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  CARCERI

"Carcere e comunità"
un'associazione al
fianco dei detenuti

di Miriam D'Ambrosio

"Il carcere è l'azienda più fallimentare di questo mondo. Non è assolutamente un luogo di recupero, è solo l'università della delinquenza". Non ha dubbi Dolores Zuppelli, presidente dell'associazione trevigliese "Carcere e comunità" nata nel 1989 in Lombardia. Lei ha visitato un carcere per la prima volta nel 1991 e ha scoperto il vero mondo degli ultimi, il margine, il limbo dove l'attesa è opprimente, per chi ha la "fortuna" di attendere. Ora Dolores Zuppelli, insieme ad altri sei volontari (soci operativi) di "Carcere e comunità" (in totale l'associazione è costituita da quindici persone), segue i detenuti. 

"Il nostro primo anno è stato 'esplorativo' perché il settore è sconosciuto a molti. Ho un permesso del Ministero per visitare il carcere. Lentamente ho fatto amicizia con gli educatori. Abbiamo portato le autorità di Treviglio in visita al penitenziario di Bergamo. Sono stati organizzati spettacoli teatrali. Bisogna collegare l'interno con l'esterno. Le carceri sono una realtà. Esistono come esistono gli ospedali, le scuole. In dieci anni abbiamo coinvolto Chiesa e amministrazione pubblica e qualcosa è cambiato nella sensibilità della gente. Nel 1993, come logica conseguenza dell'associazione, è nata la cooperativa 'Il gabbiano', che aiuta concretamente i detenuti e le loro famiglie. L'amministrazione è stata disponibile da subito, affidandoci prima la raccolta differenziata, poi la manutenzione del verde. La cooperativa è necessaria per abituare chi è in debito con la giustizia alle regole del mondo del lavoro. Loro sanno che se non rispettano le regole tornano dentro. E' una fase delicata e difficile. Intanto imparano un mestiere. Nel gruppo che lavora ci sono i nostri due giardinieri che insegnano ai carcerati l'arte del giardinaggio. In questo tempo abbiamo fatto uscire quindici detenuti. Siamo soddisfatti".

La signora si interrompe, poi con un sorriso riprende: "Ho avuto un invito di matrimonio il mese prossimo da uno di questi ragazzi. Comunque solo dopo una decina d'anni si può capire se queste persone sono ancora vulnerabili alle 'cattive compagnie', o sono riusciti a costruire un futuro pacifico. Dopo essere andati via noi non li cerchiamo più. Devono avere la possibilità di cancellare completamente il loro passato. Se si fanno sentire loro spontaneamente siamo contenti, altrimenti io non telefono neanche per gli auguri". Tira un sospiro, poi continua: "Le carceri sono da sempre affollate. Occorre trovare alternative sul territorio. Sarebbero utili strutture protette dove lavorare e responsabilizzarsi. Io proporrei anche lavori manuali, di fatica, per esempio nei boschi. L'ecologia ha bisogno di manodopera. I detenuti potrebbero lavorare tanto da stancarsi, mantenersi, pagare il proprio debito, risarcire (per quel che possono) i danni compiuti attraverso il lavoro. Devono diventare protagonisti, rimediare concretamente, recuperare dignità umana. Togliere loro la libertà è deleterio per tutti. Bando al buonismo facile. La pena giusta è il recupero che ciascuno può fare di sé".