La
American Conservative Union,
fondata nel 1964, è una delle più antiche lobby della destra statunitense. A differenza
di altre strutture, la ACU, come si legge nel suo statuto, è una "umbrella
organization". Più che portare avanti istanze specifiche o singole proposte di
riforma, insomma, si propone di elaborare e diffondere una piattaforma di azione politica
che possa essere condivisa da tutto il mondo, assai variopinto, dei conservatori a stelle
e strisce.
Difesa del libero mercato, rispetto dello spirito originario della Costituzione americana
e impegno per una forte difesa nazionale: sono questi i pilastri su cui si poggia
l'attività della American Conservative Union. Un'attività che, negli ultimi anni, l'ha
vista combattere - in prima linea - alcune delle battaglie che hanno incendiato gli animi
a Washington e dintorni: il feroce dibattito sulla riforma clintoniana del sistema
sanitario, lo scontro tra Congresso e Casa Bianca su tasse e tagli allo stato sociale, la
"svendita" del Canale di Panama, il ridimensionamento della
OSHA (Occupational Safety and Health Administration), le
dispute sugli aiuti agli oppositori armati dei regimi comunisti.
Dal 1971, poi, la ACU pubblica la sua famosa "pagella" annuale per i membri del
Congresso. Ogni rappresentante di Senato e Camera viene valutato, in base ai voti da lui
espressi sugli argomenti più disparati, con un punteggio da 0 a 100. E il risultato
finale, almeno nelle intenzioni della ACU, dovrebbe descrivere in modo abbastanza fedele
il "grado di conservatorismo" del congressman in questione.
La American Conservative Union, che ha sede ad Alexandria (Virginia), è da tempo presente
anche nel Cyberspazio. E nel suo sito Internet, uno dei più frequentati ed apprezzati del
genere, è possibile scovare parecchio materiale interessante.
Ampio spazio è riservato all'attività politica in senso stretto, come la petizione per
chiudere l' Internal Revenue Service
(le Fiamme Gialle statunitensi, in sostanza), "abolire le sue oltre 14mila pagine di
scandalosi regolamenti e licenziare i 115mila dipendenti che costringono gli americani a
vivere nel terrore del proprio governo". O come la sezione "Latest Republican
Outrage", dedicata ai comportamenti troppo liberal di alcuni esponenti del Grand Old
Party, dove la ACU non è per niente imbarazzata nel fare nomi e cognomi (i senatori Ted
Stevens, Arlen Specter, Mark Hatfield e Pete Domenici sono gli ultimi della lista). E
arriva perfino a pubblicare l'indirizzo di posta elettronica degli
"incriminati", invitando i propri sostenitori (sono più di un milione) a
sommeggerli di E-mail di protesta.
Il sito mette anche a disposizione una grande quantità di "dichiarazioni di
principio". E così, soltanto per fare un esempio, il risultato dei lavori svolti nel
1996 dal "Commitee for a Conservative Platform" può essere comparato con il
programma che ha consentito al
Partito
Repubblicano di mantenere il controllo del Congresso.
La versione on-line della American Conservative Union, inoltre, garantisce un
aggiornamento in tempo reale sui temi più caldi del dibattito politico negli Usa:
dall'aborto al Travelgate, dall'immigrazione alla riforma del Welfare State, dalla
deregulation ai rapporti con Taiwan e la Cina comunista.
Molto curata è la sezione dedicata alla
CPAC
(Conservative Political Action Conference), una convention annuale organizzata dalla
ACU che, dal 1974 ad oggi, ha visto la partecipazione di esponenti repubblicani del
calibro di Ronald Reagan, George Bush e Newt Gingrich. Aperta al pubblico, la CPAC è
l'occasione, per migliaia di leader e semplici attivisti del movimento conservatore, di
discutere sull'attività politica in corso e preparare strategie per il futuro.
Senza contare, naturalmente, l'archivio (dal 1971 ad oggi) delle "pagelle" a
deputati e senatori, dove è possibile scoprire che il penultimo Congresso, il 104° della
storia statunitense, è stato il più conservatore dell'ultima generazione. 55 punti su
cento alla Camera e 53 al Senato, per la verità, non sono poi tantissimi, ma la
differenza con i 40 punti raggiunti dalla maggioranza democratica precedente resta
notevole. Il voto medio dei repubblicani è stato 88, mentre i "nipotini di
Clinton" arrivano a stento intorno alla decina. E ai 101 "perfect
conservative" del Gop, alla Camera si sono contrapposti 73 democratici "perfect
liberal". Ora, non so voi, ma se qualcuno avesse chiamato me "perfect
liberal" sarebbe già scattata una denuncia.
a cura di
Andrea Mancia
(1998) |

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