Difficile dialogo di Rodolfo Bastianelli Dopo che anche la Corea del Nord ha rivolto un invito ufficiale al Papa, sono in molti a chiedersi se e quando un analogo segnale di apertura arriverà anche da Pechino. Quella tra la Cina Popolare e la S. Sede è una questione che si trascina ormai da mezzo secolo, la cui origine risale alle vicende della guerra civile cinese e alla conseguente divisione in due del paese, divisione che si riflesse anche nei rapporti con il Vaticano. Dopo l'espulsione decisa dalle autorità comuniste del Nunzio apostolico a Nanchino ed il suo trasferimento a Taipei, le relazioni della S. Sede continuarono infatti solo con la Repubblica di Cina ( Taiwan ), mentre i 3,8 milioni di cattolici residenti nella Repubblica Popolare rimasero privi di quei contatti con Roma che, in seguito, il fanatismo ideologico della "Rivoluzione culturale" resero pressoché impossibili. Sarà solo con la morte di Mao che il regime cinese avvierà le prime aperture, anche se le repressioni contro i fedeli e gli appartenenti alle varie fedi religiose proseguirono. Le questioni fondamentali su cui poggia il contenzioso tra Pechino e la S. Sede sono essenzialmente tre: la prerogativa da parte del Vaticano di procedere alla nomina dei vescovi presenti nel territorio cinese, la libertà di culto all'interno della Cina Popolare ed il ruolo della Chiesa cattolica patriottica cinese. Creata nel 1957, la Chiesa patriottica può svolgere l'attività religiosa ma solo sotto il diretto controllo del Partito comunista e del governo, che dispone del potere di nominarne i vescovi e gli altri membri della gerarchia ecclesiastica. Per la S. Sede il potere di nomina - secondo quanto disposto dal diritto canonico - appartiene solo al Pontefice e una Chiesa locale che non segue i precetti imposti dal diritto canonico e rompe i legami con Roma non può essere considerata membra della Comunità cattolica, pur continuando a far parte della cristianità. Come è stato più volte ribadito da fonti vaticane, l'attribuzione al Papa del potere di nomina dei vescovi costituisce la condizione fondamentale per l'apertura delle relazioni diplomatiche, eventualità che però trova contrario il governo di Pechino che considera assolutamente fuori discussione il fatto che i cattolici cinesi possano essere sottomessi all'autorità della S. Sede. La Cina ha infatti più volte dichiarato che non consentirà ad uno Stato estero di interferire nei suoi affari interni, preoccupata anche del fatto che l'autorità morale e politica del Pontefice potrebbe portare ad un indebolimento del potere del Partito comunista nel paese. A nulla finora sono valse le dichiarazioni della S. Sede, la quale ha affermato che non intende ingerirsi in nessun modo nelle questioni di uno Stato sovrano, rispettando l'autonomia e l'indipendenza delle sue istituzioni. Negli ultimi tempi sembrava che i contatti tra il Vaticano e la Repubblica Popolare - mantenuti informalmente attraverso l'Ambasciata cinese a Roma e la Conferenza episcopale a Hong Kong - potessero portare a dei risultati concreti, ma la decisione presa il 6 gennaio scorso dal governo cinese di procedere alla nomina di cinque vescovi della Chiesa patriottica ha segnato invece un deciso passo indietro, tanto da spingere le autorità ecclesiastiche vaticane a parlare di scisma "de facto" già avvenuto da parte della Chiesa cinese. L'altro punto su cui insiste la S. Sede è il rispetto della libertà religiosa nella Cina Popolare. Secondo la Costituzione cinese, ogni cittadino avrebbe la libertà di professare liberamente la propria religione senza alcun condizionamento da parte statale. In realtà le cose stanno in una maniera ben diversa. Come sottolineano gli osservatori, è infatti difficile pensare che in un paese in cui non esiste la libertà di espressione e di pensiero possa esservi quella religiosa, senza contare che, a differenza di quanto avviene in occidente, lo Stato in Cina non è tenuto a garantire l'osservanza dei diritti costituzionali, mentre lo stesso principio che assicura la libertà di culto è poi contraddetto all'interno della Costituzione da numerose altre disposizioni che di fatto lo rendono privo di valore. L'assenza nel paese di ogni libertà di culto è poi confermata anche dallo stesso Dipartimento di Stato americano, che in un suo rapporto afferma come nella regione questa sia garantita solo a Taiwan, mentre anche nella stessa Hong Kong comincerebbe ad essere minacciata. Resta poi da risolvere anche la questione di Taiwan, paese con cui la S. Sede intrattiene formali relazioni diplomatiche. Per la Cina Popolare, da tempo impegnata nel tentativo di isolare Taipei dalla scena internazionale, il problema è essenzialmente di ordine politico, come dimostra il fatto che il governo di Pechino ha richiesto al Vaticano come precondizione per l'avvio del dialogo la rottura dei rapporti con la Taiwan. Ma in realtà questo è un falso problema. La S. Sede infatti, come gesto di apertura verso Pechino, dal 1972 non nomina più un Nunzio titolare a Taipei lasciando che la rappresentanza sia retta da un Incaricato d'affari, mentre lo stesso cardinale Sodano, nel corso della visita compiuta lo scorso anno in Italia dal presidente cinese Jiang Zemin, ha affermato come "non domani, ma stasera stessa, la Nunziatura apostolica potrebbe essere trasferita in Cina" ribadendo però allo stesso tempo la necessità che il governo cinese accetti il potere di nomina papale e sciolga la Chiesa patriottica. Preoccupati che il dialogo e l'eventuale riavvicinamento del Vaticano con Pechino potesse avvenire a spese del loro Paese, i vescovi taiwanesi - che rappresentano i 300mila cattolici dell'isola - richiesero un incontro con il Papa da cui ricevettero assicurazioni che questo non sarebbe avvenuto e che il Vaticano li avrebbe consultati prima di ogni passo diplomatico verso la Cina, vedendo inoltre riconosciuto a Taiwan il ruolo di ponte nel dialogo con la Chiesa cattolica cinese. Oltre che per i vescovi, le relazioni con la S. Sede rivestono poi una notevole importanza politica anche per il governo taiwanese, in quanto dimostrerebbero come nel paese, a differenza che nella Cina Popolare, esista un sistema democratico che permette di godere della libertà religiosa. Per adesso appare improbabile che a breve termine il dialogo tra Pechino e la S. Sede porti a risultati concreti, anche se, a detta di molti commentatori, l'affermarsi delle riforme economiche e la sempre maggiore integrazione nel mercato internazionale potrebbero favorire anche le aperture sul piano politico portando così anche la Cina sulla strada della libertà.
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