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  IL WEEK END  PIU' LUNGO DI PAPA WOJTYLA

Tra Gay Pride e Left Pride

di Barbara Mennitti

Roma, sabato 8 luglio ore 14 e 30. Nonostante la contr'ora, Piazzale Ostiense - a distanza di sicurezza dale mura vaticane - è gremito di umanità variegata e sudata. Il sole picchia impietoso, il mascara cola dalle ciglia impossibili delle drag queens malferme sui tacchi vertiginosi (qualcuno poteva anche dirglielo, che a Roma ci sono i sanpietrini), chi è venuto in tenuta sadomaso deve fare i conti con l'arroventarsi delle borchie, gli scandinavi (ironicissimi con il copricapo da vichinghi con le corna rivestite di paillettes) sono già fosforescenti e passeranno la nottata a spalmarsi di crema idratante, le varie orchestrine fanno le prove. Le bancarelle vendono aderentissime magliettine ricordo, mentre ambulanti napoletani vestiti da pazzarielli cercano di venderci fischietti con cordoncino in tinta, fischiandoci nelle orecchie. L'atmosfera è a metà fra la festa del santo patrono e un rave.

Un po' dopo le quindici, finalmente, il serpentone umano, luccicante di paillettes, comincia a snodarsi per via della Piramide Cestea, mentre una folla di cittadini, curiosi o solidali, si assiepa sui marciapiedi, scatta fotografie, batte le mani divertita. Molti manifestanti sollevano cartelli che inneggiano allo spirito cristiano e alla comprensione; il più bello lo tiene sul petto un ragazzo e riporta una strofa degli Smiths: "How can they see the love in our eyes and still they don't believe us?" 
Quasi subito arriva Veltroni con la facca buonissima, lo sguardo basso alla Lady Diana e i gorilla che lo difendono dal bagno di folla.

Improvvisamente rimpiangiamo di non aver comprato il fischietto. La parata dei politici è parallela a quella gay e altrettanto imponente. Dopo un gruppo di radiose signorine sorridenti sobriamente vestite in gonna e camicetta che chiedono libertà per i trans argentini, arrivano la Bellillo e Cossutta che, almeno in termini di centimetri di gambe, reggono male il confronto. Iniziano a sfilare i carri con la musica sparata a tutto volume con Ambra Angiolini (la nuova icona dei gay dopo Raffaella Carrà) che si agita oltre misura. Dall'altra parte della strada passano i verdi con un picolo autobus tappezzato di bandiere e Paissan con il suo passo da signor Buonaventura. Arrivano i gay svedesi con un sosia della regina Cristina vestito di paillettes e subito a ruota li inseguono i Cobas, il Partito umanista e l'Unione atei, agnostici e razionalisti. Dall'altra parte, osannato dalla folla in un tripudio di bandiere rosse, passa Bertinotti che dispensa saluti con autorità papale. Non siamo riusciti a tenere il conto dei gruppi di giovani della sinistra che si mescolano speranzosi alle lesbiche norvegesi e si tenevano discosti dai gay danesi, impegnati in un difficile minuetto. Il carro degli atonomi (duri e puri) supera di molto in decibel quello con un nero statuario in costumino fosforescente, gettonatissimo perché tira acqua e schiuma sugli accaldati manifestanti, il carro dell'Arci lesbica era seguito dagli animalisti con i palloncini azzurri e i cartelli "anche gli animali sono gay". 

Le orchestrine dei centri sociali, riconoscibili per gli orchestranti con acconciature rasta bisognose di shampoo, intonano gioiose Rosamunde e Tammurriate nere per quei loro adepti che non sono corsi a Jesolo a tirare le uova a Joerg Haider e ballano scatenati, mentre i gay, soprattutto quelli stranieri, si scostano e li guardano piuttosto perplessi. Una grande festa. C'è posto anche per Vittorio Sgarbi, un po' fischiato e un po' applaudito, che marcia senza nessuna bandiera ma con al braccio un trans vestito (poco) di rosso dal seno esplosivo. Chiude la parata, e non a caso, il carro dei radicali con la sua orchestra jazz e Marco Pannella, raggiante e poseidonico. Noi ci siamo, ma dietro, lontano da loro che hanno scoperto i diritti degli omosessuali solo oggi. Noi siamo stati i primi.