato a Gerusalemme, città sacra delle tre religioni monoteistiche e abramiche.
La verità è che l'occasione è stata strumentalizzata da precise componenti politiche per individuare - passando sulla testa degli stessi omosessuali - l'ennesimo "nemico principale" in grado di ricompattare le fila e che, questa volta, è tornato ad essere il Vaticano. Come se stessimo ancora ai tempi di Giordano Bruno o dell'ottocentesco contrasto tra Chiesa e Stato. "Non condivido il giudizio del Papa" ha detto D'Alema. "Il Pontefice ha usato parole belle per i detenuti e severe per i Gay" ha aggiunto Mauro Paissan. Non spiegando che anche nella richiesta di clemenza per i carcerati, il Papa ha espresso una posizione tutt'altro che politica o politicizzabile. "Lasciate - ha intimato ai detenuti - che io vi chieda di tendere con tutte le vostre forze ad una vita nuova, nell'incontro con Cristo. Di questo vostro cammino non potrà che gioire l'intera società. Le stesse persone a cui avete causato dolore sentiranno forse di aver avuto giustizia più guardando il vostro cambiamento interiore che al semplice scotto penale da voi pagato". Ma cosa ha a che vedere questo profondo discorso interiore con il teatrino della politica italiana?
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